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LA FESTA DEL DOLORE DEI BATAK di Vincenzo Caretti

I Batak vivono in Indonesia a Nord di Sumatra nell'isola Samosir, al centro del lago Toba, uno dei più grandi e impressionanti laghi vulcanici del mondo. La tradizione pretende che vi siano arrivati attraverso l'oceano indiano dalla Palestina; in effetti i Batak hanno caratteristiche somatiche africane che li rendono completamente diversi dagli altri indonesiani: sono più alti e non hanno gli occhi a mandorla dei Balinesi o dei Toragia.

Attualmente la cultura dei Batak è un miscuglio di animismo e cristianesimo. Questa gente conosce la scrittura da quattro generazioni allorché fu introdotta dagli Olandesi e dai missionari che hanno ben presto bastardizzato la tribù e quasi completamente distrutto il suo artigianato: oggi a Samosir sorgono persino delle chiese poco convincenti, precarie, luminosissime, con un altare ma senza banchi. Altri segni dell'occidentalizzazione subita dai Batak sono costituiti dall'adozione del cognome e dalla celebrazione di festività occidentali come Natale o Pasqua. A queste i Batak affiancano ancora il loro antico rito funebre della festa della morte che rappresenta, almeno per gli anziani del villaggio, un avvenimento di supremo rilievo e che ha costituito il motivo del mio viaggio a Samosir. Tale è l'importanza accordata a questa festa che i Batak sembrano vivere la loro esistenza solo per rappresentare la morte, intesa come il passaggio dall'umano al divino, per raggiungere gli antenati e ritornare alla dimensione primordiale. Roheim (1) a questo proposito ricorda che secondo i Batak l'anima di un uomo giovane al momento del trapasso sarà attratta da uno spirito femminile desideroso di un marito come quella di una donna da uno spirito maschile, in linea dunque col modello junghiano dell'Anima-Animus, se si interpreta la morte come una liberazione nell'inconscio.
La festa inizia quando cala il buio con la sola partecipazione dei parenti e degli amici più intimi del villaggio. Le donne si disperano clamorosamente e la musica si alza intorno al feretro che resta chiuso in casa dove il defunto è ancora considerato un malato che morirà effettivamente solo al termine della cerimonia. Del resto, come riporta Frazer (2), sotto la casa è stata sepolta, al momento della nascita del bambino, la placenta sede dell'anima trasferibile, la più importante delle diverse anime che i Batak si attribuiscono, quella che è ritenuta portatrice della futura prole ed è considerata come un fratello o una sorella minore del neonato.
I pianti ininterrotti di disperazione si perdono per tutta l'isola come un segnale di avvertimento per la tribù. L'indomani molta gente arriva in barca dal lago portando con sé il riso e presto l'atmosfera si riempie di colori e tensione. Solo a questo punto il feretro è portato fuori dalla casa per essere deposto a terra accanto allo steccato di base. Le case dei Batak sono infatti costruite a tre livelli secondo il tema della trinità che scandisce la loro cultura: l'edificio sorge su una palizzata dove vengono recintati gli animali domestici; attraverso una porticina si accede al piano superiore, uno spazio privo di pareti divisorie dove vive la famiglia; infine, nel tetto, modellato come una chiglia proiettata nel cielo con una curva simile alle corna del bufalo, viene immagazzinato il raccolto del riso. Tre sono anche i colori delle decorazioni, bianco, rosso e nero come la vita, il sangue, la morte.
Al momento della celebrazione i Batak sono vestiti a festa con le sciarpe magiche (le 'marga'), che indicano i colori della tribù. Mentre i bambini corrono gesticolando vengono sbarcate le offerte e il villaggio si trasforma lentamente. Le donne portano sulla testa un sacchetto di riso, (il contributo dei campi per il morto) che spargeranno a terra recitando delle frasi rituali capaci di richiamare al suo proprietario l'anima momentaneamente assente.
Si sente l'atmosfera tesa e solenne di una kermesse, di un momento di suprema importanza pubblica. La folla confluisce lentamente nello spazio centrale davanti all'allineamento delle case. Inizia la musica ipnotica, ritmata, ossessiva dei tamburi e dei flauti. Il suo effetto sull'osservatore estraneo è quello di un'ossessione invincibile cui non è possibile sottrarsi, sicché ben presto occorre accettare che mani e piedi si muovano e che alla fine ogni resistenza sia vinta.
A questo punto, il capo tribù, che porta un semplice cappello di feltro, pianta un alberello nel centro dello spazio: uno dei risultati della religione cattolica è infatti di aver soppiantato il potere spirituale con quello civile, per cui è il capo del villaggio a fare ciò che è sempre stato di competenza del sacerdote. Ma se non esiste più il ministro sacro la dimensione del dolore e della sofferenza e il desiderio della rappresentazione esistono ancora: è stata così modificata la risposta istituzionale ad una tensione culturale e naturale che però permangono. Subito un capretto viene legato all'alberello mentre la salma è adagiata vicino allo steccato e attorniata dalle offerte di riso, pollami, frutta e vino medicinale con cui l'anima potrà raggiungere l'oltretomba.
Al centro dello spazio rituale si apre così l'inferno: la porta del cielo di cui l'albero è l'asse simbolico e su cui avviene il passaggio da una regione cosmica all'altra, dall'umano al sacro; questo perno è un'immagine del mondo e trasforma lo spazio in una fonte inesauribile di forza e sacralità per darne l'accesso all'uomo. L'albero realizza il circuito della vita tra il livello vegetale e quello umano, che tramite il capretto si collega a quello animale: il fatto che una razza discenda da una specie vegetale presuppone che la fonte della vita sia concentrata in questo vegetale, che l'essenza umana si trovi quindi virtualmente allo stato di semi e germi. L'albero è anche un protettore sacro giacché la sua sostanza si trasforma partecipando ad un rituale trascendente: la pianta diviene così un elemento che abbandona la propria natura vegetale e assume quella dell' albero della vita, simile all'albero bò dei Buddhisti o all'albero della croce ....
La danza ritualistica che ha inizio a questo punto rappresenta la malattia che il cordoglio tenta di guarire. Tutto il rituale tenta così di ricostituire l'unità della tribù spezzata dalla morte e dalla distruzione. Nella danza emergono drammaticamente la dimensione inconscia, l'affettività anormale mentre la tensione transcollettiva riesce ad arginare il dolore. La ricerca dell'unità e dell'equilibrio attraverso l'inflazione oceanica di cordoglio rendono la sofferenza una comunicazione collettiva finché nel trance tutti i partecipanti raggiungeranno il contatto col sacro. Muovendosi, i Batak eseguono tre movimenti: uno con le mani congiunte, mosse ritmicamente dall'alto verso il basso a rappresentare l'unità dell'universo, la gioia della vita e dell'armonia; uno in cui le mani sembrano volersi lentamente staccare come in un lento applauso fatto con le dita leggermente divaricate intorno a qualcosa che si gonfia lentamente; uno in cui le mani ruotano senza controllo con le palme in avanti alludendo al caos dell'universo e a tutte le cose della vita che fluttuano in una dimensione incontrollabile tra il bene e il male, la vita e la morte. Gli occhi dei danzatori appaiono allucinati, fissi, dispersi nel nulla. Gridando e raccontando disperatamente la storia del morto; i Batak rappresentano ora il caos, ora l'unità dell'universo per raggiungere nel momento di maggiore tensione, l'assenza totale, il limite estremo del cordoglio.

