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UN CASO DI "TRANSITIVISMO" IN UN GRUPPO DI PSICODRAMMA DI ADULTI di Elena B. Croce

1 - La "barrette"

II problema di cui si tratterà nel presente lavoro era stato definito a prima vista come un caso di transitivismo in un gruppo di adulti.

È generalmente noto quanto sia importante evitare il più possibile il pericolo di transitivismo nei gruppi di bambini, per i quali non è consigliabile iniziare lo psicodramma prima che l'articolazione dell'edipo abbia avuto la possibilità di passare attraverso alcuni dei nodi fondamentali che normalmente precedono quella che si definisce età di latenza. È necessario, infatti, che la figura del padre, in quanto terzo nella relazione tra il bambino e la madre o nella relazione tra il bambino e il rivale fraterno, abbia avuto la possibilità di assolvere, almeno in parte, la sua funzione dialettica che è nello stesso tempo, di potenza e di temperamento, facendo "flocculare nel soggetto, un mondo di persone, che in quanto rappresentano nuclei di autonomia, cambiano completamente per lui la struttura della realtà" (1).
Momenti di transitivismo si verificano ovviamente anche nei gruppi di adulti (2), ma il fenomeno di cui si tratterà qui si è presentato con caratteri di tale insistenza e compattezza, da far pensare, a distanza, dopo una certa riflessione, che esso implicasse qualche cosa di più arcaico e ancora più regressivo del transitivismo stesso. Infatti, non solo le azioni e le reazioni delle protagoniste di questo fenomeno si presentavano di volta in volta, esplicitate secondo modalità che non era possibile distinguere come attive, passive o riflessive ... ma a tratti, sia lo sguardo che l'ascolto, sembravano aver perso per loro ogni potere di incidenza attuale nella funzione di rappresentazione. Esse sembravano in quei momenti, in balia di una specie di scenario fantasmatico precostituito a circuito chiuso, le cui battute si ripetevano fatalmente e quasi automaticamente come il motivo di un carillon.
Ma ecco, in breve di che si tratta.
Le "eroine" principali del fenomeno di cui stiamo parlando sono quattro giovani donne che fanno parte di un gruppo di psicodramma analitico: un gruppo come ce ne sono tanti; né meglio né peggio di tanti altri. Non c'è dubbio che esse sono assai diverse tra loro non solo per quanto riguarda l'aspetto fisico (anche se si può dire che a loro modo sono tutte quattro graziose) ma anche per quanto riguarda la struttura caratteriale e la sintomatologia per la quale ciascuna di loro ha avanzato una domanda di terapia e ha intrapreso lo psicodramma: a nessuno verrebbe l'idea, conoscendole, che esse possano essere considerate in qualche modo simili. È vero, tuttavia, che la loro situazione esistenziale sembra presentare, almeno a prima vista, delle sorprendenti coincidenze: tutte quattro hanno un padre ubriacone, violento, piuttosto "fascista"; tutte quattro hanno un marito abbastanza buono e corretto, ma piuttosto inefficiente e "scolorito"; tutte quattro sembrano essere state costrette a rivestire, nella loro famiglia di origine, il pesante ruolo di figlia primogenita con la vita difficile, carica di responsabilità, sempre sacrificata alle necessità dei fratellini minori; tutte quattro hanno avuto una sorella minore spensierata, fortunata, egoista e viziata da tutti. Tutte quattro, infine, hanno avuto due figli e lo scatenamento della severa sintomatologia che le ha portate a formulare una domanda di terapia (e che, lo ripetiamo, si presenta in ciascun caso con caratteri assolutamente diversi) risulta tuttavia essersi verificato per tutte, dopo la nascita del secondo bambino.


