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PSICODRAMMA E PSICOANALISI di Paul Lemoine

Tra psicodramma e psicoanalisi tutto è diverso a causa dello sguardo: in effetti la presenza o l'assenza dello sguardo provocano una diversa dinamica della cura, e un diverso discorso. Senza dubbio l'altro del discorso è là per ratificare il dialogo che intrattengo con me stesso. Ma non parlo nello stesso modo in analisi ed in psicodramma; la logica del mio discorso è diversa nei due casi. E ciò attiene allo sguardo.

In psicodramma, sotto lo sguardo altrui, non mi vedo, per il fatto che questo sguardo fa precipitare la mia risposta.
In analisi il tempo per comprendere non è lo stesso, in quanto nessuno sguardo mi serve da punto di riferimento, salvo a guardare me stesso, cioè a non vedermi e a supplire a questa cecità diventando per me stesso il soggetto del mio fantasma.
Così lo sguardo di un altro, nello psicodramma, accelera sia il tempo per comprendere sia il tempo per concludere; la sua presenza nella fretta di giudicare approda ad una conclusione molto diversa da quella dell'analisi e, in breve, ad una identificazione : "è come me". Invece di lasciarmi, in sospeso, come nell'analisi, invece di farmi prendere coscienza, per mancanza di sguardo e mancanza di risposta, per mancanza dell'oggetto che desidero, lo psicodramma mi precipita verso l'altro.
A causa dello sguardo dunque identificazione e rassomiglianza vengono in primo piano nello psicodramma. In analisi invece viene in primo piano la presa di coscienza del desiderio, cioè della mia differenza e della mia singolarità di soggetto.

L'oggetto in analisi e in psicodramma

"Io non La conosco, Lei esiste nella mia testa, ha più importanza il momento e il luogo che la persona. Non mi aspetto nulla, né aiuto né consiglio. È l'incomunicabilità, il quiproquo. Qui ci sono gli odori, il silenzio".
Così parla un analizzante all'analista. È un discorso che certamente nessun membro di un gruppo psicodrammatico farebbe.
Il silenzio, il continuo differire la risposta da parte dell'analista rimandano il soggetto ad un tempo e ad uno spazio diversi da quelli dello psicodramma. Solo rispondendo al momento giusto il terapeuta indica all'analizzante il posto vuoto del suo desiderio e ne diviene il supporto: l'odore di cui si parla è la metafora del mio silenzio. Io so che uno stesso significante non ha lo stesso significato in due soggetti diversi e che due significanti simili non sono identici. La struttura appare in effetti nella maniera in cui il significante si inserisce nei derivati del fantasma fondamentale. Ritrovando la faglia che fa vacillare la sua logica, il soggetto si riconosce come singolo. Allora il suo discorso diventa diverso.
Lo psicodramma invece svela più il ruolo che la struttura, più l'implicazione che il desiderio. Questa implicazione è dovuta allo sforzo di anticipare quel che l'altro pensa. Lo sguardo, così come l'identificarsi dei partecipanti gli uni con gli altri, determina il discorso del gruppo e modifica così il transfert.

a) Lo sguardo, secondo Lacan (1 ), determina tre tappe del discorso:
- l'istante per vedere
- il tempo per comprendere
- il momento per concludere.


La reale incognita del soggetto è l'attributo, cioè il come è visto da un altro. Come illustra Lacan nell'apologo dei tre prigionieri, egli lo può percepire solo in uno sguardo ed è solo anticipando quello che l'altro pensa che egli riflette se stesso e comprende.
Un direttore di prigione convoca tre prigionieri e dice loro: "Devo liberare uno di voi; per decidere chi uscirà, rimetto la decisione ad una prova: ecco cinque dischi, tre sono bianchi, due sono neri. Fisserò sulla schiena di ognuno di voi un disco, cioè lo metterò fuori della portata diretta del vostro stesso sguardo. Chi per primo riuscirà ad indovinare il colore del proprio disco varcherà questa porta e dirà perché.
- In un primo tempo i tre prigionieri si esaminano a vicenda;
-In un secondo tempo ognuno cerca di comprendere, di indurre dall'atteggiamento degli altri l'attributo nero o bianco che è il proprio ;
- Nel terzo tempo, nel nostro apologo, arrivano alla conclusione di essere tutti e tre bianchi e tutti insieme varcano la porta alla stessa velocità.

Sono tutti e tre bianchi e lo deducono:
1 ) Dal fatto che nessuno di quelli che ognuno di loro vede ha un disco
nero (istante per vedere); 2) Dal fatto che gli altri non mostrano di vedere che lui, il soggetto,
porta un attributo diverso (tempo per comprendere).

