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PER MEME' PERLINI di Italo Moscati

Perlini è un gatto. O almeno, ha l'aria di esserlo. Scivola sornionamente tra le cantine dell'avanguardia romana (se la si può chiamare ancora così) e i teatri dei grandi circuiti o le chiese sconsacrate e i magazzini del sale della Biennale veneziana. Lo fa perché gli piace ingannare la gente.
Gli piace far credere a pubblici diversi di aver un mucchio di cose da dire o da mostrare. Ma non ha niente da dire o lo sta cercando. Come lo cerca? Secondo me, stando in mezzo agli oggetti teatrali e leggendo distrattamente questo o quel libro, con un fiuto e amicizie speciali per individuare il vento giusto.

Immerso così, tirandosi disperatamente i baffi che sono ormai diventati radi, produce immagini che pesca dentro e fuori, tra gli oggetti e le pagine, nelle reazioni, nelle incazzature e nei momenti di apparente rincoglionimento durante le prove, ore e ore di prove.
Le immagini vivono, mediante gli attori e gli oggetti, perché alle spalle — sulla scena — hanno sempre un fondo grigio o addirittura nero profondo. Ma non sono immagini del sogno anche se ne hanno l'aria. Perlini è uno che non sogna, credo. E' di una terrestrità e concretezza che gli impediscono — forse — di concedersi escursioni notturne nel regno dell'inconscio.
Preciso: poiché tutti sognano e se non lo ricordiamo è perché siamo dei censori con noi stessi, Perlini si censura regolarmente e non lo fa più, quando ci riesce, allorché deve mettere su uno spettacolo. Le immagini sono quindi il prodotto di una mente cosciente che gioca a non esserlo più e s'identifica con lo spazio e la dimensione temporale in cui si trova e in cui si può scatenare.
Sono, voglio dire, immagini volontarie che sottointendono un mondo represso. Il quale si prende la sua rivincita, venendo avanti sotto forme diverse e non immediatamente decifrabili. Sono spezzoni di ricordi di campagna e di provincia, grida, lamenti, innocenze spezzate, sadismi sottili. Il tutto vissuto in contenitori piastrellati e squallidi come i cessi delle stazioni o di qualsiasi bar di periferia. Perlini coniuga queste atmosfere, in cui respira a pieni polmoni, e l'implicito rimando all'infanzia, da cui sventola aquiloni sdruciti, con una disinvoltura e assenza di senso critico che costituiscono la componente essenziale del suo linguaggio teatrale. Ne è una prova, il suo rapporto con gli attori. In effetti, lui non ne ha bisogno, gli servono soltanto delle figure che si vestono e si spogliano ai suoi ordini, alla sua invisibile frusta di domatore dolce.
Queste figure non devono assolutamente saper recitare o muoversi secondo le regole o le contro—regole del teatro. Non debbono neanche fare operazioni complicate su se stessi — macché Stanislavskij — o ispirarsi alle scuole grotowskiane e barbiane dove l'attore diventa un professore di ginnastica. Debbono lasciarsi usare per quei pochi secondi in cui i riflettori manovrati da Memè li inquadrano nel buio circostante. In quei pochi secondi, si spogliano, si vestono, dicono parole senza senso. Basta. Hanno finito. Essendo oggetti vivi, anzi viventi, come pare a Memè, assomigliano alla folla anonima delle strade e delle piazze, delle periferie urbane. Gente e gentuccia che giureresti senza pelo né protuberanze. Eccola invece li, a confronto che donne lucide e belle come capsule spaziali, a uomini che hanno in testa puff di capelli. Perlini li mette insieme sulla scena per ridere della strana confusione e dell'imbroglio — lecito come tutti gli imbrogli della finzione — che copia o finge di copiare una realtà remota e sottointesa, misteriosa e affascinante. Che non c'è. Memè vuole gli applausi lo stesso.
L'eccezionale fortuna di Memè - Perlini, nato a Monticchio di Romagna nel 1947, inizia con Pirandello chi? (1973) cui seguono Tarzan (1974), Candore giallo con suono di mare (1974), Otello (Biennale di Venezia 1975), Paesaggio n.5 (1975), Locus Solus di R. Roussel (1975), La partenza dell'Argonauta di Savinio (Maggio Musicale Fiorentino 1976), tutù spettacoli, da Tarzan, realizzati in collaborazione con Antonello Aglioti.

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