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LA FEMMINILITA' COME MASCHERATA di Gennie Lemoine

Ho scelto, per parlare dell'apparenza femminile, il titolo che Joan Rivière aveva dato, nelle discussioni degli anni 1928-30 in Inghilterra, al suo articolo sulla femminilità.
Si tratta più di ciò che si nasconde dietro la maschera che della maschera femminile — della mascherata della donna con i suoi trucchi e abiti —, si trattava, in una parola, della sua mascolinità.

La maschera servirebbe ad evitare la vendetta dell'uomo, a dissimulare la sua profonda aspirazione al dominio.
Il che vuol dire adottare qui un punto di vista che afferma il primato del fallo, e senza alcun dubbio ognuno aspira a possederlo. Ma è anche trascurare ciò che la femminilità ha di specifico, così come ci indica la clinica.
Esporrò brevemente il punto di vista di Joan Rivière. Vi apporterò, subito dopo, una modifica: la mascherata non è soltanto una difesa, è la conseguenza dell'Edipo femminile

I - L'articolo di Joan Rivière

"II lettore può chiedersi come io possa distinguere la femminilità vera ed il mascheramento. In realtà non sostengo che una tale differenza esista".
Per illustrare questa tesi Joan Rivière cita il caso di una giovane donna che ha avuto in analisi. La colloca nel primo gruppo di donne omosessuali descritte da Jones: queste donne non si interessano alle altre donne ma desiderano veder riconosciuta dagli uomini la propria mascolinità e desiderano essere loro pari, cioè desiderano essere loro stesse degli uomini. La donna di cui si parla era una propagandista militante, conferenziera di grande talento. Si era sposata tardi, a ventinove anni, ed era fermamente decisa ad ottenere dalla sessualità tutte le soddisfazioni che una donna si può attendere. Le ricevette dal marito — eccetto che nel periodo dell'analisi, in cui si accorse di identificarsi con lui —, sia perché lo voleva castrare sia perché si sentiva castrata. Divenne frigida per qualche tempo.
In uno dei suoi sogni "una torre posta in alto su una collina crollava e stava per schiacciare gli abitanti di un villaggio situato in basso, ma gli abitanti del villaggio si mettevano delle maschere sul volto e sfuggivano così alla catastrofe".
"La sua femminilità dunque potrebbe essere assunta e portata come una maschera sia per dissimulare l'esistenza della mascolinità sia per evitare rappresaglie temute..."
In realtà questa donna soffriva di angoscia: "Nonostante il suo innegabile successo, le sue qualità intellettuali e le sue doti pratiche, la sua capacità di interessare l'uditorio e di affrontare una discussione, la notte successiva (alla conferenza) veniva abitualmente colpita da uno stato di eccitazione e di apprensione, dalla paura di aver commesso una gaffe o una goffaggine, e sentiva un bisogno ossessivo di farsi rassicurare. Questo bisogno la portava compulsivamente a sollecitare l'attenzione e a provocare dei complimenti da parte di un uomo, o di più uomini, alla fine delle riunioni a cui aveva partecipato o durante le quali aveva svolto il ruolo principale". Questi uomini indubbiamente erano delle figure paterne, presso cui cercava rassicurazione, ma che cercava anche di sedurre, flirtando o provocandoli. L'analisi rivelò che voleva allontanare da sé la loro vendetta per le sue imprese intellettuali.

Non faceva che realizzare così la vecchia fantasticheria della sua giovinezza e adolescenza trascorsa nel Sud degli Stati Uniti. "Era sola in casa, terrorizzata, un negro entrava e la trovava mentre stava facendo il bucato: cominciava a guardarla, a carezzarle le braccia, il petto. Il senso di questo sogno era il seguente: aveva ucciso il padre e la madre, ed era così diventata proprietaria di tutti i beni". Temeva le possibili rappresaglie e si difendeva recitando un ruolo ancillare, cancellando così la colpa dei suoi atti e travestendosi da "donna castrata".
La maschera della sottomissione femminile le assicurava così l'impunità.
In realtà solo il padre avrebbe potuto assolvere la sua colpa per il trionfo sui due genitori: se lui avesse sancito il suo possesso di un pene, riconoscendolo sarebbe stata salva. Con questo riconoscimento le dava il pene, lo dava a lei piuttosto che darlo alla madre. Qui è la faglia: era necessario che il padre sancisse la sua possibilità di avere il pene. È ciò che avvicinava la donna omosessuale alla ragazza che attraversa un Edipo normale: "La donna normale come la donna omosessuale desiderano il pene paterno e si ribellano contro la frustrazione (o la castrazione); ma una differenza essenziale sta nell'intensità del sadismo".
Così in questo caso clinico, il sadismo rinforzava la rivendicazione fallica; questa rivendicazione, del tutto normale, rivestiva, per temperare l'angoscia, lo schermo della mascherata.

