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PSICODRAMMA E MNEMODRAMMA di Alessandro Fersen

In occasione del primo psicodramma tenuto in un teatro italiano (Teatro Flaiano, Roma 1973) l'assessore alla cultura Renato Nicolini e l'americanista Fernanda Pivano consegnarono una targa celebrativa dell'evento firmata dal Teatro di Roma. Nel corso della serata in cui alcuni attori del Living Theatre interpretarono lo Psicodramma diretto da Zerka Moreno, Alessandro Fersen le rivolse queste parole di festeggiamento.

 

Innanzi tutto come uomo di teatro, vorrei dire che sono rimasto impressionato dalla presenza di Zerka Moreno sul palcoscenico del Flaiano, dove Ottavio Rosati, in omaggio a "Questa sera si recita a soggetto" ha previsto uno psicodramma con gli spettatoriin sala.

Zerka aveva davanti una platea, secondo me, difficile, perché, in un'operazione come quella orchestrata da Rosati, era impensabile che il pubblico stesse al gioco fino in fondo. La platea è incontrollabile e un attore non sarebbe entrato in scena per paura di essere beccato. Eppure, pochi momenti dopo l'ingresso di Zerka Moreno e le battute con cui organizzava lo psicodramma, si è sentita la presenza di un grande spessore, di una grande forza e competenza che andavano conquistando la platea. La Moreno camminava dritta per la sua strada. Non pensava al pubblico, ma agli interpreti dello psicodramma. È andata avanti con un mestiere superbo, un grande coraggio, una grande perspicacia nell'individuare le cose. Infine sono stato colpito da come ha saputo arrivare a una conclusione improvvisamente, nel momento in cui il personale del teatro ha reclamato per l'ora tarda e ha voluto chiudere la sala. Ho trovato sbalorditivo il modo in cui ha saputo arrivare alla conclusione della storia del sogno inscenato. Quando si è rivolta ai due uccelli del sogno e ha detto "ebbene volate via come due uccelli, ognuno per la sua strada, come avete detto di volere!", i due ragazzi sono usciti assai bene dallo psicodramma e dal palcoscenico.
Il tema del mio intervento è il confronto tra mnemodramma e psicodramma. Poiché la maggior parte dei conferenzieri ha parlato dello psicodramma, mi limiterò a illustrare l'altra tecnica legata al lavoro teatrale.
Il mnemodramma è nato fra il 1960 e il '62, dopo due anni di sperimentazione della "tecnica psicoscenica dell'attore". Quest'ultima è una tecnica psicologica che si serve in modo rudimentale e periferico anche dello psicodramma, però a fini solo teatrali.
Nel 1962, il mnemodramma fu presentato alla "Université du Théâtre des Nations" di Parigi. L'elemento fondamentale, la base del mnemodramma è una ricerca interdisciplinare, che privilegia soprattutto l'antropologia. Antropologia come ricerca della forma primordiale di teatro, della ritualità. Nel rito ci si immedesima nel dio, si diventa altro da sé: si effettua un'operazione che è, già di per sé, teatrale.
Inizialmente, ancora prima di fare teatro, quando facevo filosofia, ho seguito i corsi di Lévy-Bruhl a Parigi, poi ho collaborato con De Martino e sono attualmente in contatto con Di Noia. Il lavoro di collaborazione con gli antropologi si è basato sul fatto che nella ritualità primitiva si riscontra la presenza di oggetti rituali che hanno un potere scatenante di stati di coscienza estremamente profondi, di stati di trance. La trance, l'immedesimazione col dio, si pone al centro dei culti. Nella trance l'adepto, il credente, perde coscienza di sé e si immedesima nel dio con un'operazione tipicamente teatrale: di qui la ragione della mia ricerca interdisciplinare.
Il mnemodramma è il punto d'arrivo delle "tecniche dell'abbandono", elaborate nel mio Studio. La "tecnica psicoscenica dell'attore", che lo precede, si svolge infatti su due direttive: tecniche dell'abbandono e tecniche del controllo. È evidente che la situazione ideale dell'attore consiste nella capacità di abbandonarsi al personaggio, ma anche di controllarlo, perché, come professionista, egli deve seguire le indicazioni di un copione. Questa è la fase precedente il mnemodramma: la preistoria del mnemodramma.