Ora è accaduto che per qualche mese, durante ogni seduta (o quasi) si verificassero delle sequenze di circa un quarto d'ora o anche, qualche volta, più lunghe, nel corso delle quali aveva luogo lo strano e inquietante fenomeno che descriverò.
Le quattro giovani donne ora descritte venivano a trovarsi sedute l'una accanto all'altra, costituendo con la loro disposizione, in quei casi, fissa e piuttosto rigida, quella figura che nel gergo dei gioiellieri si usa chiamare "barrette", sia che si tratti di una barrette di brillantini, di smeraldi o di pietre dure, e cominciavano a parlare del loro padre o della loro sorella minore o del marito o della loro seconda maternità ... ecc. come se si trattasse dello stesso padre, della stessa sorella, dello stesso marito o della stessa drammatica seconda maternità. Il discorso passava volubilmente da una bocca all'altra in maniera naturale, fluida e, direi, gentile, senza la minima apparente difficoltà e senza che alcuna di loro mostrasse aggressività o sofferenza: come se il discorso stesso potesse non risultare tagliato passando da una all'altra, ma fosse semplicemente spostato come un festone che può essere appeso in un punto o nell'altro del suo fluire, a un supporto o a un altro, senza cambiare sostanzialmente la sua natura decorativa. Davano l'impressione di comportarsi tutte quattro come una sola e identica donna con quattro bocche e, magari, otto gambe e otto braccia ... ma, in pratica, senza occhi e senza orecchie, in quanto tutto quello che di attuale avrebbe potuto entrare nel loro sguardo o nel loro ascolto sembrava vanificarsi, dissolvendosi immediatamente.
Del resto, in quegli stessi momenti, gli altri membri del gruppo rimanevano immobili e tranquilli come se tutti trovassero la cosa assolutamente naturale o, persino, opportuna. Tutti, ripeto, rimanevano in rispettoso silenzio, senza mai permettersi una qualche forma di protesta o, magari, un lieve accenno ironico: sembrava, in qualche modo, una situazione ipnotica. Non ci sono state praticamente "defezioni" dal gruppo in quel periodo, come se questa "Madre a quattro teste" esercitasse un potere di coesione quasi magico.
Tutti gli interventi diretti degli analisti in relazione a questo strano fenomeno sono risultati perfettamente inutili: qualsiasi parola sembrava scivolare sul discorso monocorde di questo armonico "quartetto" senza lasciare traccia.
Tutto sommato, quindi, in un primo momento la definizione di "transitivismo" è sembrata immediatamente la più adeguata proprio perché, durante le sequenze più sopra descritte, non si rilevava, nel discorso delle protagoniste alcuna differenza tra 1' "io" e il "tu", tra locutore e destinatario e ciascuna delle quattro sembrava riconoscersi nell'altra senza scarto e senza resto. Gli altri membri del gruppo e gli analisti sembravano essere da loro percepiti come un'ovattata e indifferenziata atmosfera, quasi ridotta alla funzione di una specie di liquido amniotico.
Anche se il bambino nelle fasi di transitivismo parla di sé stesso sempre alla terza persona, mentre ciascuna delle nostre quattro eroine, nei momenti in cui il fenomeno della "barrette" si scatenava, parlavano sempre in prima persona, è chiaro che il soggetto dell'enunciato era, in questo caso, ogni volta un "personaggio" di cui il soggetto dell'enunciazione parlava invano come di qualcuno che gli assomigliasse anche fino a trarre in inganno, senza mai unirsi all'assunzione del suo desiderio (3).


Ciononostante, come ho accennato, la definizione di transitivismo non mi sembra oggi più completamente soddisfacente, anche perché quello che sembra caratterizzare in primo luogo il transitivismo in senso "classico" è l'importanza della cattura dell'immagine e, in particolare, dell'immagine visiva. Ora, per l'appunto, il fenomeno che abbiamo descritto si verificava proprio mentre le quattro protagoniste venivano a trovarsi l'una accanto all'altra, nelle condizioni ideali cioè, per poter evitare di guardarsi e di vedersi.
Per questo ci sembra opportuno ogni volta che parleremo qui di transitivismo chiudere, d'ora innanzi, il termine tra virgolette.
Si tratta comunque di un fenomeno il cui perdurare nel gruppo in questione, ci ha spinto ad interrogarci insistentemente sulla bontà di alcuni principi che ci eravamo abituati fino ad allora a considerare come praticamente scontati, del principio per esempio secondo il quale è bene evitare di cercare di costruire preventivamente "un buon gruppo" o un "gruppo ideale", scegliendo i pazienti che meglio "rispondano" a questo scopo affinché le loro future interazioni si svolgano secondo modalità che garantiscano al processo terapeutico la miglior "resa" possibile.
Inoltre, in questo caso, come si è già accennato all'inizio, si è pensato più volte che forse l'indicazione "psicodramma" che era scaturita per ciascuna di queste quattro giovani donne, dall'analisi della loro personale domanda di terapia nel corso dei colloqui preliminari, poteva non essere la più adeguata. Tale indicazione, infatti risultava apparentemente assai poco economica, dato che la "cattura immaginaria" forniva loro un mezzo di difesa troppo facilmente a disposizione. Poteva sembrare quasi ovvio, quindi, in alcuni momenti, che l'analisi o comunque una terapia individuale avrebbero potuto "funzionare meglio".
Paradossalmente, infatti, sembrava essersi verificato, proprio nel nostro gruppo, in cui i pazienti erano stati accettati soprattutto in base all'analisi della loro domanda individuale, l'inconveniente "classico" che si verifica, per ragioni opposte, quando il terapeuta è ossessionato dal fantasma del gruppo ideale; ossia si è verificata nel nostro gruppo, a momenti, una proliferazione immaginaria di tale portata e insistenza da rendere ogni lavoro analitico, se non impossibile, certo problematico al massimo.
Ma come vedremo, lo sviluppo successivo del discorso del gruppo sembra aver mostrato che questa preoccupazione era sostanzialmente superflua, nata sull'onda di un'ansia di natura superegoica.
Lo scoglio è stato dunque superato come si suoi dire. Nonostante ciò si è ritenuto opportuno che il fenomeno della "barrette" fosse ripreso e descritto nel presente lavoro perché ci è sembrato che nel suo configurarsi e nel suo scioglimento offrisse diversi stimoli utili alla riflessione su alcuni punti che rimangono tra i più scottanti per chi si occupa di psicodramma analitico.