In effetti se A vedendo B e C muoversi insieme a lui comincia a chiedersi se loro non lo vedano nero, basta che riformuli la domanda fermandosi per trovare la risposta: anche gli altri due, infatti, si fermeranno. Dato che realmente ognuno era nella stessa situazione, essendo ognuno A, ognuno incontra lo stesso dubbio nello stesso momento. Se fosse stato nero, B e C avrebbero dovuto proseguire oppure se avessero esitato tutt'al più avrebbero dovuto ripartire prima di lui (perché essendo lui nero, egli consente loro, in virtù della loro stessa esitazione, di concludere che sono bianchi). Infatti, vedendolo bianco, non concludono in questo modo, e A prende allora l'iniziativa di proseguire, così che ripartono tutti insieme per dichiarare di essere bianchi.
Per concludere, è bastato ad A l'istante di uno sguardo e un momento di intuizione per comprendere ; questi due tempi di scansione logica hanno provocato degli arresti di fronte a cui B e C hanno esitato due volte prima di uscire, facendosi essi stessi specchio della riflessione di A. A ha anticipato il momento della conclusione a causa degli altri due : è ciò che Lacan definisce "l'asserzione soggettiva anticipante" e ne fa la "forma fondamentale di una logica collettiva". Di fronte allo sguardo dell'altro non si dispone di tutto il tempo necessario per riflettere, e vince chi concluderà più in fretta.


b) L'urgenza spiega come nello psicodramma il discorso di gruppo si sostituisca al discorso individuale e ne prenda il posto.
Prima della rappresentazione, si parla perché si vede l'altro senza vedere se stessi e perché si intuisce dal suo atteggiamento l'attributo con cui egli ci designa. Tra i partecipanti nasce un discorso comune, un discorso di gruppo che consiste in asserzioni soggettive in cui ciascuno anticipa la parola dell'altro al punto che la risposta viene prodotta spesso all'insaputa di chi la da. In questo modo a colui che ha parlato, un altro partecipante risponde con un sogno che nella sua forma enigmatica sembrerebbe non avere alcun legame con quanto è stato detto, ma la sua decifrazione dimostra che prosegue l'argomento. Se infatti questo discorso di gruppo procede a sbalzi e se i soggetti si rispondono tra di loro senza essere sempre coscienti di farlo è perché questi momenti di rottura interrompono un certo stato del corpo, come nel caso dei tre prigionieri; una specie di imitazione mimata viene messa in atto, a cui l'interruzione del movimento da un senso di dubbio.
Questo perché le interruzioni che sembrano interessare solo il corpo colpiscono al tempo stesso anche il pensiero. Come dimostra Marcel Jousse in Anthropologie du geste, (2) la stessa oscillazione del corpo si riflette nella parola e nelle inflessioni di voce. Ad esempio, l'oscillazione in avanti e indietro, da lui definita oscillazione del fardello, è la stessa nel contadino che affonda la zappa e nell'ebreo, questo contadino che chino sulla Torah si risolleva per memorizzare una regola. L'oscillazione da destra a sinistra, da lui definita quella del giogo, per assimilazione col movimento laterale della testa del bue che tira, è la stessa del recitante che impara la sua parte —e potremmo aggiungere, è lo stesso movimento del battelliere del Volga che canta. Il dondolio infine combina questi due movimenti, è lo stesso nel contadino che passa al setaccio e nella madre che culla il suo bambino accompagnandosi con una melodia. L' "intussuscepzione" (3) dei movimenti e delle loro rotture permette dunque di anticipare il ragionamento logico, grazie ad una induzione precipitante. Muoversi e pensare si concatenano così l'uno con l'altro. Guardando, si mima il movimento e lo si riproduce. Il ritmo che si segue è lo stesso di quello del pensiero dell'altro. I momenti in cui ci si ferma sono gli stessi di quando si dubita o di quando ci si angoscia. Movimento del corpo, movimento del pensiero, sono quei ritmi e quello slancio che abitano le nostre parole. Ma con la comprensione si entra in un ordine differente: essa sfugge all'imitazione —rimane tuttavia il fatto che l'animatore accompagnando le parole e le scansioni del discorso e del corpo, fa nascere il discorso latente dei partecipanti sotto il discorso manifesto. Sono questi gli elementi che nutrono la sua intuizione. Non è necessariamente il solo a comprendere, perché un partecipante ben allenato può comprendere contemporaneamente, ma spetta a lui terapeuta abbreviare il momento di concludere.

Far recitare significa, in effetti, mostrare al gruppo quell'attributo collettivo che caratterizza il discorso latente: mostrare di cosa in realtà si parla.
Ma l'azione mette anche in moto le identificazioni: ognuno si riconosce in quel porta-bandiera che è l'attore principale, se il gioco drammatico è ben scelto.


