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" IL GIOCO": GIOCARE-GODERE di Gennie Lemoine

Alcune considerazioni per iniziare. Nella democrazia ateniese, come nota Clavreul nel suo ultimo lavoro (1 ), la malattia interessa la collettività, il cittadino paga una tassa, lo ίατρόν, che serve a pagare il medico. Noi, dal canto nostro, avevamo scritto ne Lo psicodramma (2) che il N'Doep senegalese era una terapia socio-religiosa, volta a reintegrare l'individuo malato nel proprio gruppo sociale.

Questo riferimento al N'Doep aveva la sua ragion d'essere: suppone che il malato è l'individuo che si separa dal gruppo forse proprio perché egli vuole che la sua persona resti indivisa. Il sintomo più generale consisterebbe proprio in questo movimento di ritiro e di allontanamento rispetto al gruppo, movimento che potremmo chiamare a tutta prima 'individualismo', se non fosse stato già battezzato, in termini medici, almeno nella sua forma patologica estrema, 'schizofrenia' — e, in un registro completamente diverso, 'sindrome ossessiva'. Non metto le due definizioni sullo stesso piano.
Si potrebbe essere tentati di supporre che socio-storicamente queste forme patologiche siano conseguenza dell'individualismo. Ma così si descriverebbe il fenomeno in modo molto superficiale. Questa prima approssimazione, tuttavia, presenta il vantaggio di porre in evidenza il fatto che la poussée di individualismo ha qualcosa a che vedere con la malattia.
Nel Seminario sull'io (3) J. Lacan scrive: "A quale necessità interna corrisponde il fatto di dire che da qualche parte ci deve essere un 'autonomous ego'? Questa convinzione supera l'ingenuità individuale del soggetto che crede in sé, che crede di essere se stesso —follia assai comune, e che non è completamente una follia, perché fa parte dell'ordine delle credenze... Si tratta di un fenomeno, propriamente parlando, sociologico, che riguarda l'analisi in quanto tecnica, o, se volete, cerimoniale, sacerdozio determinato in un certo contesto sociale".
Sintomo e terapia sono dunque ambedue ancorati nel sociale.
Oggi abbiamo valorizzato tutti i personaggi marginali, i poeti maledetti, gli hippies e tutti i tipi di aberrazioni. Indubbiamente abbiamo dato loro credito per il fatto che non avevamo scelta tra la massa uniforme e l'individuo isolato. L'alternativa è di per sé viziosa e sintomatica.
Ma non è sempre stato così. Abbiamo una ferrea credenza in questo io autonomo e proiettiamo questa credenza nel passato, come se gli uomini avessero sempre vissuto con questo sentimento dell'io. Crediamo che abbiano sempre vissuto con questa stessa concezione dell'individuo intero, — qualificativo, questo, che dice bene quel che vuoi dire, e cioè: non castrato — e la società, in questa concezione, è solo un aggregato di individui. Occorre uno sforzo enorme anche solo per ritrovare l'uomo e la donna che sono stati semplicemente i nostri bisnonni. Forse non erano "individui"!
Che cosa si viene a fare nei nostri gruppi? Ci si viene perché a casa, per strada, al lavoro, in ufficio, o anche nel mètro, non ci si trova a proprio agio. Con gli altri non funziona; c'è qualcosa che non va.
L'affermazione, oltre che vaga, è anche generica. Inutile fare domande più precise su "ciò che non va con gli altri". I motivi si rivelano infondati fino al ridicolo, e l'analista rischia di fermarsi ad una diagnosi di persecuzione o di fobia, del tutto inutile.
Certo, l'individuo, inevitabilmente, viene perseguitato; non appena questo corpo inassimilabile si manifesta, il gruppo lo espelle. L'odio degli altri per questo essere con la sua singolarità è uguagliato solo dalla anaffettività che gli è propria.
La società oggi è un deserto per l'individuo e l'individuo è un ciottolo per il gruppo. Da qui alla condanna a morte non c'è alcuna