II - La mascherata in quanto effetto della femminilità

Può essere allettante ribaltare la tesi di Joan Rivière e mostrare l'aspetto non difensivo ma simbolico della mascherata — mostrare che il narcisismo femminile è la condizione per ottenere il riconoscimento da parte dell'uomo.
La donna non ha, dice Gennie Lemoine, lo stesso rapporto che ha l'uomo con lo specchio: se vi entra dentro non ne esce più.
Che cos'è la star? Aggiungeva nella sua conferenza alla Scuola Belga di Psicoanalisi. Perché la sua immagine può divenire per lei realtà nel senso della follia; se si prende per questa immagine vi è preclusione del simbolico. L'immaginario non entra più nel circuito di cambio del simbolico. Lacan ci dice che ciò che è rigettato dal simbolico ricompare nel reale. Qui l'immagine si propone come reale, cioè come ciò che può essere ratificato solo dall'altro come reale e non come quel relativo che entra nello scambio simbolico. È da prendere o lasciare, sia chiaro da prendere e non da lasciare, altrimenti è il fallimento e la solitudine, la sua maschera diventa inutile. Questa donna, pazza del proprio corpo, incontra ormai nell'altro solo ciò che il suo delirio le propone;
Sylvie ha preferito il delirio. Ha fatto ricorso ad un chirurgo di chirurgia plastica che le ha rifatto il naso e rimodellato il seno. Nel gruppo non si è mostrata ingombrante, piuttosto silenziosa, e pochi interventi. Ma lei si vedeva vedersi, vi si trovava come nel suo specchio. Era figlia di un doganiere di Dieppe ed era venuta a Parigi perché non sopportava di vivere in una piccola città: senza


dubbio il pubblico della cittadina non era alla sua altezza. Nel suo gruppo di psicodramma non ha fatto alcun progresso, benché il suo transfert sul terapeuta maschio fosse stato chiaramente positivo. Scrisse a lui dall'America quando dovette essere ricoverata. È stata rimpatriata delirante, non era riuscita ad adattarsi alla nuova vita che le sue illusioni le promettevano.
Dato che l'immaginario era ancora la sua unica modalità di rapporto con il reale, non le era rimasto altro da fare che delirare quando la delusione e la durezza dell'esistenza l'avevano costretta a confrontarsi veramente con gli altri. Le era più facile sognare la propria vita nel suo paese di origine.
Il suo dilemma è esemplare. Quando si lascia prendere dalla propria apparenza, la donna incontra il delirio, ha perduto i suoi punti di riferimento.
Quali sono questi punti di riferimento? Senza dubbio alcuno, quelli del discorso comune: quelli del simbolico.
Ma la donna affronta questo discorso come lo affronta l'uomo? Il suo sdoppiamento narcisistico non fa forse sì che questo discorso sia anche un discorso del suo doppio?
II doppio narcisistico da cui non giunge mai a staccarsi è la madre, al tempo stesso oggetto di identificazione per ciò che è, e di odio per ciò che non ha — questo pene che le rimprovera di non averle trasmesso. La clinica dimostra che non si stacca facilmente né dalla sua identificazione né dalla sua privazione. Per questo non esce facilmente dallo specchio in cui il suo problema l'ha fatta penetrare. Come separarsi da questa altra donna se costei è anche se stessa?
Però detesta questo doppio perché non l'ha fatta tutta, cioè completa. Così è ricorsa talvolta alla chirurgia e talvolta al delirio che le procurano questo complemento. Si ama nello specchio per compensazione, vi trova ciò che le manca, in mancanza dell'organo la bellezza; lei diviene il fallo.
Normalmente il distacco dal doppio materno si verifica relativamente tardi. Dopo una recrudescenza dell'Edipo nell'adolescenza la ragazza riproduce con il primo coito l'assassinio edipico di questa madre odiata-amata.
Diventa donna e assume ormai per proprio conto una femminilità di cui la madre dell'Edipo rimaneva garante, e la cui promessa era costituita dal padre.
La ragazza quindi preferisce alla fine il padre a causa dell'odio per la madre e della ferita narcisistica che questa le ha inflitto facendola donna. La promessa non è il possesso. Questo dono del padre le viene di continuo ritirato dalla madre. Così accade, come dimostra il caso clinico di Joan Rivière, che non potendolo avere per sé si identifica in lui. L'identificazione appare dunque secondaria allo sdoppiamento e non primaria. È un modo per assicurarsi l'amore e per mantenerlo in fondo a sé. Si identifica con un tratto: possiede il pene del padre e può così soppiantare la madre e vendicarsi.
Ma se si prende per un padre che ha eletto a modello, la ragazza si inganna una volta di più: è destinata all'omosessualità. Secondo Jones si presentano due alternative:


- Rimane virile e nella concorrenza con gli uomini vuole essere la più forte. La mascherata femminile le serve allora per fingere di avervi rinunciato, per sfuggire l'angoscia, per non attirarsi la vendetta degli uomini. È il caso che Joan Rivière porta ad esempio.
- Oppure rinuncia alla propria femminilità e la assumerà attraverso le altre donne. Come nel caso di omosessualità femminile presentato da Freud, in cui la sfida è lanciata al padre considerato inadeguato a rispondere al suo desiderio di donna (in seguito alla sua delusione per la nascita di un altro bambino).

Come dice Jones, rinuncia al proprio sesso per non rinunciare al padre.

II senso della deflorazione è invece il seguente. La ragazza rinuncia al fallo del padre per il pene dell'uomo ed abbandona contemporaneamente l'identificazione con il padre e la speranza della promessa. Il pene funziona indubbiamente come rappresentante simbolico del fallo, ma non è il fallo unico del padre dell'Edipo. Le permette di sfuggire al vuoto e diremo che in fin dei conti attorno al vuoto si struttura l'Edipo femminile.
Ma cominciamo col prendere due esempi clinici. Chiariscono il fatto che questo vuoto rende la donna avida di simbolizzazione. Il narcisismo dello specchio non può, in effetti, riempirla, a meno che un uomo non prosegua il padre e la madre, per sancire ciò che lei stessa vi proietta. Il pene non prosegue il fallo paterno e le appartiene solo se l'uomo la riconosce come donna. Contrariamente all'uomo che, saturato di simbolico, — in quanto esce dall'Edipo mediante la castrazione, — trova nell'immaginario, nell'oggetto del suo fantasma, il desiderio che sosterrà il suo godimento fallico.
I nostri due esempi sono volti a mostrare in che modo, clinicamente, in psicodramma si può identificare nella donna ciò che è peculiare dell'Edipo femminile.

Primo esempio:
Benché sposata e madre, Denise aspetta sempre l'uomo che la rivelerà a sé stessa, l'uomo che la riconoscerà come sua figlia. Non è infatti ancora donna, ancora non ha rinunciato alla promessa del padre. Questa è una rimanenza del suo Edipo. Joan Rivière parla di riconoscimento da parte del padre come caratteristica dell'Edipo femminile. Ma quando la trafila è normale la soluzione avviene grazie all'incontro con un uomo. Che cosa, nella sua storia, ha impedito a Denise di rinunciare al padre? La seduta permetterà solo di intravederlo.
Denise ci dice: "Credo di essere incinta. Come fantasia mi piacerebbe. Se fosse realtà mi darebbe fastidio". Che cosa ci vuoi dire? Lei stessa lo ignora, Ciò che sappiamo di lei ci fa pensare che: dato che si è distaccata dal padre il fantasma di avere un bambino le piace. Ma la realtà — averlo con il marito — le spiace. Tale è la differenza tra il bambino simbolico e il bambino reale:


l'uno, promesso, appartiene al padre, l'altro, reale, al marito. Ma mentre il marito la infastidisce, Denise ammira invece il padre.
Quando ci parla del suo lavoro ci presenta un discorso analogo.
Nel medico capo-reparto, figura paterna, cerca più un riconoscimento di sé stessa come figlia che un'approvazione del suo lavoro. Quando ci rappresenta la scena dello staff in cui è presente la moglie del suo capo, non le presta la minima attenzione. È invece tutta tesa verso di lui e non esprime alcuna opinione che potrebbe dispiacergli. Tuttavia non lo stima. Quello che lei cerca è il riconoscimento attraverso l'istanza che egli rappresenta, simbolicamente è un personaggio paterno.
Siamo lontani dalla donna di cui Joan Rivière ci ha raccontato la storia. Questa donna sta ripetendo la scena del riconoscimento che le permetterà di completarsi simbolicamente grazie alla promessa paterna. Attende sempre il fallo, in mancanza del quale il pene non può prenderne
il posto per rappresentarlo.
Si tocca con dito come la promessa del padre sia un importante punto di passaggio dell'Edipo femminile. Rimasta fissata a questa tappa dell'Edipo, Denise ha trovato nel suo matrimonio solo un fragile equilibrio. E le depressioni, a cui non può sfuggire, mostrano quale ruolo non può essere svolto.
Ma la via intrapresa da Denise non è l'unica, ne esistono altre. Lo metterà in evidenza il nostro secondo esempio.

Secondo esempio:
L'evoluzione di Artémis è completamente diversa. Il suo caso è interessante perché lo psicodramma, in due sedute, è riuscito a farle prendere coscienza del senso del suo rapporto con il doppio materno e della significazione del suo rapporto con il pene dell'uomo.

La prima scena si svolge nella stanza da bagno:

- Cara, le dice la madre, esci spesso con Adrien. Spero che non andiate a letto insieme.
- Ma sì, risponde tranquillamente Artémis, che vuoi che facciamo?
"Era il piacere della provocazione", ci dirà. "Per mia madre la verginità è sacra. Le sue concezioni erano lei stessa. Le dovevo dire di non essere lei. Era una lotta a morte per la vita contro questa madre soffocante. Si trattava o di ucciderla o di scomparire, essere divorata.
La cosa più difficile è stata il non appartenerle più come corpo".
Artémis ci dice quanto fosse per lei importante il rapporto con il doppio materno. Fino all'adolescenza avevano vissuto


un'identificazione reciproca. Dato che l'identificazione della figlia con la madre finisce sempre per ribaltarsi, la figlia finì col portare nel corpo le speranze della femminilità della madre, che rivisse attraverso di lei i suoi debutti nella vita.
Dopo la scena del bagno Artémis provava soddisfazione ad essere donna. Aveva assunto la sua femminilità rompendo il suo legame di identificazione reciproca, sbarazzandosi della protezione del doppio materno. Ma l'angoscia che la stringe mostra appunto quale difesa costituisse il narcisismo in questa identificazione speculare, e che cosa le fosse mancato per essere una donna completa: l'approvazione del padre. Veniamo a sapere che ha ricevuto solo quella del nonno materno. Grazie a lui fece dell'equitazione, nonostante la cattiva volontà materna; il nonno era un appassionato di questo sport; le regalò inoltre un frustino contro il parere di sua figlia. Simbolo tuttavia insufficiente. "Fino ad allora era stata una ragazzina coccolata. Mi è venuta l'idea della morte quando ho pensato che il mio corpo mi apparteneva". Aveva tra i dodici e i quindici anni quando si dava all'equitazione.
La scena del bagno a diciotto anni, fu dunque il compimento del suo distacco materno; il dono del frustino ne aveva costituito il preludio.
Ma Artémis, se ha ottenuto l'autorizzazione di un uomo, il nonno, non sembra aver avuto il riconoscimento del padre. Il nonno l'ha solo aiutata a staccarsi dal doppio materno, non è stato il supporto della promessa paterna, non ha ribaltato l'odio che ogni ragazza, nell'adolescenza, sente contro la madre.
L'altra scena, recitata con il marito, ci fa vedere come ha cercato di trovare attraverso la loro relazione l'intermediario simbolico che le è mancato.
Vi riproduce la sua domanda di bambina insoddisfatta dal padre.
"Desidero avere un bambino finché sono giovane, perché abbia una madre giovane" gli dice "Bisogna sempre forzarlo, quest'uomo! di fronte a lui mi sento impotente!".
Artémis dipende ancora da lui per diventare donna. Egli le oppone la stessa inerzia che Artémis ha opposto al terapeuta quando si è trattato di rappresentare la scena. Sicuramente si tratta dell'inerzia paterna. Artémis non ha scelto questo marito a caso. Nella scena emerge la stessa collera che provava durante il loro incontro mancato, ripetizione della promessa mancata del padre. Ma prendendo l'iniziativa fa un passo in avanti: si identifica con il padre, rinuncia ad attendere il bambino simbolico, e da a se stessa il bambino reale.
La sua evoluzione può essere così riassunta: dopo aver vissuto la sua femminilità attraverso un'altra donna — ma nello specchio e non per procura, come nel secondo caso delle omosessuali di Jones — non ha potuto assumerla dal punto di vista di un padre che le è gravemente mancato.
Per supplire alla carenza simbolica di questo padre si è identificata con lui ed ha recitato tutti i ruoli: quello della moglie, quello