Durante la scena drammatica non è più tanto l'animatore che comprende, quanto l'io ausiliare: guidato dai momenti d'arresto del protagonista principale, anticipa il riconoscimento della sua angoscia e dei suoi dubbi. Le reazioni dell'io ausiliare non obbediscono necessariamente alle consegne, gli può modificare i dati del problema e trovare in questo cambiamento la risposta più giusta. Ho già raccontato (4) come, dovendo impersonare un certo padre, avevo rappresentato un padre che sentivo essere quello del protagonista e non quello che egli mi aveva detto di rappresentare: "Allora lo conosce?", si era meravigliato il paziente. Avevo semplicemente percepito l'attributo di cui il paziente era portatore: e cioè la sua identificazione inconscia con questo padre.

Dopo la recita drammatica l'identificazione dei testimoni con gli attori si ricollega a quella dell'io ausiliare. Loro mostrano le molteplici sfaccettature di ciò che hanno visto e provato, loro mettono in circolazione i significanti delle identificazioni in causa (attributi). Questi significanti occupano il posto occupato in analisi dai significanti dell'interpretazione data dall'analista. Ma essendo diversa la situazione, non sono gli stessi. Nello psicodramma l'attributo è collegato al ruolo, cioè alla somiglianza, allo specchio. In analisi il Significante specifico è la differenza radicale: l'odore era quel che, nel nostro esempio, specificava il luogo dell'analisi.
Esso non aveva alcuna somiglianza con alcunché. È questo l'oggetto parziale enigmatico.

c) Non ci si meraviglierà in queste condizioni se il transfert di cui si parla in psicodramma non sia lo stesso di quello di cui si parla in analisi. In analisi il soggetto supposto sapere è l'analista. È lui il garante del desiderio e della verità. Nello psicodramma se si suppone che il terapeuta possieda un sapere, questi lo esercita a livello dell'ascolto di un discorso di gruppo.
E ancora, lo mette in mostra solo nella prima parte della seduta, ed anche qui non è solo. Ma a partire dalla seconda parte, dal momento in cui si recita, l'io ausiliare diventa colui che sa. Dopo la scena drammatica infine sono i partecipanti stessi che designano l'attributo e i Significanti che gli fanno da sostegno. Dato che è oggetto del transfert, colui che sa, si capirà come in psicodramma si costruiscano i transfert laterali e perché assumano tanta importanza, e anche perché il terapeuta sia investito meno dell'analista.
Un'altra ragione dell'indebolimento del transfert è dovuta al fatto che l'animatore offrendosi agli occhi di tutti, perde l'iniziativa della parola: chi lo vede può anticipare la propria asserzione. Si espone, e la vista quindi modifica il discorso.

Lo specchio

La vista rafforza la reazione di prestanza tra i partecipanti di un gruppo. Nulla colpisce di più un analista che veder cambiare il comportamento del proprio paziente in un gruppo: in analisi, l'umiltà cede spesso il posto all'orgoglio; mettersi in mostra serve spesso a difendersi, mettersi in parata serve sparare. Il fatto è che i soggetti, in analisi e in psicodramma, si difendono in due modi diversi contro l'altro del discorso, analista o gruppo.
Infatti nello psicodramma essi resistono grazie al prevalere dell'Io ideale, e in analisi dell'ideale dell'Io (5); in psicodramma resistono alla minaccia dello spezzettamento dell'immagine di sé, e in analisi al pericolo di essere disapprovati dall'analista.
L'Io ideale rappresenta una difesa speculare, l'Ideale dell'Io è aspeculare. Entrambi servono a salvaguardare l'unità del soggetto in pericolo, anche a prezzo di una menzogna: perché è ingannando l'altro sul suo colore, è giocando il proprio interlocutore, che il soggetto, se non accede alla verità, ricostituisce la sua unità. Ma quando lo si mima e quando si sorprendono i suoi momenti di dubbio, si è visto che un altro percepisce, attraverso il suo discorso latente, la sua castrazione.
La reazione di prestanza riunifica nello psicodramma un corpo spezzettato la cui immagine, acquisendo senso ad opera dello sguardo degli altri, porta il soggetto ad ingannare il gruppo. Lacan ci insegna che l'unità del corpo nasce sin dallo stadio dello specchio. Ci mostra la gesticolazione giubilatoria del lattante di sei mesi davanti allo specchio. Ma, anche, la sua dipendenza nei confronti dello sguardo della madre. Per questo il movimento del bambino di sei mesi che "si rivolge verso colei che lo sorregge per richiamare il suo assenso è essenziale, per il fatto che lo sguardo gli rende possibile il riconoscimento della sua unità". Questo è dunque ciò che si riproduce nello psicodramma: per rimanere intatto il soggetto assume un ruolo e, se inganna l'altro su se stesso e se all'occorrenza impone la sua immagine con la violenza, è per conservare la propria coerenza.
In psicodramma l'identificazione del soggetto con questo io ideale è legata a due altre identificazioni rimosse non speculari, l'una costituita dall'ideale dell'Io, l'altra da una identificazione inconscia con il genitore dello stesso sesso (in genere) e rifiutata.
In analisi è l'ideale dell'Io a rassicurare il soggetto. Di fatto, se l'analizzante suggerisce al proprio analista di essere lui, l'analizzante, meglio di quanto non si creda, è perché non lo crede neppure lui. Allo stesso modo, quando gli si oppone si sente diviso. Così il legame dell'analista è un legame di tensione e angoscia. Gli si chiede di rassicurare per poter meritare l'oggetto parziale di cui detiene il segreto (questo oggetto può anche essere proiettato all'esterno in un modello, o nel passato nell'immagine di un antenato morto preso come riferimento —si tratta del romanzo familiare —o nel transfert sullo stesso analista), questo oggetto in ogni modo gli da l'illusione del proprio compimento.
Ma, come si è detto, l'ideale dell'Io rimane come difesa per mascherare un'identificazione rimossa molto più profonda e inconscia con il genitore dello stesso sesso (o di sèsso opposto) di cui il soggetto rifiuta la castrazione. Questa è riprodotta nella nevrosi che lui stesso ha ricevuto in eredità.


