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LO PSICODRAMMA E LA SUA FUNZIONE DI LUTTO di Paul Lemoine

Mi resi conto per caso, una decina di anni fa, della funzione risolutiva del lutto propria dello psicodramma.
Il soggetto aveva perduto il padre molti mesi prima, e, da allora era rimasto di umor nero, depresso. È vero che ne aveva desiderato la morte da sempre. Un gioco lo liberò.

Durante la scena con il padre la sua partecipazione emotiva era stata intensa e gli fu necessario molto tempo per recuperare la calma. Il che, senza dubbio, fece di questa rappresentazione una cosa diversa da una peripezia immaginaria: un atto essenziale.
Mi è stato necessario un periodo di tempo molto lungo per comprendere che erano state le parole dell'io ausiliare che, indotto dal protagonista, avevano agito in questo modo. Il suo discorso mi era sembrato banale, ma era la parola pacificatrice che il soggetto attendeva. Compresi allora che il transfert soprattutto aveva agito. Ora che era troppo tardi, il paziente attendeva da una persona diversa dal padre delle parole o un gesto di liberazione. Non per amare il morto, ma per rimettere in carreggiata il proprio discorso, per ritrovarvi il suo posto di figlio.
Alcuni esempi mi permetteranno di illustrare variamente questo argomento. Tratterò successivamente:
- del lutto per un genitore morto;
- del rapporto tra lutto e delirio - cioè del lutto impossibile;
- del lutto anticipato per un genitore ancora vivo;
- del rapporto tra lutto e melanconia.

Il lutto per un genitore morto

L'azione che si svolge, dunque, l'affetto risuscitato grazie al transfert, una parola che abbia valore di «dire», costituiscono un avvenimento nella recita psicodrammatica. Perché il gioco diventi avvenimento è necessario che esso modifichi l'ordine delle cose: che l'immaginario che mette in scena diventi improvvisamente reale.
Tutti i nostri esempi di lutto sono edipici. Ma esistono altri lutti? L'introduzione dell'oggetto perduto non riproduce forse l'incontro mancato del declino del complesso di Edipo? Anche se si tratta di una ripetizione, interviene però un elemento nuovo, la morte reale, che modifica i dati: il primo assassinio, infatti, come il primo lutto - quelli dell'infanzia - erano soltanto simbolici. Così il lutto lavora per ricominciare questo discorso simbolico.
Ciò che lo ostacola è la proiezione ostile ormai senza fondamento: dato che l'oggetto è scomparso, l'immaginario può solo errare senza mediazione. L'introiezione dei tratti di identificazione, tratti unari benefici, staccati da lui e significanti, cioè oggetti del discorso, è ravvivata e spogliata dei tratti che lo avevano fatto odiare da vivo.
Attraverso una certa «toilette del sentimento», è necessario placare per questo il risentimento e i rimorsi.
L'odio, infatti, quando persiste accanto all'amore, ostacola il processo di lutto.
È qui che lo psicodramma opera mediante il transfert. Più questo è intenso, più il discorso dell'io ausiliare, che gioca il ruolo del morto, assicura la sua resurrezione sulla scena.


Queste parole che, nella situazione, si rivelano parole d'amore, hanno la curiosa particolarità di essere pronunciate da un altro. La risposta è, in effetti, indotta dallo stesso soggetto, a lui fa ritorno attraverso la voce dell'io ausiliare. A volte l'intuizione di quest'ultimo è così profonda che sorprende il protagonista e lo costringe a superare l'incontro mancato, ripetizione di un passato nascosto,per vivere un presente sconcertante ; in breve, per cambiare di piano.

Eccone un esempio:

II padre di Harry, un attore suddito britannico, era emigrato in Francia. Qui non ebbe più un lavoro perché non sapeva recitare in francese. Alla fine della vita fu colpito da afasia e divenne completamente muto, il che rattristò il figlio che lo amava teneramente.
In un sogno, Harry si trovava con la madre, il padre era scomparso. Improvvisamente lei si avvicinava ad un armadio e lo apriva. Dentro c'era il padre vivo ma quasi catatonico, psicotico, che non diceva assolutamente nulla.
Rappresentando il sogno, Harry guarda a lungo l'io ausiliare che rappresenta, immobile e muto, un padre accartocciato. Improvvisamente l’io ausiliare si erge e, contrariamente a quel che era stato detto del sogno, chiama «Harry, fammi uscire di qui!».
La sorpresa di Harry è totale, prova un'emozione intensa di fronte a questa richiesta di aiuto. Che da suo padre, morto un anno prima, possa sorgere una parola, che parli, essendo morto senza dire ciò che voleva, fa di questo gioco un avvenimento; lo scuote il carattere improvviso di una parola attesa, e negata come irrealizzabile, divenuta improvvisamente possibile. Harry aveva assistito impotente all'agonia del padre e quest'ultimo, improvvisamente, lo chiamava di nuovo e gli faceva capire che lo poteva aiutare.
In questo sogno l'afasia del padre è diventata la schizofrenia del figlio - il che è indicativo di come l'inconscio di Harry avesse trasformato i dati facendo del tratto unario di una malattia - il silenzio afasico - una malattia che poteva forse essere guarita, dato che era sua.
Indubbiamente, questa domanda di aiuto del padre è parola d'amore solo per l'amore che Harry gli votava, indubbiamente è anche la ragione per cui un figlio vuole essere presente all'ultimo istante del genitore: perché la parola attesa, di amore o di pace, venga detta, facilitando così l’ingresso del figlio nel discorso simbolico del lutto.
Così un'azione, un'emozione, una parola fanno di un gioco, che era semplice rappresentazione, un fatto del tutto nuovo. Così parola d'amore ha preso qui il posto di un incontro mancato con il padre, e, senza riparare alcunché, ha semplicemente reso possibile l'avvento di una parola, rendendovi possibile l'iscrizione di un discorso: «Per me l'importante - dice Harry ricordandosi la scena - era il fatto che parlasse e che toccasse a me tirarlo fuori».

Lutto e delirio o della morte impossibile

II rapporto nei confronti della perdita di una persona permette di misurare nel modo migliore il rapporto dell'uomo con il simbolico. Si può, ad esempio, negare un lutto (simbolico) senza negare la morte (reale), come ad esempio un paziente delirante, poi guarito, che sebbene avesse saputo che suo padre era morto quando aveva cinque anni non era mai riuscito a farne il lutto. (1 ) Denegava tale lutto al punto da chiedersi se un qualunque uomo che incontrava per strada non potesse essere suo padre. Rifiutava la verità che conosceva e le preferiva il delirio. Lo stesso si verificava nello psicodramma, quando insultava uno psichiatra, morto ormai da tempo, perché lo aveva curato male. ("Lei è un ignorante, Professor X !" urla sulla scena allo psichiatra che ha scelto per impersonare il medico giacente nella tomba). È evidente che ha bisogno di attualizzare di continuo quel che non ha potuto controllare.
Siamo sfavorevoli, nel caso di nevrotici, a scene di questo tipo che presuppongo sia stato superato un ostacolo che di fatto non lo è stato. Ad esempio non riteniamo utile che un paziente rivolga ad una persona ormai morta quei rimproveri che non è riuscito a fargli mentre era in vita; perché deve essere analizzata la relazione che non ha permesso di giungere ad una spiegazione con il vivente.
Pensavamo però che con il delirante la tecnica dello psicodramma dovesse tener conto della debolezza della relazione simbolica, cioè della debolezza del rapporto con la verità. Dobbiamo preferire il suo delirio, cioè seguirlo, finché ce n'è bisogno, nell'immaginario. Così facendo gli evitiamo di delirare altrove e, permettendogli di esprimersi nel gruppo, lo liberiamo dalle tensioni che lo abitano.
Non è solo il delirante ad approfittare dello psicodramma per riparare ciò che è venuto meno ; il sognatore infatti fa la stessa cosa. In un certo senso un lutto non fatto è una frase non detta.
Il padre che sogna il figlio morto, nell'esempio di Freud (2), sogna di rifare con lui una strada che non ha mai fatto. "Babbo, non vedi che brucio?", rimprovera il figlio al padre che si è addormentato lasciando al suo capezzale un vecchio assopito. Chi vegliava ha lasciato che si infiammassero le lenzuola del letto funebre e il padre vede in sogno la verità. Notiamo che questa parola dell'altro, qui il rimprovero del figlio, contiene in germe la parola che permetterà al lutto di compiersi.
Dare ad un soggetto l'occasione di delirare in psicodramma è, in qualche modo, dargli l'occasione di sognare. È anche correre il rischio di far sì che senta la parola di un altro, parola che forse, come in questo caso, porterà suo malgrado al compimento del lutto.
Il gioco psicodrammatico ha, come abbiamo visto, un suo posto tra il delirio e il sogno. Il mutamento che la rappresentazione gli


fa subire prelude alla simbolizzazione del lutto, sancisce la perdita invece di ripetere il fallimento dell'incontro mancato.
Benché il delirio renda il lutto impossibile, la parola dell'altro può far riattraversare l'esperienza dell'incontro per condurlo, questa volta, altrove.