distanza. La condanna e l'esecuzione avvengono in uno stesso tempo. Lo si vede ad occhio nudo nelle società in cui non ci si preoccupa più di camuffare l'odio.
È proprio questo momento che precipita l'individuo verso una terapia. Nulla di straordinario che la risposta a questa domanda, sia in analisi che in psicodramma, sia stata l'adattamento. Ma era proprio la risposta da non dare, perché l'adattamento fa ripiombare l'individuo nell'anonimato e nella massa, mentre era proprio ciò che egli aveva disperatamente voluto evitare, preferendo la morte schizofrenica o l'isolamento ossessivo al perdersi nel magma sociale. Né va di mezzo il godimento, come cercheremo di vedere.
Ci proponiamo di interrogarci sulla risposta massiva delle terapie di gruppo e più in particolare del nostro psicodramma a questa malattia che colpisce l'individuo proprio nella sua articolazione sociale. E perché non unicamente l'analisi?
Non si tratta di sostenere che vi sono malattie della società che richiederebbero terapie collettive sotto forma di modificazioni sociali. La terapia allora, è facilmente constatarle, si confonderebbe con la politica. Si tratta evidentemente di una tendenza del tutto naturale, a cui è difficile sottrarsi: ad esempio il "nazismo": (come arrestare quella malattia che fu il nazismo? Non penso che questo modo di affrontare le cose ci competa. La salute morale delle nazioni spetta piuttosto all'Organizzazione Mondiale della Sanità e all'ONU. Il Dr. Ey e Minnowski rivolgevano giustamente ai sostenitori di una tale tendenza la critica di considerare la malattia mentale come un prodotto sociale, o come "da natura sociale". Mi riferisco ad un colloquio in cui J. Lacan aveva esposto nel 1945, con il titolo La psychiatrie anglaise et la guerre le sue riflessioni sul lavoro portato avanti mediante la psicoterapia di gruppo dagli psichiatri inglesi: Rees, Bion, Rickmann, ecc. (4).
Lacan fa riferimento anche a Kurt Lewin e nomina Moreno. Pone chiaramente in evidenza il fatto che tutti questi lavori trovavano il loro fondamento in Psicologia delle masse e analisi dell'io di Freud:
"In effetti è proprio negli scritti di Freud, scrive Lacan, che per la prima volta si poneva nei termini scientifici della relazione di identificazione il problema dell'ordine e il problema del morale (leggi: delle truppe): cioè questo incantesimo destinato a riassorbire interamente le angosce e le paure di ognuno in una solidarietà di gruppo per la vita e per la morte, di cui gli esperti dell'arte militare detenevano fino ad allora il monopolio".
Esperti, come il resto del testo dice, sono i nazisti, per eccellenza. Per la psichiatria inglese si tratta di trovare un sistema completamente diverso per venire a capo della demoralizzazione. La group therapy ha rappresentato quest'altro sistema ed ha avuto ragione del sistema incantatorio tedesco. Si trattava, inizialmente, di tirar fuori qualcosa dagli innumerevoli disadattati, delinquenti, nevrotici, che affluivano nel 1940 negli ospedali inglesi. Non ho intenzione, di dirvi seguendo Lacan, ciò che hanno fatto i 250 psichiatri incaricati di risolvere il problema. Insisterò invece sul fatto che questi psichiatri hanno risposto alla pressione dell'emergenza. Secondo me si tratta di un punto importante. Che fare di fronte alla massa di richieste di entrare nei gruppi? Due cose. Si può indurre questo o quello ad una richiesta di analisi individuale e lasciare che la maggior parte si arrangi da sola. È


