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L'EFFETTO DI CHOC ALLA PRIMA SEDUTA DI PSICODRAMMA di Simon Blajan-Marcus

E' una cosa nota che un terapeuta attento può cogliere allo stato embrionale, sin dal primo colloquio con il paziente (2), l'essenziale dei suoi conflitti passati e il futuro sviluppo della psicoterapia. Così, pure la prima seduta di analisi, il primo sogno esposto, sono subito pregnanti di significato e in qualche modo condensati.
Si può dire altrettanto dello psicodramma?

In generale non sembra di sì, almeno per quanto riguarda la problematica esposta dal paziente nella prima seduta. La maggior parte dei partecipanti ha già avuto col terapeuta uno o due colloqui nei quali è stato riferito qualcosa che verrà poi ripreso nella "prima seduta" di psicodramma. Il più delle volte si osserva un atteggiamento riservato che sembra collegabile all'aspetto minaccioso di una situazione umana sconosciuta. Si può però verificare talvolta un tale effetto di choc che l'individuo, anziché ricorrere alle consuete modalità di difesa, si rifugia in una situazione di aspettativa. Faccio qualche esempio:

— Hermine, che è venuta per "la timidezza", da un vero e proprio spettacolo. Le è stato detto di essere "spontanea", e lei si mette d'un tratto a raccontare al gruppo i suoi aborti, le sue disavventure masturbatorie, infine tutto ciò che considera oscuramente come scandaloso e vergognoso; non tiene conto del silenzio imbarazzato o impaurito degli altri e alla fine chiede timidamente ai terapeuti come mai non le hanno proposto di giocare una scena ...
Il tutto è indicativo di un vero choc, perché Hermine ritroverà la propria timidezza solo nelle sedute successive e si impegnerà, autenticamente soltanto molto tempo dopo.

— Claude attacca violentemente il terapeuta H., trattandolo da "ebreo libanese" apolide e incolto, dicendogli che deve trovarsi a disagio nella sua pelle, che è spregevole, ecc. Stupore da parte del resto dei partecipanti che con ritardo reagiscono si sentono implicati e lo trattano da razzista: uno di loro è veramente ebreo e dopo aver incassato, finalmente protesta. A questo punto il terapeuta S. interviene per domandare a Claude chi sia H. per lui. Abbastanza presto Claude esce dal suo vero e proprio delirio d'interpretazione per riconoscere finalmente con tutt'altro tono che lui stesso è mezzo ebreo e apolide e che per questo si disprezza. Dice pure che il suo nome bisessuato lo fa dubitare della sua virilità spingendolo a proiettare una tale situazione su un uomo che si immagina circonciso e quindi sminuito sessualmente ....
Alla seduta successiva, Claude sembra conciliante, ascolta gli altri e, se crede ancora che il terapeuta sia ebreo, è solo per arrivare gradualmente a "rispettarlo per tutte le sofferenze che ha potuto vivere a causa della sua origine".

— Johny, è un americano bianco del sud degli Stati Uniti, un uomo giovane, intelligente, ma riservato e dolce, gentile, piuttosto sottomesso che soffre ancora dopo la sua analisi, anche se in modo meno acuto, di una paura nevrotica degli uomini che lo porta ad accettare da loro quasi qualunque cosa.
Da bambino egli veniva violentemente picchiato dal padre, che d'altronde frustava i negri, operai della sua piantagione mentre suo figlio si nascondeva nei cespugli, terrorizzato.
Johny ha già fatto per due anni una terapia a orientamento analitico con un analista che chiameremo qui N. (inviatovi, in seguito a un primo colloquio da S.) allorché, dopo questo periodo di analisi egli, d'accordo con N., torna da S. per partecipare ad alcune sedute di psicodramma in lingua inglese.
Alla prima seduta di gruppo, l'atteggiamento di Johny è così radicalmente differente da quello tenuto nel colloquio individuale che per un momento si crede ad un errore di diagnosi. Rosso in volto, gli occhi iniettati di sangue, i pugni serrati, mentre i partecipanti erano stati discreti e accoglienti con lui, Johny fa una vera "bouffèe" persecutoria, ingiungendo violentemente agli altri di togliersi la maschera e di dire la verità, cioè che lo disprezzano e lo odiano, soprattutto uno di loro, un negro di uno stato vicino al suo, dunque troppo vicino per non costituire una minaccia per lui. Dopo un primo momento di smarrimento, il gruppo reagisce con molta calma e pazienza e uno di essi gli dice: "Tu cerchi di colpevolizzarci e di farti detestare ma non ci riuscirai! Ti troviamo simpatico, e siamo dalla tua parte! ". Un altro dice: "Mi stai cominciando ad innervosire, ma soprattutto perché vuoi farmi dire ad ogni costo ciò che non provo. Se continui, finirai per arrivarci ma non come tu credi".
Come nei casi precedenti, Johny, ritorna più calmo la settimana successiva e, avendo ritrovato il suo atteggiamento sottomesso, si mostra umile e desideroso di piacere agli altri. Interrogato dai suoi compagni sul suo cambiamento, risponde che nella situazione di gruppo era stato invaso dal panico alla presenza di otto o nove persone sconosciute e che, soprattutto aveva avuto paura del negro che gli ricordava i maltrattamenti subiti da parte di suo padre. Dice però che il rifiuto del gruppo a rispondere alle sue provocazioni lo aveva vivamente rassicurato. Secondo la sua stessa espressione: "Nello stesso tempo gli succede di aver paura dei colpi e di buttarcisi contro a capofitto".