In psicodramma, come in analisi, il soggetto comincia col rifiutare la propria castrazione. Ma in psicodramma si devono superare due strati successivi di difese costituiti dall'Io ideale speculare e dall'ideale dell'Io a-speculare, mentre in analisi lo schermo è costituito solo dal fantasma e dal desiderio che promuovono l'ideale dell'Io. Non che il desiderio sia assente dallo psicodramma, ma lo psicodramma non lo analizza, si ferma alla rassomiglianza, cioè alla castrazione nell'altro; mentre il tratto specifico del soggetto che fa tutt'uno con il desiderio di oggetto parziale è a-speculare, cioè enigmatico per lo stesso soggetto.
La precipitazione del discorso dovuta allo sguardo nel caso dello psicodramma è la responsabile di quest'arresto: il discorso del gruppo è discorso della rassomiglianza. Nella seduta di analisi il suo momentaneo mettersi fuori del tempo da all'analizzante la possibilità di superare lo specchio e di vivere la propria divisione e alla fine la propria solitudine strutturale. L'ideale dell'Io in cui il desiderio proietta per un istante la sua illusione approda solo al misconoscimento della propria castrazione. Si tratta di una cosa diversa da una identificazione con il genitore castrato: è una mancanza fondamentale che è al di là della somiglianza.
Se, in psicodramma, la castrazione è riconosciuta attraverso l'identificazione con il genitore castrato, spetta all'analisi mostrare al soggetto in cosa questa castrazione lo riguardi, cioè in che modo vi sia implicato il suo desiderio. Così dunque si tratta di superare, o meno, lo specchio, cosa possibile solo in certe condizioni e con certe modalità di discorso.

Le alterazioni dello specchio

Lo psicodramma dunque pone l'accento sulla castrazione. Il fobico in psicodramma costituisce un ottimo esempio dell'influenza minacciante dello sguardo: la fretta determinata dalla presenza dell'altro gli toglie la possibilità di ricostituire una unità corporea immaginariamente distrutta. Nella nevrosi attuale però la posizione del soggetto rispetto allo specchio non è la stessa di quella della nevrosi di transfert.
Lo sguardo vi attualizza in continuazione il godimento e quindi la minaccia di castrazione è vissuta come dislocazione e come angoscia di spezzettamento. Non che questa minaccia sia assente, come abbiamo visto, nella nevrosi di transfert, ma il soggetto è meglio difeso: si riunifica mano a mano che inganna l'altro e inganna se stesso sulla sua castrazione.
Il fobico vive lo sguardo a livello del sadismo orale e dello stupro e il corpo viene a trovarsi nell'immaginario pericolo di scoppiare: ciò è senza dubbio connesso alla situazione dello psicodramma, ma anche al fatto che il paziente stesso proietta il suo desiderio e la sua angoscia sui partecipanti. Così tanti occhi strappano brandelli al suo corpo fino al punto che una paziente di nome Sonia "si sente più minacciata che lusingata dagli sguardi che le si rivolgono; sente le roccaforti del suo corpo, i seni, i fianchi, e persino lo sguardo e la voce, strappati al suo potere da quando sono oggetti di bramosia per gli altri. Si inscrive in un rapporto di perdita rispetto ai tratti di cui il suo corpo fornisce gli elementi" (6).