Nel mnemodramma vengono privilegiate le tecniche dell'abbandono e si lavora sia in gruppi che individualmente. Attraverso tecniche di rilassamento ed esercizi di respirazione, l'attore giunge a uno stato di trance. Questo lavoro è lungo, dura circa un anno: rassomiglia in questo ai tirocini iniziatici delle culture primitive, che durano spesso settimane e mesi. Attualmente tento di abbreviare questa fase preparatoria, perché mi si chiedono frequentemente dei seminari di mnemodramma, che tuttavia devono avere una durata praticabile. Capisco che restringendo i tempi, corro il rischio di non giungere a una conoscenza sufficiente del soggetto, prima di fargli affrontare l'esperienza mnemodrammatica.
Che cosa avviene nel mnemodramma? Nella tecnica psicoscenica ci sono dei presupposti psicologici, uno scenario che è predisposto e previsto, entro i cui limiti l'attore si immedesima in una data situazione personale, c'è dunque una struttura psicologica che protegge la prestazione in campo psicoscenico. Il mnemodramma invece va oltre, s'inoltra in mare aperto. L'attore deve porsi in uno stato di vuoto assoluto, di vuoto interiore totale, di ricezione totale dell'oggetto. Questo significa che non esistono più dighe, argini psicologici, che in qualche modo frenino e controllino la sua espressione. Si fa ricorso a un oggetto-simbolo che viene fissato o manipolato dall'attore. Seguendo tecniche e procedure simili a quelle della ritualità primitiva, egli sprofonda a latitudini interiori in cui la coscienza non è più presente: cade in uno stato di trance.
Siamo proprio al nucleo creativo del teatro. La trance è estremamente teatrale, come notano tutti gli antropologi e io con loro. Proprio in questo abbandono l'attore ritrova un passato che è talvolta "privato ", talvolta ancestrale. Il senso della parola "mnemodramma" coniata nel mio Studio è; dramma della memoria, ma non solo di quella individuale, bensì anche della memoria ancestrale e addirittura di quella ferina. Il ritorno allo stato ferino, a immedesimazioni ferine, che sono molto impressionanti, è molto frequente.
Del mnemodramma esistono vari stadi, una tipologia che corrisponde ai vari punti d'approdo.
Il primo mnemodramma, quello che fu presentato nel 1962 a Parigi, era un mnemodramma parlato. La ricerca sul mnemodramma è lentissima, perché rischiosa. Il rischio è rappresentato dall'incognita di quello che succede all'attore. Si scatenano forze senza nessun argine interiore o esteriore. 'Di qui, una certa esposizione al rischio.
Ricordo un'occasione in cui scoppiò la violenza, quando presentai il mnemodramma nel 1978 alla Galleria d'Arte Moderna di Roma a Valle Giulia. Si trattava di un "mnemodramma" visionario o di gruppo. Scoppiò la violenza, ci fu anche del sangue: io non ero preparato. La cosa fu molto traumatizzante. Rischi di questo genere non esistevano nel "mnemodramma parlato". Nel "mnemodramma parlato" l'attore viene posto di fronte a un oggetto della vita quotidiana: una chiave, un pettine, uno specchietto, ecc. Quando con alcune procedure psichiche l'attore raggiunge un adeguato stato di abbandono, l'oggetto si trasfigura: l'attore comincia ad avere delle allucinazioni, parla con qualcuno che gli altri non vedono, con delle presenze invisibili da lui evocate: e piange, ride, si dispera.