Il lutto anticipato

Se, nel venir meno dell'altro, quel che assilla il genitore, il figlio o la figlia è essenzialmente la parola non detta da un altro, diviene evidente come, grazie alla parola di un genitore ancora vivo, possa compiersi il passaggio al lutto;
Questa parola dell'altro acquista, anche in questo caso, la forza dell'avvenimento e da al soggetto la possibilità di fare il lutto di un genitore non morto.
I due esempi seguenti, di un figlio e di suo padre, di una figlia e di sua madre, ne danno testimonianza.
Nel caso della figlia si vedrà che un gesto compiuto dalla madre assume valore simbolico di parola (parole)-, sarà inoltre chiaro in qual modo permette alla figlia di reintegrare il proprio posto nel triangolo edipico.

Primo esempio di lutto anticipato di un padre

Patrice chiede ad un io ausiliare, dell'età del padre, di rappresentare il ruolo di suo padre indebolito. Non è mai riuscito ad incontrarlo quando era un uomo forte, celebre professore universitario sempre tra due aerei.
Ora che è ammalato, va a vederlo tutte le domeniche.
Nel gioco desidera sentire da suo padre un discorso banale ma che per lui ha valore di parola. "Sei un uomo riuscito, figlio mio, senza dubbio non sei diventato l'intellettuale che avrei voluto, ma sei un uomo d'azione felice." Questo è più o meno il discorso del padre: Patrice vuole che quest'ultimo ratifichi il suo essersi sottratto al desiderio paterno, che gli dica che non gliene vuole per aver deluso la sua aspettativa, per non aver seguito la via che gli aveva tracciato.
Se il padre è soddisfatto, lui, Patrice, non è più colpevole.
Era necessario che suo padre glielo dicesse mentre era ancora vivo: che, riconciliatisi così padre e figlio, il padre potesse morire, secondo il desiderio di Patrice, e che proseguisse il discorso delle generazioni.
Patrice in realtà non vuole vedere che ha auspicato questa morte. Quando ci dice: "Sarebbe stato meglio che fosse morto, invece di restare così menomato ; per me in qualche modo è già morto ", ci mostra il suo vero desiderio e ci rivela la struttura del loro rapporto. L'amore del figlio è presente su uno sfondo di odio. Qui è necessario che una parola pacifica-trice del padre renda possibile la tregua affinchè l'odio non blocchi completamente, in Patrice, tutto il processo del lutto e non lo colpisca fin nella parola.

Secondo esempio: il lutto anticipato di una figlia o come l'Edipo si inscrive nel lutto.

"Che cosa ho contro questa vecchia signora con cui non ho nulla in comune?", si chiede Joséphine. Le si potrebbe rispondere "Nulla in comune, fuorché questo padre". Joséphine ha amato il padre con la stessa passione con cui odia la madre. Ma lo psicodramma, senza aiutarla a rivivere a fondo questa rivendicazione d'amore che si cela sotto questa ostilità, le permetterà di trovare, anche lei, la quiete. Per l'amore è troppo tardi, da troppo tempo si sono allontanate.
Nella scena rappresentata, Joséphine riceve dalla madre un anello di grande valore, donato un tempo dal padre. Questo gesto placa il suo odio. "Mi ha riconosciuta come figlia". L'analisi mediante il gioco compiuta nel gruppo psicodrammatico le permetterà di scoprire che un anello è stato ristabilito. Mentre fino ad ora aveva cercato di rubare il padre alla madre, ora la madre diviene intermediaria tra lei e lui. Joséphine ritrova il proprio posto nel triangolo edipico.
Averlo ritrovato è per lei più importante che scoprire un amore per la madre che le è sempre mancato. Se è troppo tardi per l'amore, non è troppo tardi per il lutto. A partire da questa scena il lutto si inscrive nel discorso del suo Edipo.
Il lutto è il discorso del simbolico. Fare il proprio lutto è, come si vede, poter continuare a parlare. L'odio, bloccando il lutto, blocca il discorso delle generazioni e può prolungare all'infinito il lutto. Così per Joséphine era importante che questa vecchia, prima di morire, facesse un gesto che ricollocasse Joséphine nella discendenza.
L'importanza del lutto anticipato è attestata al contrario dalla storia di Daniele.
Da quando aveva 18 anni Daniele si rimprovera di non essersi potuta riconciliare con la madre prima che questa morisse.
Si rappresenta una scena. Sin dalla mattina Daniele aveva tenuto il broncio, ed ecco che la sera la madre ha un attacco. Nella notte Daniele, che la veglia leggendo un libro, non si accorge che la madre ha esalato l'ultimo respiro.
È quella ostilità mortale che continua a perseguitarla, quella ostilità che fino ad oggi non è riuscita a risolvere, essendole mancata una parola dalla madre.