anche possibile accogliere la maggior parte in gruppi, facendo così fronte all'emergenza.
Non mi propongo di mostrare di cosa, nella nostra società, vi è urgenza. Un'urgenza che, pur non essendo di tipo bellico non è urgenza minore. Ognuno può pensarvi per proprio conto. Mi limiterò tuttavia ad affermare che la rottura totale e definitiva di ogni legame religioso svuota questo necessario ancoraggio del soggetto ad un tessuto simbolico e lo separa necessariamente da ogni gruppo. Non serve a nulla costringere l'individuo così separato a rientrare nell'ordine. È sufficiente, dice pressappoco Lacan seguendo gli inglesi, permettergli di riallacciare una possibile "identificazione orizzontale" (e cioè non verticale, identificazione rivolta al capo) raggruppandoli tra loro. In questo consistono appunto i nostri gruppi. Tutti i reietti possono venirvi a costituire una sorta di Società (che tuttavia non è fine a se stessa) accanto alla società esistente. In questa provvisoria società terapeutica ogni opposizione alla vita del gruppo, ogni delinquenza — così l'abbiamo chiamata nel nostro libro — viene intesa come resistenza, in senso freudiano. "Su questo dato, dice Lacan egli (lo psichiatra psicoanalista) si proporrà di organizzare la situazione in modo da forzare il gruppo a prendere coscienza delle proprie difficoltà di esistenza in quanto gruppo". Naturalmente non vi sono né ordini né sanzioni. Ogni volta che si fa appello al suo intervento, aggiunge Lacan, Bion, in quanto psicoanalista, rimanda la palla agli interessati". Non si punisce. Non di meno non si sostituisce l'oggetto deteriorato, rubato, o perduto. Spetta al gruppo dare uno sbocco a ciò che è avvenuto.
Invece nella vita di tutti i giorni ogni gruppo sociale o familiare risponde affettivamente e giuridicamente, aggravando così la frattura e provocando il rafforzamento della difesa e della nevrosi.
In un gruppo terapeutico l'identificazione orizzontale è resa di nuovo possibile sin dall'inizio, mediante lo stabilirsi di questa condizione comune che è la domanda terapeutica. Non si tratta quindi di omogeneizzazione, come viene detto da qualche parte, un po' affrettatamente nei testi qui ricordati, ma di un tratto comune che rende possibili il processo di identificazione senza che questa, per altro, sia ritenuta dai terapeuti il fine ultimo della terapia ma piuttosto venga utilizzata come un meccanismo utile.
In effetti, la terapia non è mai primaria, risponde ad un male, così come esso si presenta. Concepire una terapia, al di fuori o prima di qualsiasi domanda, è tornare al regno della scienza sovrana, al regno del sapere. Oggi il male è effetto di una marginalità reattiva e provoca una proliferazione di gruppi antireattivi, peggiori della marginalità. Quando un individuo viene bocciato in uno di questi gruppi è facile preda di tutti i tipi di depressione, svalutazione, crisi di angoscia, depersonalizzazione, crisi di suicidio e perfino deliri. La droga non accomoda nulla. Ancora peggiore quella sorta di internamento falsamente rassicurante, in una mediocre istituzione o in una di quelle amministrazioni che sono dei veri e propri manicomi per dullars (5) o per débilards, come traduce Lacan. Chiunque abbia lavorato in un qualsiasi ministero, ad esempio, ha potuto constatare molto rapidamente che in posti di questo tipo sono proprio dei débilards quelli che sgobbano a vita e senza vantaggio di nessuno. Questi, come i vecchi folli nei manicomi, sono irrecuperabili. Se li si toglie dal loro buco muoiono. Tuttavia è più o meno tutto quello che la società attuale