Quando la danza tocca il suo apice tutti a occhi sbarrati si sfiorano lentamente con la testa e urtano leggermente le sciarpe per far scorrere intorno all'albero e al capretto il fluido perpetuo di questo movimento circolare. Dal dolore si passa cosi alla gioia con un'espressione di giubilo, 'Horas! ', per tornare presto al dolore: i Batak sanno che la felicità è passeggera e che il dolore la cancella presto; per questo il ballo non ha quasi inizio né fine e la sua dimensione non è quello della storia ma del circolo eterno. Grazie al rituale si cerca di sopportare la sofferenza, annullando il tempo profano in quello sacro finché lo stato negativo sfoci in un'esperienza spirituale positiva in cui esisterà solo il tempo cosmogonico, della creazione, della catastrofe, della rinascita.
A tratti i Batak rappresentano l'atto preesistente alla nascita del mondo. Così contro la sofferenza gli indigeni lottano con tutti i mezzi magico- religiosi riuscendo a sopportarla moralmente perché essa non sembra assurda né priva di significato. I Batak sanno che il dolore non è estirpabile dalla condizione umana e che non è possibile la scissione dal male di vivere ma un confronto in cui l'io non gli oppone più resistenza. D'altra parte se la morte è seguita dalla resurrezione, ogni sconfitta è annullata dalla vittoria finale; La storia ripete il ciclo creazione-distruzione-creazione.
Il rituale termina col sacrificio del capretto che costituisce una nascita, l'eterno ritorno del primo atto. Il sangue che sprizza dalla gola dell'animale riconcilia l'uomo con la divinità e l'elemento corporeo rappresenta il tramite tra l'uomo e la dimensione sacra. Grazie al sangue pagato con la morte l'uomo potrà raggiungere i suoi antenati.