Questa perdita di unità è da lei vissuta in modo immaginario. Nella psicosi sarebbe vissuta come reale.
Guardarsi come un altro vi vede costituisce una prova. Sono i fobici e gli psicotici che ci fanno sentire meglio le ragioni per cui lo psicodramma assume quest'aspetto minaccioso. A livello dell'io Ideale non si riforma l'unità speculare che protegge dalla castrazione, la precipitazione del discorso del gruppo impedisce loro di ricostituire nello specchio un corpo intaccato dallo sguardo. Solo l'accettazione della castrazione sarebbe risolutiva.

Psicodramma e psicoanalisi (indicazioni e contro-indicazioni)

Con l'angoscia fobica o psicotica ci si accosta dunque alle controindicazioni dello psicodramma. La fobia come la psicosi comporta immediatamente una minaccia attuale. La nostra esperienza ci ha insegnato che se fobia e psicosi non sono per nulla migliorate dallo psicodramma è perché l'azione drammatica riattualizza semplicemente la castrazione invece di rielaborarla, perciò non costituisce lo strumento adeguato (per lo meno quando il gruppo è costituito da malati, quando è costituito da terapeuti, cioè da soggetti supposti sapere, è diverso: il transfert del malato, connesso ad una maggiore sicurezza, si avvicina al transfert di tipo psicoanalitico). Ora non è sufficiente, per guarirlo, mostrare ad un fobico la propria castrazione, ma bisogna analizzare il suo desiderio, cioè smontare tutto il sottofondo della fobia o dell'angoscia, ritrovare gli oggetti pregenitali, e ciò è possibile solo nel transfert.
Però nell'analisi una nevrosi di transfert può anch'essa a volte essere bloccata dall'automatismo di ripetizione.
Nella nevrosi ossessiva, per esempio, in cui la castrazione è tenuta a distanza dall'isolamento, la sua elaborazione resta possibile. Può allora essere importante utilizzare lo psicodramma per costringere il soggetto a vedere la difesa che egli vuole ignorare. Lo sguardo degli altri, il loro discorso, possono obbligarlo a rimetterla in discussione.
La presenza o assenza dello sguardo in psicodramma e in analisi costituiscono così un momento decisivo per l'elaborazione di una nevrosi; abbiamo visto che il modo in cui l'altro rinvia al soggetto il proprio messaggio accelera o ritarda per lui il momento di concludere, che il discorso dell'altro in psicodramma è caratterizzato da momenti di interruzione che prendono il ruolo di punti di riferimento. L'assenza di questi punti di riferimento in analisi, il fatto che l'interpretazione giunga solo "après-coup", retroattivamente, permette al fantasma e all'analisi del desiderio e del transfert di svilupparsi in piena libertà.
Che le due terapeutiche siano diverse non significa che si escludano l'un l'altra, è possibile invece combinarle utilmente. L'una, lo psicodramma, riattualizza una angoscia sepolta; l'altra, l'analisi, ne svela le fondamenta pregenitali.
Proprio per questo suo carattere attualizzante lo psicodramma è indicato anche in momenti critici dell'esistenza, che abbiano o meno fondamenti nevrotici o psicotici. Nel caso di una rottura sentimentale, o di un lutto, ad esempio, può essere importante per un soggetto rappresentarsi questa situazione in una scena. Il ruolo dell'io ausiliare, per il fatto che differisce dal vero antagonista, consiste nel permettere al protagonista principale di vedersi nella situazione.


