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QUESTA SERA SI PARLA A SOGGETTO di Santuzza Papa

Questa relazione figura tra gli atti del convegno romano "Tra Pirandello e lo psicodramma" ma fu concepita per un congresso di qualche mese prima in un'altra città.
Un congresso può, come un sogno, venir affrontato in due modi.

O come la metafora del rimosso, come punto della situazione ,e perché no, come la soddisfazione del desiderio (ma in questo caso non si sa dove situare il meccanismo della censura e tanto meno che farsene), o come un'occasione perché dalla creatività dell'inconscio emerga un discorso, l'indicazione per il futuro e per il cambiamento, come trampolino di lancio, insomma.
Per il Congresso, come per il sogno, ho scelto quest'ultima possibilità. Della mia preoccupazione di fronte al foglio bianco ho fatto un interrogativo e ci ho pensato un poco su. Ho pensato che in Italia da molti anni lo psicodramma è vitale e va diffondendosi sempre più. Ho pensato che una delle società di psicodramma, la S.I.Ps.A. era stata fondata (anche da me) con un patto di fedeltà alla S.E.P.T. francese, ma anche con una speranza o pretesa di autonomia e di discorso proprio. E allora mi sono chiesta che significato abbia fondare qualcosa che non si fondi su di un discorso proprio.
Che in Italia non sia ancora nata una teoria sullo psicodramma, non può certo servire come alibi per il mio silenzio di questi anni. Non amo ripetere cose altrui. Ma che cosa mi ha impedito di parlare di cose mie, della mia creatività all'interno di una Scuola, della mia individuazione che supera la ripetitività ecolalica, del mio discorso che ora ha una sintassi propria?
La risposta l'ho trovata in un nuovo interrogativo. Mi sono chiesta se il silenzio (dato che sviluppare un tema non è ancora "parlare") non sia stato un silenzio edipico. A ben guardare, infatti, nella triangolazione edipica non è poi così chiaro il confine tra l'identità e l'identificazione, mentre è chiaro che il tabù dell'incesto induce (per lo meno in me) un'inconscia convinzione di inaccessibilità al discorso del padre come se esso potesse essere ripetuto e sviluppato, ma non cambiato e ricreato, se non correndo il rischio di sovvertire l'ordine costituito. E sappiamo che l'ordine costituito si fonda sull'Edipo (1).
Se per padre si intende Lacan, non è certo in questione la forclusione del nome del padre, e neanche la rimozione: le citazioni ne danno conferma. Mi sembra invece in questione la rimozione dell'"effetto di silenzio" che il nome del padre può comportare: credo non solo per me. E proprio sul silenzio mi sono interrogata.
Ma parlare, l'ho già detto, significa fare un discorso che si ponga come apertura in avanti e non come ripetizione del discorso dell'altro (a che scopo, proprio a proposito di psicodramma?) perché nella ripetizione sarei costretta a leggere il segno della dipendenza e dell'oggettivazione che si realizzano quando si aliena il proprio discorso.
La teoria sullo psicodramma esiste: il discorso c'è; come dire, c'è stato. Come inserirsi in un discorso senza ripeterlo e senza cadere nella mera identificazione?
Sono sicura che già l'intervenire nell'interpunzione possa capovolgere il senso del discorso: il che per me significa mettere il punto interrogativo proprio là dove finora è stato messo il punto esclamativo o il punto e basta.
Del resto, il mito di Edipo non si apre proprio sulla capacità di reggere l'interrogativo? Interrogativo che toccava l'essere dell'uomo?
Io credo che essere analista, così come essere soggetto, significhi innanzi tutto essere fuori del processo di oggettivazione, o meglio, tentare continuamente di uscirne: questo vuoi dire porsi domande non sul ""che cos'è", ma sul "chi sono".