ha trovato per assorbire gli irrecuperabili.
Si impone allora una terapia adeguata che risponde ad una domanda precisa a partire da cui si sviluppa una tecnica singolare: il sintomo è scollamento, e la domanda è: rincollare. Ma i disturbi sono molteplici e senz'altro, nella scala dei mali, lo scollamento sociale duplica lo scollamento sessuale: nemmeno sessualmente, si funziona più.
In effetti, è in gioco, abbiamo detto, il godimento. Un qualsiasi soggetto, una volta riconosciuta la legge dell'Altro, cioè la castrazione, non trova più oggi nella società quell'altro reale, un partner possibile nel godimento. La società è una potenza massiva, totalmente mitizzata, che bisogna conciliarsi o dominare. In essa, l'uomo ritrova la bestia nemica della sua infanzia. Un tempo, l'iniziazione assicurava il passaggio. È oggi compito della psicoanalisi assicurarlo, e lo psicodramma ne costituisce lo strumento più adeguato: strumento di iniziazione. Iniziazione intesa non in senso religioso di iniziazione ad un sapere esoterico detenuto da pochi iniziati, ma nel senso di prova, prova di passaggio offerta a tutti. A questo prezzo il bambino diventa uomo e può godere, sessualmente : con un'altra persona reale. Non vi è più qualche potenza da temere o da rivelare. Vi è solo un reale da trovare.
Abbiamo più volte mostrato come si svolge la prova in psicodramma: mediante la messa in gioco del desiderio in una partita in cui la scelta dei partners costituisce già l'essenziale del gioco. Questa partita, impossibile nella realtà dove la scelta stessa non ha luogo, dato che è lì che inizia, per il malato, la sua malattia (non la sceglie e non è scelto), questa partita è possibile in psicodramma dato che ognuno vi giunge con la stessa domanda e lo sa: viene in un posto dove i giochi non sono ancora fatti, contrariamente a tutti i gruppi sociali costituiti in cui i giochi sono sempre già fatti. In un gruppo di psicodramma, anche il nuovo venuto non ha evidentemente il suo posto prima di arrivarvi ma può pretendere di averlo. Può apertamente chiederlo e farselo. Se non lo chiede, sa che deve prendersela solo con se stesso, dato che è lì per quello. È lì per giocare il suo gioco.

Non è un caso se questi termini del gioco ritornano qui. Non è un caso inoltre se in questo volume, forse composto un po' alla rinfusa, si ritrovino l'una accanto all'altra, oltre a diversi studi clinici, analisi destinate a costituire una "logica collettiva" come il saggio sulla psichiatria inglese, testi scritti verso il 1945.
Stando alla nota messa in fondo al seminario dodici, Lacan aveva iniziato verso il 1945 a scrivere una "logica collettiva". Si trattava di pensare "forme logiche in cui devono definirsi i rapporti dell'individuo nei confronti della collezione, prima che si costituisca la classe ; in altri termini prima che l'individuo sia specificato".
Mi sembra che Lacan cercasse in questo modo di liberare l'individuo dalla classe uniformizzante e cercasse di farlo entrare inoltre in una relazione oggettiva, cioè indipendente da ogni specificazione. La forma logica del gioco si sostituiva a riti più o meno religiosi.


Gli ultimi capitoli del seminario sull'Io, del 1954, contengono d'altro canto il noto apologo dei tre prigionieri e lo studio sulla cibernetica. Che significa tutto questo? Quale ne è la portata? Questo io (moi) che l'individuo brandisce come uno schermo, ma con cui crede di confondersi — e dell'ordine della credenza e dell'immaginario —permette di superare la frattura tra un individuo ed un altro individuo, abbiamo detto. È un mezzo per il soggetto per evitare il proprio decentramento, la propria divisione interna. Ahimè, è anche un modo per evitare il godimento perché vi è godimento solo da soggetto a soggetto. Il taglio che l'individuo opera è, ahimè, efficace. È separato dall'altro. Come fare ricomparire il soggetto e riconnetterlo, senza alienarlo?
Mediante il gioco simbolico. Si tratta di metterlo in grado di giocare. L'apologo dei tre prigionieri ci mostra che il giocare richiede una certa fretta: fretta logica. Questa logica si inscrive nel tempo ed è il tempo dell'altro.