Lutto e melanconia

Tra lutto e melanconia esiste una differenza essenziale: il lutto suppone la morte reale, mentre per il melanconico non è sempre necessario che lo sposo o il genitore siano morti per farli morire. Ciò che dunque si avvicinerebbe maggiormente al lutto melanconico è il lutto anticipato.
Il genitore, o lo sposo, oggetto di rimpianto, non è morto, ma solo sminuito fisicamente o psichicamente, e questa diminuzione è


vissuta come una specie di lutto e come se la sua morte fosse già avvenuta. Nel soggetto che anticipa la morte dell'altro opera dunque il desiderio di morte come nella melanconia.
Ma il suo discorso non è lo stesso. Ciò che ricerca nel lutto anticipato sono le parole dell'altro che lo ricollochino al proprio posto nel triangolo edipico, dunque una parola o un gesto che sia diverso dalla legge. L'essere messo al suo vero posto gli permette di continuare il discorso delle generazioni, e di imprimervi, anche in questo caso, il proprio sigillo, in una parola gli da il diritto di desiderare.
Il sigillo (marque) è il simbolico dell'immaginario (leggi: del desiderio) nel senso che c'è legge solo perché c'è il desiderio. Il dire del genitore autorizza il discorso a funzionare ai due livelli, immaginario e simbolico, e dice la legge contrassegnando il posto del soggetto.
Invece, ciò che colpisce nel melanconico è l'assenza di desiderio e pertanto la povertà delle immagini.
 In psicodramma gli manca la dimensione immaginaria. Non ha l'immagine dell'oggetto, né del resto, di sé. Ci dice: non sono niente. Ed è identificato con l'oggetto che non è niente. Così la sua partecipazione è ridotta. Però ha bisogno della ricchezza degli altri per sentirsi abitato dal loro discorso e dal loro desiderio. Invece di un dire che lo collochi al suo vero posto vi è la Legge del Super-Io che non gliene lascia alcuno. "Taci, non desiderare", sembra dire. Si situa al livello simbolico, ma al posto della legge vi è il vocione del Super-Io che lo abita sotto forma di comandamenti della parola, lo tiranneggia e lo annienta.
È chiaramente evidente, nello psicodramma, che ciò che distingue il melanconico dal nevrotico è una differenza radicale in presenza di una mancanza. Nel nevrotico la mancanza suscita il desiderio e suscita la legge. Perciò il desiderio dell'oggetto può passare grazie al lavoro del lutto a livello della perdita ed è introiettato sotto forma di tratto unario, (3) cioè di ideale dell'io.
La mancanza nel soggetto melanconico non subisce la mediazione dell'immagine, cioè del desiderio; l'oggetto diventa un nulla, come il soggetto stesso. Il melanconico manca di un tratto unario a cui identificarsi. La perdita dell'oggetto è massiccia. Si tratta del suo desiderio di morte reale - desiderio di annientamento globale dell'oggetto o di sé? La morte non è immaginaria, è simbolica, è il castigo supremo del Super-Io.
L'ideale dell'Io è una istanza immaginaria, il suo tratto unario è un prodotto nel lutto. Il Super-Io nella melanconia è un'istanza simbolica, crudele, perché l'Edipo è fallito. Nel melanconico la sola sanzione è la morte reale e non la castrazione simbolica.


Conclusione

Grazie al lutto un soggetto sfugge alla ripetizione, che è incontro mancato, per sancire la perdita simbolica e ritrovare il proprio posto nel discorso delle generazioni; grazie al lutto la morte reale è ricondotta ad un dire simbolico, il dire dell'altro. Il transfert in psicodramma assume il suo pieno senso perché questo discorso può essere enunciato da una persona diversa dal morto. Quest'altro non è, necessariamente, il terapeuta (il soggetto supposto sapere, come in analisi), ma può essere uno dei membri del gruppo: indotto dal soggetto gli rinvia la verità che deve intendere, la verità concerne sempre un altro.
L'esperienza del delirio ha aiutato meglio ad opporre la verità del lutto al reale della morte.
Il delirante non contesta tanto il reale quanto il simbolico. Permettendogli di rappresentare il delirio lo psicodramma può condurlo, grazie alla sorpresa di un gioco, ad intendere la verità da un altro, l'io ausiliare e ad accettare la perdita simbolica.
II discorso dell'altro fa entrare anche un soggetto nel lutto anticipato, ciò che il soggetto vuole ascoltare è la parola di pace che gli farà ritrovare il proprio posto.
Ritrovare il proprio posto, questo sembra dunque essere il senso ultimo del discorso del lutto.
Il confronto tra lutto anticipato e melanconia ci ha permesso di cogliere una differenza essenziale:Jl lutto si instaura nel normale e nel nevrotico a partire dal desiderio dell'altro, desiderio che dice la legge e che autorizza il desiderio del soggetto. Inversamente, il dire della melanconia è la voce senza desiderio del Super-Io, voce che lo annienta come essa ha annientato l'oggetto, voce che abolisce il discorso delle generazioni e che fa di esse un nulla.
In psicodramma è un atto, il recitare, che fa avvenire la parola di un altro nel soggetto che la vive. Grazie al transfert, questa parola ritrovata da la prevalenza all'Edipo, riorganizza il simbolico. È quindi attraverso il transfert che trascende la colpa del soggetto per aver voluto esistere nel desiderio.