Anzi, persino nel caso di un lutto antico, lo psicodramma può riattualizzare un dramma non liquidato a dare, grazie a questa resurrezione, uno sbocco che l'analisi non è riuscita ad offrire. È il caso di Francois, trent'anni, che ha fatto una lunga analisi; malgrado ciò, quindici anni dopo, suo padre morto rimane un punto passionale non liquidato. Ora Antoine, un membro del gruppo, somiglia a questo padre in modo impressionante. Quando durante la rappresentazione rifiuta la sigaretta di Antoine è evidente che vuole rifiutare il legame omosessuale. Antoine non è soltanto il padre, dato che incarna anche il residuo del lutto non compiuto dell'omosessualità. Parallelamente all'azione risorge così il ricordo e si riattualizza un rapporto omosessuale. In breve, lo psicodramma fa rivivere in Francois un'emozione troppo soffocata perché possa emergere solo in un racconto: anche se questa risorgenza è possibile anche in analisi, la preminenza del racconto rischia di creare una resistenza che la lascia nascosta, mentre la rappresentazione di una situazione nello psicodramma ha di particolare il fatto che le cose prima di essere dette, sono recitate, tanto da sorprendere lo stesso soggetto. Si coglie qui, dal vivo, il rapporto tra i due modi di trattamento, di cui uno da la preferenza all'azione, l'altro alla narrazione.
Invece di rappresentare una controindicazione o un rischio, la combinazione . di psicoanalisi e di psicodramma può aiutare un soggetto ad evolvere. Se è in crisi lo psicodramma lo aiuta, se non a risolvere, per lo meno a sdrammatizzare sufficientemente la situazione affinché l'emergenza del problema si plachi, aspettando che l'analisi, che richiede più tempo, agisca.
Quando un soggetto è in analisi con lo stesso terapeuta, l'esperienza ci ha insegnato che lo psicodramma non nuoce affatto al transfert analitico; quest'ultimo rimane prevalente nella relazione del paziente col terapeuta.
Tuttavia per alcuni soggetti è indispensabile iniziare un'analisi senza fare dello psicodramma. Le ragioni possono essere molte; mi limiterò a indicarne tre:
l)Una attiene alla natura del transfert del soggetto che verrebbe disturbato da una relazione troppo stretta con l'analista, oppure quando ancora il transfert tende a situarsi su un versante negativo.
2) In secondo luogo può essere preferibile privilegiare l'analisi del fantasma piuttosto che favorire l'identificazione, nel caso di un soggetto la cui struttura (isterica) tende fin troppo all'identificazione.
3) Da ultimo, come abbiamo visto, nel caso della nevrosi attuale in cui si tratta di privilegiare il rapporto a-speculare e di farlo prevalere sul rapporto allo specchio.
L'elenco di queste controindicazioni potrebbe, senza dubbio, essere ancora più lungo.

Conclusione

La presenza o l'assenza dello sguardo rivolto a colui che parla, condiziona la formulazione del suo discorso ed in particolare la fretta di concludere. Vi è continuità tra il ritmo del pensiero che si enuncia e quello del corpo che agisce. Che il discorso, nello psicodramma, sostituisca un'angoscia provocata dallo sguardo altrui, ci è reso più evidente dall'esperienza del fobico: la sua paura di un ritorno del godimento prepuberale provoca in lui una paura prepuberale dell'altro, che molto spesso cortocircuita la parola ed è vissuto come pericolo di spezzettamento. Al contrario del fobico, i soggetti colpiti da nevrosi di transfert, così come del resto ogni soggetto dopo che è entrato in un gruppo, si trovano trascinati verso una forma di discorso collettivo in cui sono modellati dall'anticipazione della parola degli altri. Provocata di fatto da una domanda non formulata sull'attributo di cui il soggetto è portatore, questa anticipazione è una domanda — si è visto anche che la psicoanalisi ha un discorso che le è proprio e che in essa la domanda è altra. In entrambi i casi si tratta di una domanda di verità. Ma prima che la verità giunga, parlare è una difesa; la parola nello psicodramma tende a sostenere l'Io ideale e corrisponde ad un livello speculare, mentre la parola nell'analisi cerca di restaurare l'ideale dell'Io, cioè si situa ad un livello a-speculare.
Psicodramma e psicoanalisi, lungi dall'escludersi, possono dunque completarsi l'uri l'altro nel trattamento dello stesso paziente.
Miniando il movimento ed il suo ritmo lo psicodramma fa prevalere lo sguardo. L'analisi, invece, mette il corpo tra parentesi a favore della comprensione e del racconto. Sono due tempi del discorso logico che non si escludono, ma si susseguono; si è visto che a causa della loro situazione in rapporto allo specchio si completano l'un l'altro.