Ecco l'apologo

INSERISCI IMMAGINE      

Vi sono tre prigionieri condannati a morte, tre dischi bianchi e due dischi neri. Avrà salva la vita colui che indovinerà il colore del disco che porta attaccato alla propria schiena.
Non si utilizzano i due dischi neri. All'inizio del gioco i tre prigionieri hanno ciascuno un disco bianco. Ma non lo sanno e i dischi neri hanno tutta la loro utilità perché rendono possibile il gioco. Se due dei prigionieri avessero un disco nero, in effetti, il terzo li vedrebbe immediatamente e saprebbe di avere un disco bianco. Il gioco finirebbe subito. Stessa cosa se uno dei prigionieri avesse un disco nero, perché gli altri due lo vedrebbero e concluderebbero, ciascuno per conto proprio, di essere anche loro probabilmente neri, con una possibilità su due di sbagliarsi. Ma non vi sono dischi neri, quindi ognuno dei tre vede la stessa cosa: due dischi bianchi, e si chiede se lui stesso è bianco o nero. Qui inizia il gioco logico. Ognuno si dice:
Se sono nero, gli altri due vedono un nero e un bianco. Allora ognuno dei due che vede un nero e un bianco può dirsi che se il disco nero fosse il suo sarebbero allora due neri e che così il bianco (il terzo) si dichiarerebbe. Attenzione, non è rigoroso. Si tratta di speculare. Si tratta di supposizioni, di eventualità, in una parola di combinatorie. Non di verità. Si tratta così di pensare ciò che si suppone che l'altro pensi. È necessario il tempo della deviazione. Ognuno si dice: questo terzo (è chiaro che non importa chi, dato che ognuno può fare lo stesso ragionamento) non si muove, sono quindi io il bianco e mi muovo !
Coloro che qui hanno per forza torto sono quelli che non si muovono. Se nessuno si muove nessuno dei tre è graziato. Da cui l'urgenza di rischiare.
Di fatto sono tutti e tre bianchi. Se nessuno si muove, nessuno può concludere nulla. Colui che si muove è dunque colui che nel caso può vincere. Bisogna che ognuno si affretti. Evidentemente può sbagliarsi in assoluto e rispettando pienamente la logica. Ma in questo caso, dato che vi sono solo bianchi, si salva colui che si muove per primo.


Rileggendo quest'apologo ho pensato alle numerose volte in cui ho sentito un partecipante a un gruppo di psicodramma dire "Non ho parlato abbastanza in fretta; tutte le volte è la stessa cosa, un altro parla e dice ciò che avrei potuto dire". In effetti! Una volta che una cosa è detta, sembra ciò che "avrei detto". Ma l'errore sta nel credere che ciò che c'era da dire è stato detto e che è finito. Alcuni scrittori di poco successo dicono analogamente che il contenuto di ciò che è stato detto non deve essere considerato. Solo la decisione del parlare lo deve. È un atto, bisogna farlo a tempo perché c'è l'altro e non si gioca da soli. Tutto lo psicodramma consiste in questo. Il "dramma", oserei dire, si ripete al momento della scelta del partner. Vi sono quelli che non riescono a scegliere, cioè a giocare, cioè a godere.
Da questo punto di vista il contenuto del testo nemmeno in psicodramma deve essere considerato e gli osservatori che lo riassumono o lo tematizzano, sbagliano. L'importante è il gioco. È il gioco che costituisce questa rottura, questa via nel linguaggio stabilito (cioè tutto ciò che si racconta, si descrive) e apre un nuovo spazio vuoto, ma orientato verso l'altro, in cui l'altro è interpellato: ciò che il soggetto allora dice all'altro non ha altra virtù se non l'effrazione stessa, grazie a cui un soggetto si manifesta ad un altro soggetto. È il senso, se si vuole. Il tessuto, sia chiaro, si richiude, si ritesse ben presto in un linguaggio immobile, stagnante. Ma fortunatamente il gioco continua... Il soggetto non è mai costituito definitivamente. Tuttavia è avvenuto qualcosa.
Si tratta qui del tempo logico: chi parla per primo, chi prende la parola, ha ragione. Ha mosso. Vi è necessità logica alla fretta. Dato che effettivamente i tre prigionieri erano bianchi, è quello che si dichiara per primo che avrà salva la vita.
La prima condizione è quindi che i tre abbiano identiche possibilità. Così, in psicodramma, tutti i partecipanti sono là, in funzione di una domanda identica, non nel suo contenuto, ma nella sua forma di domanda : si tratta della domanda terapeutica.
La seconda condizione che rende possibile il gioco è che sia possibile supporre che i due dischi neri fanno parte del gioco. Servono solo a questo. Ugualmente in psicodramma ognuno pensa che il vicino non sia soggetto — perlomeno al suo stesso modo — alla domanda. Lui, non è malato quanto me ! Oppure lui e lui solo non ne è colpito. Questa pretesa all'eccezione lo pone fuori gioco. È compito dei terapeuti accordare questa domanda fino a farveli entrare.
La terza condizione è che ognuno ignori quel che ha sulle spalle : dirò il suo inconscio. È costretto a supporlo supponendo quel che ne pensa l'altro. È la deviazione mediante l'altro. In psicodramma, quando uno si rivolge ad un altro lo fa in effetti per chiedergli chi egli sia, lascio tutta la sua ambiguità alla parola egli.
In psicodramma è quindi il luogo in cui una parola può essere rischiata in fretta, da chiunque se la sia vista ritirare o negare e non possa più metterla sul tappeto. È il momento della decisione. La parola qui è un atto. È fondatrice del soggetto nel suo rapporto con l'altro, e li impegna. Anche se il rapporto, una volta fondato, tende a divenire, qui come altrove, un'istituzione. In psicodramma, perlomeno, il terapeuta ha la funzione di romperla nuovamente e di rilanciare il gioco. Non siamo in effetti nella