Nel mnemodramma parlato il ricorso alla parola inquadra l'evento nell'ordine concettuale della mente umana che si esprime attraverso simboli "privati", eventi "privati" (che io considero, però simbolici) emergenti dal passato personale. Fu questo limite a spingermi ad andare avanti: volevo uscire dal limite del "privato", anche se qualche volta c'erano degli strani mnemodrammi parlati in cui il vissuto personale veniva comunque superato.
Alla fine gli esperimenti si concretarono nel secondo tipo di mnemodramma: il "mnemodramma gestuale", fatto in due. L'oggetto, questa volta era un corpo anodino: un'asse, una corda, una stoffa. Esso fungeva da tramite tra due partners che, manipolandolo, comunicavano  fra  di  loro  e  vivevano  un'esperienza  molto  intensa emotivamente.
Il terzo tipo è il "mnemodramma visionario o di gruppo", nato nel ‘78, pochi mesi prima che facessimo uno stage di esperimenti in pubblico a Valle Giulia. Nel "mnemodramma visionario" si fa ancora ricorso a un oggetto, ma è un oggetto astratto: fatto di un materiale qualsiasi, composto in una struttura astratta. Attualmente uso oggetti morbidi - come veli, gommapiume, ecc. - dopo le traumatiche esperienze con oggetti solidi e quindi contundenti nei momenti di violenza. Ognuno del gruppo ravvisa nell'oggetto un suo feticcio, una sua trasfigurazione che spesso contraddice quella degli altri: di qui scontri e conflitti. Ma sempre più spesso la visione è comune e gli attori di uno stesso gruppo realizzano un crescente rapporto di solidarietà.
L'ultima fase del mnemodramma è il "mnemodramma di gruppo" con la musica. Il tentativo di includere l'elemento musicale nel mnemodramma non è stato facile, perché il ritmo induce subito a un'espressione, a una gestualità tipo discomusic. In definitiva, la visione si disperde nella tensione muscolare e tutto si riduce a quanto si può vedere in una qualsiasi sala di danza moderna. Infine, sono riuscito, lavorando con tre musicisti (un flauto, una percussione e un violino), ottimi improvvisatori tutti e tre, a elaborare dodici schemi musicali corrispondenti a vari stati d'animo, che via via vengono impiegati nelle varie situazioni psichiche del mnemodramma. Ho potuto constatare il potere inquietante della musica su determinati stati affettivi, la possibilità di autentico plagio, di dominio sulle coscienze altrui. Pensiamo all'aulòs, il flauto tanto temuto dai greci, strumento di possessione dionisiaca. La reazione degli attori è stata varia: secondo qualcuno, gli interventi musicali, se arricchiscono l'intensità dell'esperienza da una parte, dall'altra possono anche essere limitanti, perché la musica può aprire, ma anche chiudere gli orizzonti dell'evento. Se un attore vuole andare in una direzione, la musica lo conduce in un'altra. È questa un'esperienza in via di sviluppo, da cui c'è ancora molto da imparare. Questo è il quarto modello di mnemodramma, recentissimo, 1981-82.
Il mnemodramma non fa parte del lavoro svolto nella scuola di arte drammatica dello Studio. È oggetto di laboratorio. La scuola di teatro si ferma alla "tecnica psicoscenica dell'attore", che è finalizzata all'interpretazione dei testi del teatro tradizionale. Il mnemodramma ignora il personaggio è un abbandono a se stessi: è l'attore che diventa personaggio in stato di mnemodramma.