 


2 - La "domanda" e il transfert verticale sul soggetto supposto sapere

È chiaro che, come è stato detto più volte, scegliere i pazienti per comporre un gruppo di psicodramma secondo la loro sintomatologia o la struttura caratteriale, quali si possono percepire nel corso dei colloqui preliminari o secondo fini estranei a quelli che il singolo paziente può lasciar trasparire nel corso dei colloqui stessi, comporta il rischio di limitare gravemente la disponibilità all'ascolto e di compromettere con l'intrusione di elementi troppo discordi da una prospettiva analitica, l'articolarsi del transfert.
E cioè, per esempio, preventivamente studiare la "composizione" del gruppo accentua il rischio che il nostro atteggiamento nei confronti del paziente possa essere recepito come una risposta implicita di conferma o di "disconferma" agli interrogativi e alle affermazioni che il paziente stesso pone in modo più o meno diretto attraverso il suo discorso, i cui significanti possono essere sintomi o parole. Potrebbe, cioè, essere utilizzato come una "ratifica" del fatto che egli è o non è quel personaggio o quel malato che egli dice più o meno esplicitamente di essere o che egli intuisce, più o meno chiaramente, altri possono vedere in lui.
Si tratta evidentemente di una "ratifica che non abbiamo nessun diritto di dare, perché, dal luogo in cui siamo posti, non possiamo dare in alcun modo conferme o smentite a quanto il paziente dice circa la propria identità o le proprie identificazioni e "assimilazioni", ma solo ascolto e analisi (e sa Iddio se si tratti di cosa dappoco!).
Tutto questo ovviamente, non toglie importanza ad una valutazione dei sintomi nei limiti in cui può essere onestamente fatta nel corso dei colloqui preliminari; né implica che si debba "aprire" un gruppo di psicodramma a chiunque senza un'analisi il più accurata possibile della domanda.
Infatti, la domanda di terapia di ciascun paziente costituisce un momento centrale del processo terapeutico: nonostante ci si aspetti che essa venga formulata secondo le modalità più varie e magari indirette fin dall'inizio, è innegabile che da una parte, essa costituisce l'ennesima edizione della domanda che il soggetto ha posto all'altro e Altro dall'inizio della sua vita e come tale va prima di tutto considerata e d'altra parte la domanda si ripropone in diversi "avatar" (simili alle incarnazioni di Visnù) in tutto il corso del processo terapeutico vero e proprio, evidenziando nei suoi mutamenti di struttura, di investimento, di direzione le vicende del transfert, delle resistenze, degli ingorghi narcisistici, della disponibilità al desiderio o di quei fenomeni svariati che sono stati più volte catalogati sotto la rubrica di reazione terapeutica negativa.
Inoltre, quella che si presenta come la "domanda" iniziale di terapia, ossia quella che riguarda direttamente la possibilità e il desiderio di intraprendere la terapia da parte del paziente è qualche cosa che va considerato attentamente anche nella sua modalità attuale, in quanto non può neanche considerarsi propria al paziente nel senso stretto della parola, poiché, parafrasando Lacan, dopo tutto siamo noi che gli abbiamo offerto di parlare. Ci è riuscito insomma, quello che nel campo del commercio


ordinario si vorrebbe poter realizzare altrettanto facilmente: con l'offerta abbiamo creato la domanda (4).
Ed è solo attraverso la verbalizzazione più o meno abortita della domanda che può "coagulare" qualche probabilità che l'analizzante possa assumersi qualcosa di quello che altri hanno definito più o meno propriamente contatto terapeutico o, magari, analitico e che consiste unicamente nel fatto che il soggetto accetta di venire a dire, appunto, in analisi o a giocare in psicodramma, quello che lo lega all'Altro e all'altro.
Il "contratto" si presenta dunque, per noi sempre interno a questa domanda (in qualche modo relativa alla nostra offerta) e alle domande che le fanno da contorno di volta in volta, e attraverso queste potrà ad un certo momento rivelare la costrizione della ripetizione nelle sue modalità specifiche a ciascun soggetto.
È ovvio che, al momento in cui, nella forma assunta di volta in volta dal contratto, risulteranno spostati i diversi immaginari contraenti, lasciando trasparire in modo via via più radicale la sostanza simbolica di ogni relazione, anche il discorso del soggetto risulterà cambiato. Dunque "il soggetto si costituisce, propriamente parlando, attraverso un discorso in cui la sola presenza dello psicoanalista apporta prima di ogni intervento la dimensione del dialogo".
D'altronde nello psicodramma, in particolare (come probabilmente nelle altre terapie di gruppo) ha certamente un notevole rilievo il fatto che i colloqui preliminari si svolgono in un quadro diverso da quello della "cura" vera e propria (5). Quello che accade nei colloqui preliminari e in particolare in questa prima formulazione della domanda di terapia che vi si struttura e che è direttamente e materialmente rivolta al terapeuta in quanto soggetto supposto sapere, costituisce come un preludio i cui temi fondamentali si ripresenteranno nel corso della cura, anche molto tempo dopo, ogni volta che le identificazioni immaginarie entreranno in crisi.
Perché è il transfert verticale, quello sul soggetto supposto sapere, che costituisce la molla principale che fa muovere la rete delle assimilazioni e delle identificazioni. Senza questa funzione dell'analista che prende l'avvio nel corso dei colloqui preliminari, il gruppo di psicodramma non differirebbe da qualsiasi altro gruppo, in cui continuamente siamo giocati e giochiamo nell'assimilazione più o meno completa e nell'identificazione con l'altro.
Analizzeremo, quindi, di seguito attraverso quali nodi del discorso di gruppo, la "liberazione" dal meccanismo ripetitivo della "barrette" si è verificata per due tra le protagoniste del nostro "quartetto" e cercheremo di sottolineare alcuni dei significati fondamentali che tale "liberazione" può aver aperto per ciascuna delle due. Ci limiteremo qui a prendere in considerazione questi due casi perché lo riteniamo sufficiente ai fini che il presente lavoro si prefigge.
Per quanto chi scrive sia incline a pensare che si tende a dare sempre troppa importanza ad elementi immaginari e psicologici, a questo punto è forse utile precisare che il gruppo di cui stiamo parlando è condotto, come è il caso più frequente quando si tratta di psicodramma analitico, da due analisti "in coppia": una donna già avanti negli anni, la cui età e l'aspetto potrebbero favorire proiezioni di figura materna (non sempre protettive e rassicuranti, naturalmente) e un giovane psichiatra la cui età lo fa