società istituita. Il terapeuta vi svolge la funzione di porta: porta, dice Lacan, che deve non restare aperta o chiusa, ma aperta e chiusa. È il simbolo dei simboli. Bianco/nero, 0/1, si/no, presenza/assenza, l'importante è l'alternativa e la scelta di chi si pronuncia. La stessa alternativa è al principio della macchina cibernetica su cui Lacan si sofferma a lungo. Vi è quindi una continuità nella ricerca di una forma logica del gioco in Lacan, ricerca che si può far cominciare dal Fort-Da freudiano e finire nel nostro gioco psicodrammatico, anche se Lacan ha potuto dire che la pratica psicodrammatica "non aveva alcun rapporto con la pratica analitica"; è chiaro infatti che pensava a Moreno e alla sua catarsi, che noi, fin dall'inizio, abbiamo scartato. Forse avremmo potuto essere ancora più prudenti e avremmo dovuto scartare il termine stesso di psicodramma per sostituirgli quello di analisi in gruppo.
Non ho voluto, d'altra parte, trarre dalla nostra parte un vecchio testo di Lacan (1945) per fargli dire ciò che forse non direbbe più. Mi ha sollecitato, a farlo con forza, il fatto che, come Freud, Lacan abbia affrontato in un certo momento il problema della deconnessione del soggetto e di una adeguata terapia in gruppo, anche se in seguito hanno scelto la via dell'analisi individuale. Mi sembra che la ragione di questa scelta sia chiara: il narcisismo del soggetto, il suo rifiuto di castrazione e il suo ritiro nell'immaginario sono fatti strutturali e non l'effetto dell'organizzazione sociale. La terapia deve prendere sul proprio conto questa struttura e l'analisi, che mette alle prese un analista sempre oggetto (a) (6) ed un analizzante sospinto nei suoi trinceramenti, dovrebbe essere sufficiente. Inoltre, l'analizzante, sospeso nella solitudine totale del legame analitico alla sola persona dell'analista, è esposto ad una regressione che lo psicodramma non permette. Restano, tuttavia, i grandi schizofrenici.
Inoltre, quando vi è urgenza e quando l'apparato terapeutico è sommerso dalla domanda di tutti gli individui rimossi dalla società, allora l'analisi individuale non basta più. Negli ospedali e altrove che può fare in realtà lo psicoanalista?
Il mondo si divide tra delinquenti e super-adattati. Non vedo altra soluzione possibile che il nostro psicodramma per evitare la morte del soggetto.
Sono rimasta colpita nel leggere, scritte da Lacan, le formulazioni più o meno identiche a quelle che eravamo stati indotti a fare. Ci deve pur essere qualche necessità a fare e dire quel che diciamo e facciamo.
Per finire ritornerò su quei termini di 'sociologico' e di 'sacerdozio' che usa Lacan per cercare di determinare quale potrebbe essere il ruolo di una tecnica che venisse a capo dell' "autonomous ego". Ho proposto con reticenza iniziazione. Erano i riti di passaggio a strappare l'adolescente dal suo regno immaginario e a costringerlo, a rischio di morirne, ad entrare nel mondo reale degli adulti. La cosa più evidente che poteva vivere durante la prova era il fatto che lasciava il mondo dell'amore, il mondo materno, e che la morte era sulla soglia del reale nell'altro —sapete che esisteva un rischio di morte a volte reale in questi riti, o perlomeno una grande sofferenza. A prezzo di questa morte la Società degli uomini lo riconosceva uomo.
So di parlare al maschile. So anche quale massa di nodi il femminile mette in luce, a partire dal momento in cui si toccano questi