del padre e quello dell'uomo. Ma rimane angosciata —prova che una mancanza non è stata colmata simbolicamente. Era rimasta sterile fino agli ultimi tempi. Sembra che le due scene abbiano agito, perché è rimasta incinta nel periodo in cui le rappresentava.
"Questo mi ha fatto credere allo psicodramma!" dice Artémis, seria a metà. In effetti, da due anni aspettava questa gravidanza.
Quando ancora non sapeva di essere incinta, ha sognato di fare una passeggiata a cavallo in una foresta. Arrivava ad una locanda, il cavallo è scomparso, ma lei è diventata un uomo che solleva la serva della locanda.
Si è operato un "cambiamento di sesso" (1). E non è la trasformazione meno strana di questa introiezione del pene sotto forma di bambino.
Questi due esempi dimostrano come l'Edipo femminile, se vira a volte verso la mascolinità, come sostiene Joan Rivière, utilizza a questo fine molteplici percorsi, e dimostrano l'importanza che riveste la promessa del padre. Il primo esempio illustra in modo illuminante come là si trovi la fissazione, contro cui va ad urtare la ragazza.
Il secondo mostra che l'angoscia di cui si lamenta Artémis attiene ad un augurio a cui solo un riconoscimento simbolico può dare vero senso.
Così, quando una donna riveste gli orpelli orripilanti (horripeaux) che il suo narcisismo ci propone, ricerca semplicemente il riconoscimento da cui dipende e la cui prima tappa è stato il riconoscimento da parte del padre. A questo serve la mascherata, innanzitutto. Grazie a questo primo riconoscimento la ragazza può staccarsi senza pericolo dal doppio materno e da una identificazione reciproca che l'aliena.
Dopo aver ricevuto simbolicamente il fallo paterno, la ragazza può desiderare il pene dell'uomo che le darà il bambino reale (e non più simbolico). La promessa allora può cambiare di senso: si passa dal simbolico al reale. Un reale, dopo tutto, è intercambiabile, un pene vale l'altro. Invece il simbolico non lo era: vi è solo il fallo paterno. La mascherata diventa il tramite immaginario proposto dalla donna all'uomo per simbolizzare il suo vuoto vaginale — vuoto che è fonte di angoscia e di depressione. La femminilità è cosa dell'uomo.
La donna si sforza di essere un'immagine di questa immagine per corrispondere al desiderio dell'uomo ed è sempre separata, sempre sdoppiata, salvo ad entrare nella follia.
Solo nell'uomo trova il senso di questo vuoto che cerca di mascherare.
Sballottata tra l'immagine di sé che è promessa dell'uomo, e l'identificazione con il padre, palliativo della promessa quando questa è venuta a mancare, la donna è dunque divisa tra il credere alla sua immagine che le procura il pene reale (e il bambino dell'uomo), e il prendere questo pene lei stessa, ma a prezzo di quale angoscia!
In questo senso, senza dubbio, si può parlare della sua bisessualità. E non unicamente nel senso di Joan Rivière: la sua paziente, nell'esempio clinico che ci presenta, fa l'uomo.