chiaramente collocare nella generazione a cui appartiene la maggior parte dei pazienti (si può aggiungere inoltre, che egli è di "gentile aspetto" con tutta l'ambiguità che questa allusione allo sventurato Corradino di Svevia comporta).
I colloqui preliminari, all'entrata nel gruppo di psicodramma, avevano avuto luogo con entrambi gli analisti.
Ora, non ci sono dubbi che il meccanismo della "barrette" ha iniziato a mostrare delle incrinature proprio quando le protagoniste sono venute a trovarsi come per caso (ma esiste veramente il caso in analisi o in psicodramma?) vis a vis, quasi fossero state costrette a prendere atto della rottura costituita dal rovesciamento che il discorso subisce provenendo dall'altro ed esse hanno cominciato a gettarsi le parole ... è proprio il caso di dirlo, in faccia come delle palle di ping-pong, iniziando persino, in alcuni momenti a offendersi e a disputarsi. Tuttavia la completa e irreversibile distruzione della "barrette" stessa è avvenuta attraverso alcuni giochi particolari in cui ciascuna delle protagoniste è stata costretta a constatare che si era data allo sguardo e all'ascolto incontrollabile dell'altro, senza possibilità di riprendersi indietro come non avvenuto, quanto era sfuggito suo malgrado, nel gioco che era apparso come il più innocuo.
E, in ogni caso, il movimento implacabile dei rovesciamenti dialettici, ha potuto nascere nel momento in cui l'analista dal suo posto di soggetto supposto sapere ha potuto, non dirò manipolare il transfert, ma funzionare come perno su cui il "battente" dell'immaginario potesse ruotare aprendo un passaggio attraverso il quale, la posizione convenzionale di ciascuna delle pazienti ha potuto rovesciarsi da una situazione che si poteva definire grosso nodo di "transitivismo" a una situazione, in cui la dialettica delle identificazioni vere e proprie, attraverso il ponte dei tratti unari, diventava possibile.
In questo caso, dunque, il costituirsi così frequente di una relazione di assimilazione tra ciascuna delle protagoniste e le altre tre è stato reso impossibile ad un certo punto dal movimento del transfert sull'analista che, indipendentemente dal suo sesso, è venuto ad assumere una funzione di temperamento e di scatenamento analoga a quella che si determina all'apparizione della figura del padre (7) nella relazione tra il bambino e la madre o tra il bambino e il rivale fraterno.

3 - Giuliana

Per quanto riguarda Giuliana questa "liberazione" dall'incastro della "barrette" si è verificata in una delle maniere che risultano più banali in psicodramma: in una seduta un giorno in cui, in un gioco, il suo solito padre ubriacone e fascista, risultò in realtà, particolarmente premuroso e gentile. Il cambio dei ruoli confermò, come accade abbastanza spesso, l'impressione degli analisti e degli altri membri del gruppo, mostrando una Giuliana, nel ruolo del proprio padre, singolarmente affettuosa e delicata nei confronti della figlia, all'opposto di come avrebbe dovuto risultare, in base al copione tracciato da Giuliana stessa prima del gioco. Quando ritorna al suo posto anche Giuliana è perplessa e stupita, ma tenta di giustificare questa strana e radicale trasformazione