problemi. Forse l'antica società, l'antica iniziazione, non potrebbero resistere oggi al disprezzo delle donne. È chiaro infatti che l'adolescente usciva dal mondo delle donne per entrare in quello degli uomini, proposizione che oggi non ha quasi più senso. Lascerò a margine questo aspetto del problema.
Vorrei riprendere, per finire, una riflessione su cui Lacan è tornato a più riprese : viviamo sempre come se l'io, l'individuo, il gruppo, l'uomo, la donna, fossero ugualmente quel che sono sempre stati, non riusciamo ad immaginare altro. Rifabbrichiamo il passato secondo le nostre coordinate. Questo è il sapere, ed è sempre falso. L'individuo oggi è un soggetto che rifiuta la divisione del soggetto e per cui il taglio non passa all'interno di se stesso, direi, ma tra lui e il gruppo. Questo taglio immaginario su cui si istituisce, come istituzione nel senso di P. Legendre, un individuo autonomo, è evidentemente effetto della struttura del soggetto, ma coniugato oggi con un'organizzazione sociale totalitaria che permette di scegliere solo tra adattamento e morte. Il posto della tecnica analitica di gruppo è proprio in questo punto preciso: propone un'iniziazione, un passaggio al reale, condizione del godimento, di cui l'etica analitica ha fatto un imperativo. Un soggetto possibilmente vi si scopre, mentre il rifiuto del godimento è implicato da un lato dall'individuazione, e dall'altro dalla massificazione. Entrambi pongono un'unità immaginaria ed anche mitica al posto di un soggetto a venire.
A questo prezzo, il soggetto è evidentemente assicurato che non accadrà mai.
La psicoanalisi in gruppo, quale l'abbiamo definita con il nome di psicodramma, è sicuramente la tecnica atta a riconnettere questo legame intersoggettivo, difficile, questo è vero, da definire. Ma in psicoanalisi, non si tratta di definire, si tratta, ha detto da qualche parte Lacan, di intervenire. Così che un Pericle, il quale —sembra —interveniva come si doveva in una situazione data, potrebbe essere detto psicoanalista, per riprendere una battuta di Lacan.
Gli psicodrammatisti sembrano intervenire in questo momento, data la situazione, nel senso giusto. È quindi qui che, probabilmente, c'è psicoanalisi.