È sempre un fatto teatrale, ma tende a individuare nuove tecniche di linguaggio scenico. Secondo me il linguaggio usato oggi in teatro è un linguaggio morto, è un linguaggio dell'ottocento. Ci vogliono nuove tecniche di espressione, un nuovo modello di attore anche in vista della concorrenza espressiva dei linguaggi tecnologici dello spettacolo. In questo, e nel suo carattere interdisciplinare, il mnemodramma si differenzia dai metodi classici dell'Actor's Studio di Strasberg e Kazan. Quanto allo psicodramma, lo abbiamo sperimentato, anche se su un piano molto superficiale: teatralmente i risultati sono stati ottimi. La differenza fra mnemodramma e psicodramma è soprattutto la seguente: il mnemodramma richiede persone sane, psichicamente molto solide. Anche dopo uno o due anni di tecnica psicoscenica, appena si avverte la presenza di elementi di labilità psichica o addirittura di elementi psicotici, il mnemodramma diventa pericoloso. Per esempio, un anno fa è successo che una ragazza, spintasi troppo oltre nella tecnica psicoscenica, non ritornasse più in sé. Era una ragazza deliziosa e una buona attrice: risultò in seguito che era stata già due volte in ospedale psichiatrico e non me l'aveva detto.
Il mnemodramma è entrato anche in qualche mio spettacolo come strumento di lavoro: un po' ne Le diavolerie (1967) e ampiamente nel Leviathan (1974), presentati entrambi al festival di Spoleto. Ne Le diavolerie c'era già il lavoro sull'oggetto, una ricerca di linguaggio, che non coinvolgeva però l'attore fino ai livelli che ho descritti prima. C'era però un'eliminazione della scenografia (cosa che nel '67 era una novità) e oggetti strani: panche che si sventravano e diventavano bastoni, bastoni che diventavano onde enormi in un mare o foreste cinesi, e così via. C'era quindi una forte semplificazione scenica, una emblematizzazione della prestazione dell'attore attraverso oggetti-simboli che facevano leva sulla partecipazione dell'attore. Tutto era ancora esterno al mnemodramma vero e proprio, anche perché c'era un canovaccio appositamente scritto in funzione della regia.
Nel Leviathan, il discorso fu diverso. Nel Leviathan lavorai con quello che era allora lo stadio più avanzato del mnemodramma, cioè il "mnemodramma gestuale": per sei mesi registrammo in videotape delle esperienze di mnemodramma. Su questo materiale fu costruito, in buona parte, il Leviathan. Lo strano è che gli attori in stato di trance erano capaci di prestazioni incredibili: comportamenti vicini alla levitazione dei corpi, avvolgimenti acrobatici. In stato di veglia e, pur sulla scorta della registrazione in video-tape, anche se rotti a qualsiasi possibilità mimica e tecnica, gli stessi attori non riuscivano più a ricostruire quei movimenti. Si richiedevano dal corpo prestazioni simili a quelle di uno sciamano che con un costume di quaranta chili di peso riesce a fare dei balzi enormi in alto e a danzare per ore e ore.
Il Leviathan nacque così. Il testo nacque dopo la sperimentazione: fu una creazione degli attori. C'era in partenza solo un quadro emblematico, allegorico: il Leviatan biblico è un mostro che nasce dalle acque, simbolo di disordine, di caos e che, nello spettacolo, diventava un'allegoria del mondo moderno.
Il mnemodramma è stato anche il primo evento teatrale italiano invitato al Centro Pompidour di Parigi. Nei tre giorni del Seminario intitolato "La dimensione perduta" il gruppo di ricerca dello Studio si cimentò in tre mnemodrammi, provocando accesi dibattiti entusiasmo e sconcerto.
In questo momento c'è un interesse per il mnemodramma in America dove, con la mediazione di "Atti dello psicodramma" siamo stati invitati a inaugurare il 42° congresso dell'American Society of Psychodrama. Sarà un confronto interessante fra una tecnica terapeutica e una tecnica teatrale. Sarà anche un modo di ricambiare la visita di Zerka Moreno a Roma. In questa occasione verrà mostrato e discusso un mediometraggio sul nostro lavoro dal titolo: "Alle origini del teatro" che dopo anni di tentativi, abbiamo appena concluso in questi giorni e sul quale spero ci troveremo in una futura occasione a discutere.

 


SUMMARY


Mnemodrama and Psychodrama
The Author, founder of "mnemodrama", a drama of the memory, recalls the genesis of his research work on the actor. His research was based on the idea of spontaneous improvisation and regression to a sort of trance. Fersen's work does not have a therapeutical purpose but it shows remarkable analogies with psychodrama, even if it does not consider verbal communication and relies on the language of the body. The Author describes his research in ethnological terms, pointing out the divergency from the methods of the Actors' studio. He explains how his plays (Leviathan and Le Diavolerie) were influenced by "mnemodrama".

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