Nonostante la sua efficacia si basi sulla participation mistique e collettiva è possibile comprendere che la cerimonia della morte dei Batak consente ai singoli partecipanti un margine di libertà espressiva che il gruppo comprende e rispetta. E' il caso di due indigeni il cui comportamento singolare testimoniava dell'efficacia della cerimonia e del suo valore catartico. Durante la festa cui ho assistito, una vecchia, che non aveva nessuna relazione diretta di parentela con il defunto ma che un anno prima aveva perduto i due figli per una malattia, riuscì con la sua eccezionale commozione a ripetere un lutto evidentemente incolmato, come prolungando per spostamento la festa della morte dei suoi, ripercorrendo ancora la strada del suo dolore. Al termine della celebrazione la donna voleva che la danza continuasse e non fu facile per gli altri staccarla dal feretro. Era incomprensibile dove trovasse tutte le lacrime che seguitava a piangere tenendo una mano sulla bara con un'espressione affranta ma sollevata, crollando la testa e strappandosi i capelli.
Avevo pure notato un uomo maturo che più degli altri si agitava nel caos generale rifiutando il contatto con gli altri, completamente immerso nel trance. Quando lo ritrovai tra la folla durante un intervallo delle danze era in piedi dietro un tavolo che beveva serenamente del vino. Notò la mia curiosità e mi invitò a bere con lui. Quando gli chiesi se il ballo sarebbe ricominciato mi rispose di si con un'espressione di stupefacente tranquillità, sereno e in pace come se quella non fosse una pausa tra due estenuanti periodi di disperazione frenetica ma una cordiale conversazione con un amico nel corso di una festa qualsiasi.
Questa catarsi era completa ed efficace: restituiva il singolo a se stesso e ne confermava la partecipazione al gruppo. Mi chiedo in che misura i tentativi analoghi della civiltà occidentale, dalla sperimentazione teatrale di Grotowski alla psicoterapia di gruppo, arrivino a tanto e per quanti e a che prezzo.

NOTE

1)  Geza Roheim, Animism, magie and the divine King.  Rout Ledge and Kegan Paul, London, 1930. (trad. it. Animismo, magia e il re divino. Ubaldini, Roma, 1975).
(2) J. George Frazer, The Golden Bough: a study in magie and religion. 1922 (trad.it. Il ramo d'oro, Boringhieri, Torino, 1965, p. 1061).

RIASSUNTO / SUMMARY / RESUMÉ

L'Autore presenta un reperto etnologico sulle feste rituali con cui gli anziani dei Batak del lago Toba in Indonesia superano l'angoscia per la morte, ancora oggi che la loro cultura è penosamente corrotta dall'influenza occidentale.
Il simbolismo delle danze delle offerte e della cerimonia fa emèrgere un'emozione primaria e collettiva. I Batak portano nell'ordine del significato una dimensione negativa e annullano la storia, che porta con sé la morte, nel tempo cosmogonico precedente alla creazione del mondo e della vita.
Grazie al riferimento culturale i partecipanti non sprofondano nel delirio immaginario ma riescono a passare dal trance alla lucidità, secondo le personali esigenze elaborando il lutto e celebrando la catarsi.

The author offers ethnological findings on the ritual celebrations with which the elders of the Batak of Lake Toba in Indonesia overcome the anguish of death, even though today their culture is distressingly corrupted by western influence.
The symbolism of the dances, of the offerings and of the ceremony brings out a primary and collective emotion. The Batak thus bring into the order of meaning a negative dimension and nullify history, which in itself implies death, in cosmogonal time preceding the creation of the world and of life. Thanks to the cultural reference the participants do not founder in imaginary delusion, but succeed in passing from the trance to lucidity by elaborating the mourning and celebrating the catharsis according to their personal exigencies.

L'auteur presente une étude ethnologique sur les fétes rituellesgracéauxquelles les vieillards Batak du lac Toba en Indonèsie surmontaient l'angoisse de la mort. Ces mémes fétes sont célébrées éncore aujourd'hui où la culture de ces populations* est tristement corrompue par Tinfluence occidentale.Le symbolisme de la danse, des offrandes et de la cérémonie crée une emotion primitive et collective. Les Batak attribuent un sens àl'expérience negative de la mort et ils annulent rhistoire, qui porte avec elle la mort, dans le temps cosmogonique précédant la creation du monde et de la vie.
Grace au point de repère culturel, les participants ne sombrent pas dans le delire imaginaire mais il réussissent a passer de l'état de transes a la lucidité, selon leurs exigences personnelles en élaborant le deuil et en célébrant la catharsis.

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