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(1)P. Lemoine, "L'imaginaire et l'inconscient dans le jeu psychodramatique" in Bulletin de la SEPT, 1973, XXXII.
(2) S. Freud, L'interpretazione dei sogni, Boringhieri, 1966.
(3)11 termine "tratto unario" è utilizzato da Lacan in riferimento all’einziger Zug freudiano, cioè il "tratto unario" a cui il bambino originariamente si identifica (per esempio, con il tramonto del complesso di Edipo, il bambino maschio si identifica con un solo tratto della personalità, del corpo o degli atteggiamenti del padre). In Lacan il t.u. assume però una portata-teorica più vasta: è il tratto che è alla base della costituzione del significante, per esempio, prima dell'invenzione della scrittura, la scalfittura con cui il cacciatore primitivo registrava e "contava" gli animali uccisi. È quindi quella base di Uno a partire dalla quale qualcosa è computabile, la lettera che rende possibile l'identificazione originaria del soggetto all'ordine significante. Cfr. Sigmund Freud. Psicologia delle masse e analisi dell'io (1921) in Opere, vol. 9. Boringhieri. 1979 (N.d.S.B.).


SUMMARY / RESUMÉ / ZUSAMMENFASUNG / RESUMEN
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SUMMARY / RESUMÉ / ZUSAMMENFASUNG / RESUMEN

Psychodrama and mourning
The author describes the resolutive function of mourning, which is proper to psycho-drama. He discusses: 1 )mourning for a dead parent; 2) the relationship between mourning and delirium (that is, impossible mourning); 3) mourning in advance for a parent who is still alive; 4) the relationship between mourning and melancholy. It is explained, among other things, why it is inadvisable for patients to utilize play in order to direct against a dead person the genuine reproaches which they were unable to express while the person was still alive.

Le psychodrame et sa fonction de dueil
L'A. illustre la fonction résolutive du dueil propre au psychodrame et il s'occupe de : 1 ) le deuil pour un parent mort; 2) le rapport entre deuil et délire (c'est-à-dire le deuil impossible); 3) le deuil anticipé pour un parent encore vivant; 4) le rapport entre deuil et mélancolie. Entre autre il éclaircit les raisons pour lesquelles il n'est pas opportun que le patient utilise le jeu pour exprimer a une personne disparue les reproches qu'il n'a jamais réussi a lui exprimer lorsque cette personne était encore en vie.

Das Psychodrama und seine Funktion der Trauer
Der Autor schildert die entscheidende Funktion der Trauer. die dem Psychodrama eigen ist, und behandelt: 1 ) die Trauer um den verstorbenen Elternteil; 2) das Verhältnis zwischen Trauer und Delirium; 3) die Vorwegnahme der Trauer um den noch lebenden Elternteil ; 4) das Verhältnis zwischen Trauer und Melancholie. Unter anderem werden die Motive erläutert. die es nicht ratsam erscheinen lassen. dass der Patient sich des Spieles bediene, um einer verstorbenen Person die Vorwürfe zu machen, die er zu deren Lebzeiten nicht anbringen konnte.

El psicodrama y su funcion de duelo
El Autor ilustra la funcion elaborativa del duelo propria del psicodrama y trata: 1 ) el duelo por un progenitor muerto; 2) la relación entre duelo y delirio (es decir, el duelo imposible); 3)el duelo anticipado por un progenitor aùn vivo; 4) la relación entre duelo y melancolìa. Por otra parte se aclaran los motivos por los cuales no es oportuno que el paciente utilice el juego para expresarle a una persona muerta los reproches que nunca logrò hacerle mientras aùn tenia vida.

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