della figura paterna precisando frettolosamente che il padre era sì affettuoso e premuroso nei suoi confronti, ma era duro, prepotente e ingiusto ... con sua madre ... madre di cui fino a quel momento, Giuliana non aveva praticamente mai parlato.
È da notare che questo gioco (una scena in cui il padre si recava con tutta la famiglia a comperare un paio di scarpe per Giuliana preadolescente e, indovinando il segreto desiderio della figlioletta, finiva per comperarne invece di un solo paio, due) si era coagulato sull'onda di diverse considerazioni relative a problemi "economici" da parte degli altri membri del gruppo. Qualcuno, per esempio, aveva confessato un'incoercibile spinta ad effettuare piccoli furti in supermercati o "boutiques"; un altro aveva raccontato, invece, un irresistibile impulso a spendere denaro comperando cose assolutamente inutili e prive per lui di interesse e a sprecare risorse (batteria della macchina, gas, acqua calda). Giuliana stessa in questa fase della seduta aveva confessato che, pur essendo tutt'altro che avara, non riusciva mai a pagare materialmente e direttamente qualcosa e aveva descritto questa situazione come un modo di essere "tenuta" prigioniera in una condizione di eterna minorenne da parte degli uomini di casa: a cominciare dal figlio (undicenne! ! !) delegato ad effettuare per lei tutte le spese casalinghe per arrivare al marito e, naturalmente, soprattutto, last but not least, al padre!
"Mio padre è unico" aveva esordito Giuliana nell'apprestarsi ad impostare il gioco che abbiamo descritto e per giocare questo ruolo non può che scegliere l'analista il quale, gentilmente rifiuta, costringendo in questo modo Giuliana a dare a questo personaggio, che lei vorrebbe continuare a vedere "unico", un altro volto. E non a caso Giuliana sceglie al posto del padre e dell'analista il giovane che aveva appena parlato del suo impulso a scialacquare denaro e risorse e che, per inciso aveva, qualche seduta prima, assegnato a Giuliana stessa una parte di donna fatale in uno dei suoi sogni.
Ora nei colloqui preliminari, che, come spesso accade in istituzione, si sono moltiplicati a lungo con specialisti diversi, Giuliana aveva detto di aver cominciato a stare molto male dopo la nascita della seconda bambina e di averla dovuta affidare nei primi mesi di vita alla "nonna" (della bambina stessa). Solo nell'ultimo colloquio su domanda esplicita dell'analista stessa con cui avrebbe poi intrapreso lo psicodramma, Giuliana aveva precisato che si trattava della nonna "materna", evitando accuratamente di dire "mia madre". E all'osservazione dell'analista che sarebbe stato probabilmente interessante chiedersi a quale scopo, in quel momento di grave crisi esistenziale Giuliana aveva sentito bisogno di dare una figlia a sua madre (dono? risarcimento? scongiuro?) Giuliana aveva continuato volubilmente a parlare d'altro come se non avesse neppure sentito.
È solo nella seduta che ha seguito quella in cui si è verificato il gioco descritto e che non a caso, forse, era animata dall'analista con la quale si era svolto quest'ultimo colloquio preliminare (una donna come si è detto, già avanti negli anni che per l'età avrebbe potuto esserle madre), che Giuliana racconta con voce rotta piena di lacrime represse (aveva fino ad allora parlato frettolosamente, senza la minima pausa o il minimo mutamento di tono, come un mulino a vento) che sua madre aveva avuto una


figlia prima del matrimonio. Il padre di Giuliana in un primo momento aveva promesso alla donna di accogliere la bambina illegittima nella famiglia che stavano per fondare insieme; poi si era non solo rifiutato di adempiere a questa promessa, ma come non di rado accade in questi casi, 1' "errore" della moglie era diventato un motivo di recriminazioni a non finire, di scenate di gelosia retrospettiva e di sanguinosi insulti alla donna rea di essersi sporcata della "peggior colpa" di cui una donna possa macchiarsi.
Giuliana si trova così nel gruppo sbalzata di colpo fuori della "barrette", ossia sbalzata fuori della sua posizione di "primogenita" ingiustamente oppressa da responsabilità che non le competerebbero ed è stata "scagliata" a un ruolo di secondogenita (almeno per quanto riguarda sua madre) che si è trovata ad occupare un posto privilegiato rispetto ad un'altra primogenita respinta e defraudata e, nello stesso tempo, essa teme anche di doversi riconoscere complice più o meno consapevole dell'ingiustizia paterna.
Anche in questa seduta gli interrogativi di Giuliana e del gruppo si concretano in un gioco in cui Giuliana rimprovera a sua madre di non aver reagito più energicamente alle imposizioni del padre e di aver accettato di abbandonare praticamente la bambina nata prima del matrimonio. Ma nel corso del gioco stesso Giuliana interrompe bruscamente l'ego ausiliario che ha assunto la parte di sua madre dicendo: "No no, mia madre non dice mai 'figlia' parlando dell'altra, ma Maria". E durante il cambiamento dei ruoli interrompe nuovamente l'ego ausiliario che ora sta parlando al posto di sé stessa, dicendo: "No no, io non dico mai mia sorella, parlando dell'altra, ma Maria".
Ancora una volta è il nome che designa il posto nella struttura della parentela, cioè, in questo caso "figlia", "sorella" che, sembra, impronunciabile forse troppo pericoloso.
Tenuto conto che il sintomo centrale di Giuliana, quello che l'ha spinta in un lungo pellegrinaggio da una forma di terapia all'altra e l'ha fatta approdare alla fine allo psicodramma è un'intensissima fobia dello sporco per cui essa è costretta a consumare incalcolabili energie e somme di danaro (che materialmente vengono pagate dagli uomini di casa), si può capire quanto questo ribaltamento della sua posizione nel suo discorso e nel discorso del gruppo risulti significativo.
Chi o che cosa è costretta a purificare Giuliana con questa logorante attività? Una madre peccatrice e mai veramente assolta o sé stessa, in quanto complice di un padre spergiuro e ingiusto che ha privato la madre della figlia o anche sé stessa in quanto "ladra" d'amore e di privilegi? o magari, in quanto ladra di quella primogenitura che nella vita e nel gruppo sarebbe servita per tanto tempo da maschera?
Ma quali sono queste parole tanto pericolose da pronunziare e da ascoltare? Il gioco sembra indicare, come si è detto, le parole "figlia", "madre", "sorella"; parole suscettibili di cambiare la carica emotiva di chi le pronunzia, per non parlare del loro potere di designazione specifico per ciascun soggetto, perché nessuno di noi, lo sappiamo bene, può illudersi di avere la stessa madre o