Così, per quanto riguarda lo psicodramma, ho posto a me alcuni punti interrogativi che ora vi ripropongo.
Un punto fermo è che non si debba entrare nel circuito libidinale del gruppo e su questo posso essere d'accordo. Ma il punto interrogativo sta nella posizione da prendere per non cadere nella rinuncia di chi sostiene che nel gruppo è difficilmente analizzabile il transfert: questo non vuoi dire mettere tra parentesi la relazione? E come è possibile che ci sia processo analitico laddove la relazione non venga usata come strumento privilegiato nel cammino dell'individuazione?
Nel gruppo l'analista non può essere il "morto" perché subito, grazie al corpo ed allo sguardo, diventerebbe lo "zombi", il fantasma della vita apparente con cui il gruppo rischia di identificarsi, cadendo nella non-vita.
E poiché l'identificazione è un mostro che non si accontenta di essere aggirato per smettere di lanciare le sue fiammate, mi si prospettano due possibilità:
a) posso pormi come il supporto della proiezione regressiva e ripetitiva: il supposto sapere che però dichiara di non sapere. Dove il fantasma è che io analista sappia, perché ho visto, qualcosa che il paziente non sa di sé, perché non l'ha visto. Questo "qualcosa" è così pregno di significato, proprio nella sua indefinitezza e inconsapevolezza, da divenire portante di definizione. La domanda è che sia l'altro a definire: a dare l'etichetta, la diagnosi, la sentenza di vita o di morte, visto che la fantasia con cui si ha a che fare è quella della malattia.
E come la malattia è una domanda di cura (e i due concetti si definiscono a vicenda, nella loro stretta interdipendenza), così la domanda di essere definiti è la delega all'altro della propria verità e quindi è una domanda di dipendenza.
Allora la negazione del sapere rischia di mordersi la coda e di mantenere l'analizzando in posizione volutamente dipendente.
Tra l'altro, a ben guardare, si tratta di una de-negazione, o meglio, di una reticenza, perché l'analista "classico" saprebbe o presumerebbe di sapere, fin dai primi colloqui, di fronte a quale patologia si trova, così come il corso dell'analisi (le fasi) serve in qualche modo a confermare o a contraddire una diagnosi.
b) Oppure: posso pormi, sapendolo, come colui che conosce la strada del sapere di sé e può accompagnare l'altro a percorrerla, sapendo che in ciò è il mio unico sapere, mai concluso come mai è concluso, finché c'è vita, il mio stesso processo di realizzazione e di autocreazione: io so (per quanto mi è possibile) ciò che sono (per quanto mi è possibile); ed io "sono" in relazione a me e nella mia relazione con l'altro.
In questo modo la dipendenza, normalmente ritenuta elemento ineliminabile e inscindibile dal suo complementare, la ripetizione, può essere posta come "altro da", fin dall'inizio: non negata ma non postulata.
Intendo dire che so bene che nel processo analitico si ripetono delle cose, prima fra tutte la dipendenza, ma non ritengo che il senso del processo analitico si possa ridurre né alla ripetizione né alla dipendenza.


Tra analista e "paziente" può instaurarsi una relazione in cui il secondo, proprio perché definito paziente, viene chiuso in una posizione passiva, come l'etimo denuncia: mentre io parlo di una relazione in cui il cosiddetto paziente venga (seppur gradualmente) posto in grado di riconoscersi soggetto della ricerca della propria verità.
Così, se da una parte ritengo che il cammino stesso dell'analista non sia mai concluso e anzi prenda ossigeno in un processo di trasformazione che riguarda la relazione e non uno dei due soltanto, dall'altra sono convinta che il cammino dell'analizzando vada letto non come semplice ripetizione nei confronti di un fantasma che si modifica col modificarsi delle proiezioni, ma come presenza ad un rapporto che subito, fin dal primo istante, è il nuovo in relazione dialettica con il vecchio che riemerge.
A questo punto l'identificazione può aggiustare il tiro e spostare la sua mira dal personaggio, dall'analista nella sua concretezza o nel suo ruolo, al metodo. Perché il metodo è il processo analitico stesso, la relazione, che, se si pone come metodo, automaticamente si pone come terzo tra i due che sono in relazione: e ciò basta, nel gruppo, ad evitare la confusione dello specchio, la leadership dell'analista e l'identificazione con lui, instaurando invece la dialettica del rapporto: ben diversa dal lasciarsi andare all'indietro nella dipendenza analitica e passiva che è il rischioso traslato del lettino nel gruppo.
Se l'identificazione è sul metodo, l'identificarsi col metodo pone l'analizzando in posizione attiva, in stretto rapporto con l'analista e col gruppo, in una via di ricerca in cui l'analista ha funzione essenziale senza essere detentore di potere e di sapere e senza porre per definizione l'analizzando in una aprioristicamente presupposta posizione di dipendenza: l'amore, il transfert non viene concentrato concretisticamente sulla persona dell'analista costringendolo a rimbalzarlo e respingerlo nell'ottica della frustrazione e della non risposta. Se invece esso investe il metodo diventa la spinta al cammino, l'amore della ricerca, il coraggio di guardare e di vedere proprio quella mancanza che di norma non viene colta come concetto-limite, e finisce per diventare il limite al processo di simbolizzazione e di individuazione.
In questo momento storico e nell'ambito di questa struttura economica in cui tutto concorre ad alienare il soggetto per ridurlo alla passività ed alla reificazione, l'analista deve, secondo me, assumersi la coscienza della sua presenza nella storia.
Occorre rivendicare al campo dei rapporti interpersonali e quindi alla psicoanalisi quella "rivoluzione copernicana" che, aperta da Kant, assume oggi in Ilya Prigogine la sua portata più completa in una Nuova Alleanza tra cultura (2) umanistica e cultura scientifica che nasce dal riconoscimento che la natura stessa non è più puro oggetto quantificabile ma soggetto di un continuo modificarsi, che è un continuo rompersi di ordini preesistenti per produrne di nuovi. Se le strutture dissipative e le fluttuazioni non sono riducibili alla causalità ed alla prevedibilità, cade la scissione degli opposti uomo-pensiero-soggetto / natura-materia-oggetto e "scoppia" la relazione tra un soggetto che è a sua volta oggetto (l'uomo) e un oggetto che è a sua volta un soggetto (la natura: dove le strutture dissipative si pongono come sistemi conoscitivi interni, come capacità di modificare la sintassi).