(1)Jean Clavreul, L'ordre medical, Seuil, Paris, 1978.
(2) G. e P. Lemoine, Le psychodrame, Laffont, Paris, 1972 (Trad. it. Lo psicodramma, Feltrinelli, Milano, 1973).
(3) Cfr. J. Lacan, Le Seminaire 2, (1954), Seuil, Paris, 1978.
(4) Cfr. J. Lacan, La psychiatrie anglaise et la guerre (con la discussione successiva) in "Evolution Psychiatrique" n.l, 1947, pp. 293-318.
(5) In inglese sta per stupido, deficiente.
(6) a piccola - distinta dalla A grande (quest'ultima simbolizza l'Altro, come luogo del significante), la a piccola simbolizza in parte 1' "oggetto" freudiano come oggetto della pulsione. In Lacan però la a non è semplicemente l'oggetto capace di soddisfare
la pulsione (per esempio, la tetta per la pulsione orale, ecc.), ma anche la causa del desiderio, ciò che lo sferra. L'oggetto pulsionale d'altra parte si riferisce ad a nella misura in cui quest'ultima non è in ultima analisi alcun oggetto reale (l'oggetto desiderato è sempre costituito di qualche altra cosa), ma un "oggetto" restringibile infinitesimamente, fino ai limiti del nulla (mai semplicemente "nulla" ma tutt'al più "nonnulla"). È quindi ciò che sempre manca al soggetto per soddisfarsi, per "essere", ma anche in qualche modo ciò che prende il posto di questa mancanza, o ammanco (l'oggetto, quindi, è al posto di un ammanco fondamentale ): è questa "mancanza" ciò che è alla radice del desiderio umano (N.d.S.B.).


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SUMMARY /RESUMÉ /ZUSAMMENFASSUNG / RESUMEN

Play and pleasure
The Author studies the function of psychodrama from an historical and sociological point of view. His aim is neither adaptation to the social order nor the sort of change which is properly a political concern. Psychodrama seeks to bring pleasure in life to participants who have got nothing more in common than the fact that they all nave requested therapy.
Referring to Lacan's story of the three prisoners, the Author shows that dramatic play implies mutual choice and mutual recognition. In psychodrama, no word is definitive ; any word may be challenged at any point.
In many ways, psychodrama can bring about the sort of social integration which once upon a time was entrusted to initiation rituals.

Jouer - jouir
L'A. considère la fonction du psychodrame d'un point de vue historique et sociologique. Son but n'est ni l'adaptation au social ni la pratique d'un renouvellement qui reste de compétence politique. Le psychodrame vise à permettre la jouissance chez les participants qui n'ont en commun que leur demande de thérapie. En référence a l'apologue des trois prisonniers de Lacan, l'A. montre comment le jeu dramatique implique un choix et une reconnaissance réciproques. Dans le psychodrame aucun mot n'est définitif mais tout mot au contraire peut sans cesse être remis en jeu. Par bien des côtés, le psychodrame permet ce passage a la société qui autrefois était confié aux rituels d'initiation.

Spielen - geniessen
Der Autor betrachtet die Funktion des Psychodramas vom historischen und soziologischen Standpunkt aus. Seine Absicht ist weder die Abrichtung des Subjekts auf das Soziale noch eine Erneuerung, die in den Zuständigkeitsbereich der Politik gehört. Das Psychodrama trachtet danach, den Beteiligten den Lebensgenuss zu ermöglichen, die einzig infolge ihres Ersuchens um Therapie in der Gruppe vereint sind. Hinsichtlich der Apologie der drei Gefangenen von Lacan legt der Autor dar, wie das dramatische Spiel eine Wahl und gegenseitiges Erkennen in sich schliesst. Im Psychodrama ist kein Wort endgültig, sondern kann fortwährend in Frage gestellt werden. In mancher Hinsicht gestattet das Psychodrama jenen Eintritt in die Gesellschaft, der in früheren Zeiten den Initiationsriten vorbehalten war.

Jugar - gozar

El Autor considera la funciòn del psicodrama desde un punto de vista històrico y social, su objetivo no es ni la adaptación del sujeto a la sociedad ni una Renovaciòn carente de competencia polìtica. El psicodrama se propone permitir el goce en la vida de los participantes reunidos en el grupo sólo a partir de su pedido de terapia. En referencia a la fàbula de los tres prisioneros de Lacan, el Autor muestra como el juego dramàtico implica una elección y un reconocimiento recìprocos. En el psicodrama ninguna palabra se define pero puede ser puesta en juego repetida y continuamente. En muchos sentidos, el psicodrama permite al sujeto ese pasaje a la sociedad que en una època se confiaba a los rituales de iniciación.

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