la stessa sorella e di poter assimilare completamente il proprio rapporto con i personaggi per lui così designati al rapporto che altri hanno con personaggi designati con queste stesse parole.
Qui risiede una delle essenze della dimensione simbolica e sembra confermarlo per Giuliana la sua asserzione poco prima del gioco che per lei è impossibile "pagare" ossia sborsare materialmente denaro in prima persona. Devono essere gli uomini di famiglia a occuparsene ... Così come sembra che essa si trovi tutt'ora impigliata nel discorso del padre.
È certo stato importante il fatto che nei mesi in cui la "barrette" ha funzionato, Giuliana sia spesso stata designata dai diversi membri del gruppo come "donna fatale" e ancor più, il fatto che le donne del gruppo le abbiano più volte assegnato il ruolo della loro sorella secondogenita fortunata, privilegiata, ladra d'amore e di successi ... come se gli altri membri del gruppo intuissero, in qualche modo, quale era la posizione più "vera" di Giuliana nella sua costellazione edipica, che il meccanismo della "barrette" tendeva a mimetizzare. Ma non v'è dubbio che quello che ha fatto scattare la svolta nel discorso di Giuliana e del gruppo è stato il rifiuto dell'analista di accettare il ruolo di padre designato come "unico" permettendo così che potessero evidenziarsi le componenti edipiche non ancora toccate e, in particolare, il rapporto con la madre fino a quel momento mai nominata.

4 - Elisa

Elisa, invece, ha raccontato, piangendo, "tutto" nei colloqui preliminari e in particolare un doloroso segreto mai raccontato prima. Essa, infatti, non ha solamente un padre ubriacone e scioperato (come le altre tre donne che incontrerà poi nel gruppo di psicodramma), ma ha avuto anche un "altro" padre: un signore corretto e gentile, importante e socialmente rispettabile che essa da bambina chiamava zio e che offriva ad Elisa e alla sorellina minore un rifugio, un'ospitalità serena nella sua bella e confortevole casa affinché le due bambine potessero giocare e fare i compiti in pace al riparo dalle scenate violente scatenate dall'altro padre, quello biologico, di cui si è parlato, energumeno e infedele (aveva perfino attentato alla vita della moglie per potersela spassare meglio con l'amante). Questo gentile "zio" tuttavia ... imponeva clandestinamente alla piccola Elisa dei giochi sessuali che la turbavano moltissimo pur non essendo completamente esenti da un'ambigua forma di piacere ... (anzi come ognuno può capire agevolmente, questo piacere era probabilmente causa di un turbamento ancora più profondo). Tale piacere, infatti, provato dalla bambina e dall'adolescente in queste circostanze estremamente disseminate di tagliole colpevolizzanti, si era manifestato sotto forma di un orgasmo vero e proprio che, Elisa da allora, non ha potuto provare mai più, neppure con il proprio marito.
Ma quello che sembrava aver aumentato soprattutto la sofferenza e l'angoscia di Elisa era la necessità assoluta di tener segreto (e quindi, tutto sulle sue spalle) questo rapporto vergognoso (con il vergognoso piacere che ne nasceva) altrimenti la sua povera madre, già tanto colpita da un destino così crudele (miseria materiale, malattie, marito irresponsabile, traditore e quasi