Conclusione

La promessa paterna e la mascherata
Non abbiamo quindi concordato con Joan Rivière quando sosteneva che la femminilità è una mascherata destinata a coprire il desiderio di mascolinità della donna. Abbiamo sostenuto che la mascolinità è una compensazione e la mascherata è una conseguenza della femminilità.
Il padre, e poi l'uomo, danno alla femminilità il suo sigillo.
Abbiamo mostrato che l'identificazione maschile è un mezzo per sopperire ad una carenza dell'Edipo: viene a colmare la mancanza della promessa paterna.
In realtà la femminilità corrisponde ad un vuoto ben più radicale, ad un vuoto difficilmente assimilabile. Perché avvenga il desiderio che rende simbolica questa mancanza angosciante, la ragazza si identifica in un primo momento con la madre: si fa, come la madre, oggetto del fantasma dell'uomo.
Il che fa sì che non sempre esca dallo specchio.
Se a partire dal vuoto primitivo la donna è completamente votata al simbolico, dove deve alla perversione dell'uomo il fatto che debba farsi oggetto immaginario del suo desiderio. Impara dalla madre questa perversione, l'identificazione con il doppio materno le fa trovare nello specchio la maschera da portare per essere amata.
Diventare un'immagine che risponda di lei, un doppio che si esprima in sua vece, tale dunque è il mezzo di cui la donna dispone per rispondere all'aspettativa maschile. Ricrea il proprio volto.
E facendosi immagine diventa il motore della parata virile.


(1) Gennie Lemoine, "La querela delle donne" in Atti dello psicodramma. 1976, II, pp. 5-24.


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SUMMARY /RESUMÉ /ZUSAMMENFASSUNG / RESUMEN

Femininity as masquerade
According to Joan Rivière, femininity is always a masquerade, intended to cover up every woman's desire to be masculine. The author challenges this theory, maintaining that masculinity in women is a compensation and that masquerade is a consequence of femininity. The feminine identification is a means of compensating for the lack of paternal promise. A woman, in order to exist as such, must become the imaginary object fo a man's desire or perversion. This is what a girl learns from her mother. She encounters in her mother a mirror-image of herself. And this is the mask that she must wear if she is to be loved by a man.

La féminilite en tant que mascarade
Pour Joan Rivière la féminilité est toujours une mascarade, destinée a recouvrir le désir de masculinité de toute femme. Contre cette thèse, FA. soutient au contraire que la masculinité chez la femme est une compensation, et que la mascarade est une conséquence de la féminilité. L'identification féminine est une façon de suppléer au manque de promesse paternelle. La femme, pour être telle, doit se faire l'objet imaginaire du désir, et de la perversion de Thomme : e "est ce que la fille apprend de sa mère : elle trouve dans le doublé maternel dans le miroir le masque qu'elle est destinée a porter pour être aimée par Thomme.

Weiblichkeit als Maskerade
Pur Joan Rivière ist die Weiblichkeit stets eine Maskerade, dazu bestimmt, das Verlangen nach Männlichkeit zu verdecken, das jeder Frau innewohnt. Demgegenüber vertritt der Autor die Ansicht, die Maskulinität der Frau sei eine Kompensation und die

Maskerade die Konsequenz der Weiblichkeit.
Die weibliche Identifikation ist ein Weg, um das nichteingehaltene väterliche Versprechen zu ersetzen. Um wirklich Frau zu sein, muss sie zum imaginären Objekt des männlichen Begehrens und der männlichen Perversion werden; so hat es das Mädchen insofern von der Mutter gelernt, als es in der Bezichung zu ihr-wie in einem Spiegel die Maske erkennt, die es zu tragen bestimmt ist, will es vom Manne geliebt werden.

La femineidad como mascara o dizfraz
Para Joan Rivière la femineidad es siempre una mascara destinada a cubrir o recubrir el desco de masculinidad de toda mujer. Contra està tesis, el Autor, por el contrario, sostiene que la masculinidad de la mujer es una compensación, que la mascara es consecuencia de la femineidad.

La identificación femenina es un modo de suplir la falta de la promesa paterna. La mujer, para ser tal, debe hacerse objeto imaginario del deseo y de la perversion del hombre: es lo que la nina aprende de la madre en tanto encuentra en el doble materno especular la mascara o el dizfraz que ella està destinada a llevar para ser amada por el hombre.

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