(1 ) J. Lacan, Ecrits, Le temps logique, p. 200 (tr. it., Scritti, Einaudi, 1974, p. 191)
(2) Cfr. Marcel Jousse, Anthropologie du geste, Gallimard, Paris, 1978.
(3) Termine medico uguale a "invaginazione" che deriva dal latino intus (dentro) e susceptio (atto di ricevere).
(4) Paul Lemoine "Psychanalyse et Psychodrame"in  Bulletin de la SEPT, 1968, XII.
(5) La distinzione tra Idealich (Io ideale) e Ichideal (ideale dell'io) non è formulata chiaramente da Freud ed è perciò variamente articolata da vari autori tra cui Numberg, Lagache, Lacan. Vale la pena di farvi cenno in margine al testo di P. Lemoine che la utilizza nell'accezione lacaniana. Quest'ultima è esposta tra l'altro in "Nota sulla relazione di Daniel Laplanche" (1960) in Scritti, II, Einaudi, 1974, pp. 643-681 e nel Seminaire n. 1 sugli scritti tecnici di Freud.
Io ideale
Nell’enciclopedia della psicanalisi Laplanche e Pontalis definiscono l'io ideale come un ideale di onnipotenza narcisistica costruito sul modello del narcisismo infantile.
Per H. Numberg (1932) l'io ideale corrisponderebbe ad un io ancora inorganizzato, unito all'Es in un ideale di onnipotenza narcisistica, anteriore alla formazione del Super-io. Esso sarebbe di norma abbandonato in seguito alle frustrazioni della realtà, nel corso dello sviluppo ma si aspirerebbe a tornarvi, soprattutto nel caso della psicosi.
Sul carattere narcisistico dell'io ideale i vari autori concordano. Né Lagache né Lacan e i suoi allievi intendono però questo termine alla maniera di Numberg. Per Lagache (1958) l'io ideale comporta un'identificazione eroica in un altro essere investito di onnipotenza, cioè la madre, ed è rivelato dall'ammirazione per personaggi straordinari della storia o della vita contemporanea.
Secondo Lacan, seguito da Safouan, l'io ideale si origina nella fase dello specchio e appartiene all'ordine dell'immaginario.
Ne  Il caso Dominiquè, Seuil (1971 ) Françoise Dolto osserva (pp. 241-244 della trad. it., Bompiani, 1972) che l'io ideale è un'istanza pre-edipica rappresentata da un essere vivente, un oggetto del quale il soggetto cerca di avere le sembianze e che ha un valore fallico simbolico. Secondo la Dolto si tratta di un'immagine narcisizzante che rivolge un appello al bambino piccolo sia sul piano biologico che emotivo e che, essendo esemplare, mette a confronto l'immaginario con una realtà. Per suo tramite il narcisismo del bambino aumenta e le sue pulsioni sono spinte a fondersi nelle realizzazioni operate dall'ideale. Secondo la Dolto tutti gli esseri umani più evoluti possono funzionare da supporto accessorio dell'io ideale anche se per il bambino essi sono naturalmente subordinati all'apprezzamento della madre. Infatti il rappresentante contrassegno del desiderio della madre è investito dal bambino di valore in quanto rappresentante del fallo simbolico. Vale a dire che è il padre, congiuntamente alla madre, a costituire per il bambino l'io ideale.
Ideale dell'io
Freud usa il termine ideale dell'io come sinonimo di Super-io ne L'io e l'es (1923) mentre lo differenzia in altri testi come una formazione intrapsichica che serve all'io per valutare le sue realizzazioni effettive. Essa è l'erede del narcisismo infantile abbandonato dal bambino in seguito alla critica esercitata dai genitori.
Laplanche e Pontalis definiscono l'ideale dell'io come un modello al quale il soggetto cerca di confondersi. Esso risulta dalla convergenza del narcisismo (idealizzazione dell'io) delle identificazioni nei genitori coi loro sostituti e con gli ideali collettivi.
In Psicologia delle masse e analisi dell'io (1921) Freud definisce l'ideale dell'io come la formazione che spiega fenomeni diversi come il fascino amoroso, la dipendenza dall'ipnotizzatore, la sottomissione al leader, accomunati dal fatto che una persona diversa è messa dal soggetto al posto del proprio ideale dell'io.
Il senso di colpa è in rapporto col Super-io come il senso di inferiorità è in rapporto con l'ideale dell'io. Quest'ultimo è amato e non temuto dal soggetto.
Lagache (1958) a proposito del sistema Super-io - ideale dell'io, nota che "il Super-io corrisponde all'autorità e l'ideale dell'io al modo in cui il soggetto deve comportarsi per corrispondere all'attesa dell'autorità".