assassino ... ecc.), non avrebbe potuto sopravvivere a questo nuovo colpo (di questo almeno Elisa era stata sicura).
Un peso particolare sembrava poi aver rivestito nello scatenarsi della sintomatologia di Elisa (una grave forma di depressione) più che la nascita del suo secondo bambino, il fatto che un'accentuata forma di balbuzie di cui la giovane donna aveva sofferto fin dall'infanzia era stata felicemente e perfettamente guarita attraverso un corso di logopedia.
Durante i mesi in cui il "quartetto-barrette" era ancora funzionante, come abbiamo detto, nel gruppo di psicodramma, Elisa aveva più di una volta tentato di parlare della sua balbuzie, e delle sofferenze che le aveva procurato in passato, ma ogni suo timido accenno a questo problema, per lei tanto importante, era sempre caduto nel vuoto e travolto dal turbine di immagini collettive, a circuito chiuso e di stereotipi già descritti, come fosse necessario evitare che questo problema potesse produrre un'incrinatura nel "modulo" facendo inceppare la girandola convenzionale delle figure accettabili e scontate.
Ad un certo momento è entrato nel gruppo un nuovo membro, un giovane di 25 anni, che chiameremo Guido, affetto da una forma così grave di balbuzie che è difficilissimo comprendere quello che dice. Solo attraverso l'aiuto della mimica, del gesto e dei giochi si riesce a capire qualche cosa ... Ed è interessante notare che per molte sedute in gruppo nessuno osa accennare a questo vistoso handicap ... Ma nel corso di una seduta tutta dedicata al sesso, Elisa riesce a parlare in gruppo del fatto di aver avuto "due padri", di aver provato l'orgasmo con il "padre supplementare", mai nominato in gruppo fino ad allora e del suo dolore per non aver mai più provato l'orgasmo neppure con il marito al quale essa è sinceramente affezionata e con il quale si sente impegnata a costruire per i loro due figli, oltre un matrimonio modello, una famiglia ben diversa da quella disastrata "prodotta" dai suoi genitori.
In questa stessa occasione Elisa riesce a trovare un poco di spazio per accennare ancora una volta e di sfuggita, a questo suo problema di balbuzie, senza che le altre tre donne si precipitino a inglobare quello che dice nel consueto gioco mimetico. Anche perché, in questa sarabanda di confidenze sessuali che si svolge apparentemente in un clima del tutto spregiudicato, Guido rimane triste e isolato e dichiara di sentirsi sempre più confuso e ansioso sottolineando indirettamente con il suo linguaggio inceppato e quasi incomprensibile, tutto il peso emotivo dell'antico problema appena accennato di Elisa.
Nell'osservazione l'analista fa notare che la parola orgasmo, tante volte ripetuta nel corso della seduta ha in italiano due significati principali: uno relativo alla sfera sessuale e l'altro che riguarda un livello di esperienza più propriamente "psicologica" di timore, angoscia, perdita dei riferimenti esistenziali abituali e cioè di quello che Guido, apparentemente isolato dal discorso del gruppo, ha espresso.
Ora, nella seduta successiva, Elisa fa un gioco in cui non appaiono direttamente né figure di padri, né figure di madri, né di "zii" più o meno fasulli. Protagonista è apparentemente proprio la sua balbuzie e la sofferenza acuta di Elisa bambina, quando, di fronte agli insegnanti e alle compagne non poteva esprimersi, né spiegarsi, né difendersi. Questa balbuzie, che, Elisa lo precisa come en passant, essa aveva ereditato da suo padre. Il gioco, infatti, riguarda un'interrogazione di matematica, nel corso della


quale di fronte ad un'arcigna professoressa, Elisa non riesce a spiegare come è arrivata a trovare la soluzione esatta del problema assegnato come compito a casa. "Non sai spiegare come ci sei arrivata, perché te lo ha fatto tuo padre, te lo ha fatto tuo padre! " ripete la terribile insegnante, spaventando a tal punto la bambina balbuziente da gettarla letteralmente in uno stato di orgasmo (questa volta sinonimo di terrore). Tanto che alla fine dell'interrogazione Elisa non riesce neppure a pronunziare il suo cognome (quel cognome che le era stato trasmesso dal proprio padre biologico insieme alla balbuzie) perché l'insegnante potesse segnare il voto che si meritava ed è costretta a indicarlo con un gesto muto sul registro.
Ed è molto notevole che Elisa, che avrebbe dovuto balbettare per buona parte della scena al fine di essere fedele, per quanto possibile al copione che essa stessa aveva fornito, rimane per tutto il tempo del gioco come completamente paralizzata e non ci prova nemmeno, anche se lei stessa aveva affermato esplicitamente di voler chiamare, mediante il gioco, gli analisti e il gruppo a testimoni della sua sofferenza.
Il ruolo della terribile insegnante è questa volta assegnato all'analista di sesso femminile che nella seduta precedente nella funzione di osservatore aveva legato i due significati della parola orgasmo.
Il ruolo proposto da Elisa è questa volta accettato dall'analista perché in questo caso l'accettazione non sembra implicare il consenso ad una domanda che è soprattutto una domanda di godere, come si esprime Gennie Lemoine in un recente articolo (7), ma è sembrato piuttosto significare la richiesta di poter utilizzare un particolare strumento analitico proprio del setting psicodrammatico.
Che cosa rappresenta la balbuzie in questo contesto? probabilmente qualche cosa dell'ordine dell'orgasmo e probabilmente ... prendendo il termine in tutti e due i sensi già specificati qui. Né si può escludere, evidentemente, molte altre interpretazioni.
Ma l'analista si limita ad osservare che la parola "tartagliare" sembra indicare nel gioco il bisogno di esibire di "fronte" ad un Super-Io materno dei significanti tritati che stanno al posto di moti pulsionali (erotici? aggressivi?) di cui Elisa ha probabilmente bisogno di mostrare la spezzettatura e, quindi, in un certo modo l'impotenza. Come dire: "Mamma, ti prego, non tagliare ... guarda: è già tagliato! "
Come esibendo "significante tritato" (tartagliato) avesse voluto prevenire qualsiasi taglio da parte di una madre messa al posto della legge. Ma allora che cosa voleva salvare Elisa dal "taglio materno": un legame peccaminoso con il suo torbido piacere, il desiderio di vivere una vita propria, diversa da quella di giudiziosa protesi della debolezza materna, o altro ancora?
Quello che era emerso fino ad allora nel discorso di Elisa e nel gioco non permette infatti che di evidenziare qualche interrogativo relativamente a qualche cosa che finora neanche Elisa conosce.
Ma quello che accade dopo qualche seduta sembra indicare più chiaramente che è in gioco per Elisa, un'alternanza tra due serie di identificazioni l'una prevalentemente materna e l'altra prevalentemente paterna attraverso tratti unari diversi: o la serie di