Questo fenomeno di choc merita alcuni commenti:
1) Innanzitutto esso non sembra ripetersi mai, o quasi, in momenti successivi. Soltanto Johny due anni dopo giocando una scena, con una grande isterica che lo aveva scelto per fare la parte di un satiro (! ) passò all'atto e si mise a picchiarla realmente fino a che non cessò il gioco.
2) Non si riscontra con pazienti dello stesso tipo in sedute individuali. Si tratta dunque di un fenomeno caratteristico della prima seduta di terapia di gruppo.
3) Si riscontra sempre in strutture isteriche, che spesso mascherano o nascondono un nucleo psicotico (paranoico). E' certamente il caso di Claude, mentre è dubbio che lo sia per Johny e non lo è affatto per Hermine.
4) Sebbene in ogni situazione ogni membro del gruppo sia stato debitamente avvertito e informato sulle regole di gruppo e gli sia stato perfino dato un margine di tempo (da quindici giorni a un mese), per formulare eventuali obiezioni, i soggetti che hanno manifestato il fenomeno di choc avevano manifestato poche reticenze, come pure poco entusiasmo, così che nessuna resistenza aveva potuto essere percepita.
Forse sta proprio qui il nodo del problema: passività, non resistenza apparente. Al limite si potrebbe pensare che questo choc indichi il crollo o la mancanza delle difese dello psicotico; crollo che lascia il soggetto in preda ad una tale angoscia da farlo ondeggiare, al momento del suo primo confronto col gruppo, in una fuga in avanti sul piano delle parole o delle opinioni. Si tratterebbe dell'improvvisa emersione, (in occasione di un incontro significativo, e con il venir meno delle difese), di un sintomo o di un atto di esibizionismo o paranoide, tipico della relazione speculare. E' evidente, in ogni caso, che il fenomeno è in rapporto diretto con lo sguardo (moltiplicato per il numero dei partecipanti) che ingrandisce e distorce mostruosamente l'immagine del soggetto come in uno specchio deformante. Constatiamo spesso, soprattutto nelle sedute di gruppo fino a che punto l'identificazione in un'immagine parentale seduttrice o persecutoria agisca come una "maschera-scudo" buttata in avanti per proteggere la propria vulnerabilità. Ma, poiché l'identificazione è quasi sempre inconscia ed è sempre legata allo sguardo, essa diventa particolarmente sensibile in un gruppo dove ciascuno si vede. Essendo contemporaneamente scudo perché la falla non sia percepita e maschera per impedire alla mancanza di manifestarsi, questa identificazione con l'aggressore o con la seduttrice isterica ha sempre permesso al soggetto nel passato di costruirsi e di tenersi in piedi. Essa impedisce allo sguardo del gruppo di andare a fondo dietro l'apparenza e offre a vedere un'esca, come l'uomo inseguito nei western, mette il suo cappello in cima a un bastone per attirare il fuoco del nemico. Se tale processo può essere assimilato a dei meccanismi di difesa che esistono, più o meno, anche negli altri partecipanti, resta però da capire che cosa ne determina l'intensità e l'aspetto di una vera crisi.
Forse la causa è nella situazione stessa dello psicodramma, caratterizzata dal passaggio da un incontro terapeutico a due - con la sua illusione di un rapporto privilegiato -  ad un gruppo che, secondo l'espressione di un partecipante, viene sentito come una arena piena di belve ....? In altre parole lo choc propriamente detto proverebbe sia dalla rottura della relazione a due in soggetti estremamente dipendenti, nei quali si verificherebbe un raptus ansioso, dovuto al senso di pericolo di essere divorati dal gruppo, sia dalle loro modalità di difesa, essenzialmente paranoidi o esibizioniste, messe brutalmente a nudo a causa della rimozione dell'angoscia.
Non sarebbe allora più corretto chiamare forclusione (3) ciò che non permette più un ritorno (come nel caso della rimosso) ma costringe il soggetto ad un passaggio all'atto nel reale?