Per la Dolto (op. cit. pp. 254-258) l'ideale dell'io è un'istanza che sorge in concomitanza alla risoluzione del complesso edipico. Secondo questo autore l'ideale dell'io attira e stimola l'io a realizzazioni culturali degne di ammirazione in un contesto finalmente esterno a quello familiare ed è condividibile con altri bambini della stessa età. L'ideale dell'io è irraggiungibile in sé e non è incarnato da nessuna persona in particolare. È evidente dunque il suo carattere simbolico. Esso è: "un'etica il cui effetto è quello di fecalizzare le pulsioni, giorno per giorno, in iniziative creative, valide nella società, riconosciute dagli altri: le sublimazioni". Quel che importa, nell'ottica della Dolto, è che il bambino rinunci a identificare il suo desiderio con quello dei genitori e abbandoni l'idea di appagare il suo desiderio genitale verso gli oggetti della famiglia, per svilupparsi secondo le sue possibilità. Il bambino non cercherà più di piacere alla madre o di concordare necessariamente col padre. La bambina non cercherà più di sedurre il padre o i fratelli né di evitare il conflitto con la madre. Un complesso d'Edipo mal vissuto, una castrazione edipica male assunta un padre fissato alla madre o una madre fissata a suo padre, fanno sì che l'ideale dell'io sia deformato e il bambino resti fissato alla perennità dell'io ideale edipico. Anche la presenza di io ideali seduttivi (esempi e discorsi di ragazzi coetanei o maggiori di età fuori dall'ordine simbolico)costringe il bambino ancora sottomesso all'angoscia di castrazione edipica a non accordarsi con l'ideale dell'io, come dovrebbe essere ma a restare molto influenzabile da una guida esterna che detta il comportamento. Secondo Dolto in questi casi l'esempio dei genitori o i loro discorsi sostituiscono completamente un'elaborazione personale di giudizi etici. Viceversa in caso di completa risoluzione edipica si verifica una circolazione libera della libido secondo un asse che va dall'es, all'ideale dell'io, passando attraverso l'io conservato dal Super-io della legge introiettata.
La concezione dell'ideale dell'io della Dolto, che abbiamo riassunto per la sua chiarezza, coincide solo in parte con quella di Lacan che ognuno potrà approfondire attraverso un esame diretto dei testi. Vorremmo infine ricordare che nella letteratura post-freudiana il concetto di ideale dell'io è stato esaminato, tra gli altri, da Spitz (1958), Hartmann e Loewenstein (1962), Lampi de Groot (1962). Per una rassegna di questi studi si veda Sandler, J., Holder, A., Meers, A. (1963) "The ego ideai and the ideai self" in Psychoanal. Study Child, 18. (N.d.O.R.)
(6) Paul Lemoine, "La répétition en psychodrame", Bulletin de la SEPT, 1970, XXI.


SUMMARY /RESUMÉ /ZUSAMMENFASSUNG / RESUMEN
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SUMMARY /RESUMÉ /ZUSAMMENFASSUNG / RESUMEN

Psychodrama and psychoanalysis
Psychodrama is distinguished from psychoanalysis by the presence of the glance. In psychodrama, identification and resemblance are uppermost; what is uppermost in psychoanalysis is the recognition of dissimilarity, of one's own uniqueness. Psychodrama discloses rôle rather than structure, identification rather than desire. The Author comments upon the relationship between thought and movement and shows the importance of the auxiliary ego of the witnesses of the "play" for the analysis of the performer. In psychodrama, resistance is due to the prevalence of the ideal ego (as image-defence); in psychoanalysis, to that of the ego-ideal (as symbolic defence).

Psychodrame et psychanalyse
La présence du regard est l'élément qui distingue le psychodrame de Panalyse. Dans le psychodrame prévalent l'identification et la ressemblance, en analyse, la prise de conscience de sa (propre) différence et de sa (propre) singularité. Le psychodrame révèle plus le rôle que la structure, plus l'identification que le désir. L'A. commente les rapports entre pensée et mouvement et illustre l'importance du moi auxiliaire et des témoins du jeu dramatique pour l'analyse du participant. La résistance est due en psychodrame a la prévalence du moi idéal (en tant que défense spéculaire), en psychanalyse, a l'idéal du moi (en tant que défense aspéculaire).

Psychodrama und Psychoanalyse
Der Blick, das Schauen ist das Element, durch das sich das Psychodrama von der Psychoanalyse unterscheidet. Im Psychodrama herrschen Identifikation und Ähnlichkeit vor, in der Analyse das Bewusstsein der eigenen Besonderheit und Einmaligkeit. Das Psychodrama enthüllt mehr die Rolle als die Struktur, eher die Identifikation als das Begehren. Der Autor kommentiert die Beziehungen zwischen Gedanken und Bewegung und erläutert die Bedeutung des Ersatz-Ichs und der Zeugen des dramatischen Spiels für die Analyse des Mitwirkenden. Der Widerstand beruht im Psychodrama auf dem Überwiegen des Ideal-Ichs (als imaginäre Verteidigung), in der Psychoanalyse auf dem Ideal des Ichs (als symbolische Verteidigung).

Psicodrama y psicoanalisis
La presencia de la mirada es el elemento que diferencia el psicodrama del anàlisis. En psicodrama prevalecen la identificación y la semejanza, en anàlisis la toma de conciencia de la propria diferencia y singularidad. El psicodrama devela mas el rol que la estructura, mas la identificación que el deseo. El A. comenta la relación que existe entre pensamiento y movimiento e ilustra la importancia del yo auxiliar y de los testigos del juego dramàtico para el anàlisis del participante. La resistencia en psicodrama se debe a la prevalencia del yo ideai (en cuanto defensa especular), en anàlisis, al ideai del yo (en cuanto defensa a-especular).

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