identificazioni di Elisa a sua madre nella malattia, nel dolore, nella vulnerabilità indifesa, nella virtù che "non paga" ... o la serie delle identificazioni paterne soprattutto attraverso il tratto della balbuzie, in una capacità di essere anche aggressiva e di prendersi il suo piacere, difendendolo dalle domande e dai bisogni della madre.
Dopo questa seduta, infatti, Elisa scopre di essersi innamorata del giovane analista e glielo svela trepidamente fuori del gruppo. Questi molto correttamente si limita a farle osservare che quello che le sta accadendo è probabilmente molto importante per la sua psicoterapia e che, se lei vuole, ne potrà parlare in gruppo. Ciò non è accaduto finora e forse non accadrà mai, ma l'atteggiamento dell'analista basta a impedire che si riproduca per Elisa la situazione di "vergognoso segreto" che l'ha tormentata e paralizzata durante quasi tutta la sua infanzia, la sua adolescenza e anche in seguito. In questo modo essa non si trova più costretta a mantenere un segreto umiliante né dalle minacce più o meno velate di uno "zio" potente e ipocrita né dal ricatto implicito che la madre le imponeva con le sue troppo grandi sofferenze e la sua fragilità.
Non può parlare in gruppo direttamente di quanto le accade, ma i sogni che porta parlano per lei in maniera assai poetica e adeguatamente velata, come parlano, in genere le fantasie e i giochi di una bambina di quattro anni che sta vivendo la parte più classica e romantica del suo Edipo, tra un padre che l'ama (ossia accetta di curarla) ma non la costringerà mai brutalmente a scendere sul terreno dei fatti e una madre che l'ama anch'essa, ma non si lascerà mai scalzare dal suo posto di compagna-partner del padre.
Fatto sta che da questo momento Elisa per sua stessa affermazione riesce ad essere più serena, socialmente più gratificata e attiva: riesce, in una parola, a "sfruttare" più vantaggiosamente i benefici derivanti dalla guarigione della balbuzie, guarigione che, nel momento in cui si era verificata, si era dimostrata assolutamente sterile e forse dannosa, come se avesse reso Elisa pericolosamente libera di godere del suo fascino e della sua capacità di stabilire rapporti al di fuori di quelli strettamente familiari "consacrati" dal dovere e, diciamolo pure, "consacrati" alla "Madre".
È ora nostra convinzione che nella scena dell'interrogazione di matematica, Elisa cercasse di difendere un suo desiderio di fronte ad un Super-Io materno per mezzo della balbuzie preannunciata al gruppo e agli analisti come prova dell' "innocenza" o dell' "innocuità" dei suoi moti pulsionali e nello stesso tempo essa tendesse a difendere, in un altro senso, questo stesso desiderio, rifiutandosi "involontariamente" di balbettare davanti all'analista-professoressa, quasi a rivendicare il suo buon diritto.
Sappiamo bene quanto sia difficile, per non dire impossibile, per un ex balbuziente, giocare il ruolo di chi balbetta, ma non ci interessano le ragioni reali per cui Elisa non riesce tecnicamente a balbettare nel gioco, bensì quelle vere per cui non vuole inconsciamente farlo, facendo emergere il suo conflitto affettivo e, nello stesso tempo, la sua personale e nuova disponibilità ad uscire dalla passività.

(1) Jacques Lacan, Discorso sulla causalità psichica, in Ecrits, Seuil, Paris, 1966, (trad. it. di G. Contri:   Scritti, Einaudi, Torino, 1974, voi. I, p. 177).
(2) Paul  e  Gennie  Lemoine,  Pour  une   théorie  du psychodrame,  Laffont, Paris, 1972, pp. 77 e sgg.
(3) Jacques   Lacan,  Funzione  e  campo  della  parola  e  del  linguaggio,  in op, cit., p. 247.
(4) Jacques Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, in op. cit., p. 612.
(5) Jacques Lacan, Intervento sul transfert, in op. cit., p. 209.
(6) H.  Fromm,  "Le  contract  thérapeutique en  psychodrame",  in Bulletin de la SEPT, n. 56, 1976, pp. 4-6.
(7) G. Lemoine, "Gioco di  significante in psicodramma", in  questo  stesso fascicolo.


SUMMARY


A case of "transitivism" in psychodrama
The A. describes the case of four young women who, while participating in a psychodramatic group, identify themselves with each other so closely in their resistance, as to suggest a case of transitivism. Each of them resolves her resistance through the elaboration of her transfert towards the analyst as "subject supposed to know ...".
Then the A. goes on to describe in detail the case history of two of them in this phase of therapy. How the analyst receives the patient's first request for treatment is considered important; also the importance of the therapeutical couple in psychodrama is stressed.

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