Riassumendo, ci si trova qui di fronte a tre elementi essenziali la cui combinazione creerebbe lo "choc al gruppo":

— una personalità molto dipendente con una forte identificazione difensiva a un'immagine parentale persecutoria o seduttrice. Nel caso di Johny per esempio questo potè essere percepito soltanto al momento dello choc, e perfino allora, egli mostrò l'aspetto masochistico della coppia persecutoria;

— una forclusione dell'angoscia, in linea con questa identificazione, tale da rendere impensabile l'idea di fare obiezioni o domande, ed esprimere timori circa le sedute di psicoterapia di gruppo;

— il fatto che la situazione di gruppo è molto spesso creata dal terapeuta ma non richiesta dal paziente, talvolta per l'ignoranza dell'esistenza stessa di metodi di gruppo anche se, forse, più che di ignoranza si tratta qui di dimenticanza. Il terapeuta infatti prescrive la partecipazione ad un gruppo, mentre il soggetto dal canto suo può sentirsi proscritto, cioè rifiutato nella relazione privilegiata, quella a due tipica della psicanalisi. (4)


(trad. di Giovanna Zerilli)

NOTE

(1)  Presentato al 1° congresso internazionale della SEPT di Marsiglia, 1975.
(2)   Cfr. S. Blajan Marcus, "La première consultation" in Psychiatrie, n. 9, maggio -giugno 1973.
(3)   E' forse opportuno ricordare per qualche lettore poco familiarizzato con la terminologia analitica che il concetto di forclusione, essenziale per la comprensione della psicosi, si contrappone nella prospettiva lacaniana a quello di rimozione, caratteristico invece della nevrosi. Citando A. Rifflet—Lemaire, Jacques Lacan. Dessart, Bruxelles, 1970 (trad. it. Introduzione all'opera di Jacques Lacan, Ubaldini, Roma 1972, p. 278):

"La rimozione è l'interdizione mossa ad un certo contenuto di apparire alla coscienza. Questa interdizione non lo distrugge, di modo che, se il suo investimento di carica è troppo forte oppure le forze dell'interdetto troppo deboli, esso finirà per manifestarsi sotto un travestimento o un cammuffamento che costituisce il sintomo.
La forclusione (termine di giurisprudenza, prescrizione per scadenza dei termini; esclusione) invece non conserva mai ciò che rifiuta; lo cancella e lo annulla puramente e semplicemente".
(4)   Tutti coloro che nella loro pratica psicodrammatica hanno osservato reazioni simili o hanno da proporre ipotesi circa l'argomento trattato in questa comunicazione, sono invitati a mettersi in contatto con l'autrice di questo articolo.

SUMMARY - RESUMÉ - ZUSAMMENFASSUNG - RESUMEN

In some extramely dependent subjects the first psychodramatic session, which because of the concentrated gaze of the other participants is far more threatening than a one to one relationship, may cause a fìt of anxiety. The subjects affected by this psycodramatic shock are those who are very dependent and who identify themselves uncosciously and defensively with a seducing and presecuting parental image which they use as sort of mask-shield they put in front of themselves to protect their own vulnerable selves. In the cases discussed in this paper the collapse of paranoid and exhibitionistic defences leaves the subject in a state of anguish, with the conseguence of an extremely desultory behaviour, aiming at escaping forward from the distressing situation, both in words and deeds.

La première séance du psychodrame, caractérisée par l'entrée dans un groupe, a travers le regard des différents participants, est plus menacante qu'un rapport psychanalytique a deux, elle peut provoquer chez certains sujets extrèmement dépendants un raptus d'anxiété.
Le choc du psychodrame frappe les sujets très dépendants qui possèdent une identification défensive en face de l'image parentale séductrice ou persécutrice que ils utilisent comme le masque d'un bouclier en avant pour protèger leur propre vulnérabilité. Dans les cas exposés l'effondrement des defences, paranoiaques ou exhibitionnistes, laisse le sujet en proie a une telle angoisse qu'il vague dans une fuite en avant au niveau des mots et des actions.

Die erste Sitzung im Rahmen eines Psychodramas, wirkt durch die Praesenz der Gruppe, deren Blicken der Neuling ausgesetzt ist, bedrohlicher als die psychoanalytische Behandlung zu zweit und kann deshalb bei besonders abhaengigen Personen einen Angstschock ausloesen. Der Schock trifft in der Situation des Psychodramas besonders Personen, die an einer abwehrenden Identifìkation mit verfuehrenden oder verfolgenden Elternbildern leiden, die sie als Schutzschild gegen die eigene Verwundbarkeit verwenden. In den beschriebenen Faellen, wird der Patient durch den Ausfall der paranoiden oder exhibitionistischen Abwehr, das Opfer einer totalen Angst, die sich durch eine Flucht nach vorwaerts, in Worten und Handlungen aeussert.

La primera sesion de psicodrama, caracterizada por el ingresso en un grupo que, dada la presencia de varios participantes, es mas amenazador que la relación psicoanalitica entre dos personas, puede provocar en algunos sujetos suinamente dependientes un raptus de ansiedad. El choc a la situación de psicodrama afecta individuos muy dependientes con una inconsciente identifìcación defensiva de la imagen parental seductora o persecutoria que dichos sujetos utilizan come mascara y escudo sostenida delante para proteger la propia vulnerabilidad. En los casos presentados, el derrumbe de las defensas paranoides o exhibicionisticas deja al individuo expuesto a tal angustia que lo arrastra a una fuga de palabras y de acciones.

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