Così l'analisi si porrà come metodo nella zona intermedia, la zona della relazione tra soggetti, tesi (seppur con peso ìmpari) ad evitare la reciproca oggettivazione, nel riconoscimento della dialettica interna tra soggetto e oggetto: si tratta di intenzionarsi al soggetto con il chiaro progetto di renderlo capace di non cadere nel gioco delle  proiezioni  identificatorie  e  di  conquistare  invece  la  distanza critica da sé come dall'altro con cui è in relazione.
E se nel processo analitico le categorie universali si chiamano simboli e non "fasi", può essere salvata, senza nulla perdere dell'universale, la creatività del cammino individuale, irripetibile: la scelta è tra la standardizzazione in nome di fasi preconcette e prestabilite (il sapere già dato), e l'apertura all'interrogativo che fa sì che ogni rapporto analitico sia diverso da tutti gli altri e quindi non precisamente prevedibile.
Mi pare chiaro che il transfert, nell'accezione che ho proposto, non dovrebbe essere trascurato ma anzi sottolineato nella sua centralità creativa. Infatti, particolarmente quando si tratta di un gruppo, occorre tener presente il rischio dell'oggettivazione e della passività, e anche dell'identificazione collaterale che chiamo di contagio (strumento mortale e non vitale): il rischio insomma della caduta nell'inconscio collettivo di cui il gruppo può diventare sede privilegiata e voce corale.
Sembra superfluo dirlo, ma è bene non dare nulla per scontato: tutti noi abbiamo esperienza della precisa fisionomia che ogni gruppo assume e che lo rende diverso da ogni altro. E come se ogni gruppo si configurasse con una propria personalità che ne fa un individuo, interferendo e comunque interagendo con il processo di individuazione dei singoli componenti.
Se si vuole evitare la massificazione del gruppo e la leadership dell'analista, occorre evitare che la relazione si instauri in una polarità duale (l'analista da una parte e il gruppo dall'altra).
L'analista deve porsi come centro da cui partano a raggiera rapporti singoli ben precisi e nello stesso tempo deve garantire il circolo: perché la circolarità del discorso e del desiderio è cosa ben diversa dalla coralità delle voci.
Per questo ho rivisto anche la mia posizione a proposito dello sguardo in psicodramma, ed ho pensato che proprio lo sguardo può indurre e sostenere la relazione di cui parlavo e controbilanciare (che non significa sopire) l'angoscia di frantumazione dell'immagine negli sguardi dei componenti il gruppo. Certo bisogna evitare lo sguardo-boomerang, lo sguardo domanda che avvolge e lega, in cui non c'è incontro tra due soggetti ma fusionalità.
Ma di fronte allo sguardo-giudizio del gruppo, di fronte cioè alla castrazione, credo valga la pena di instaurare l'altra polarità. Quella dello sguardo d'amore, che porta a guardare con amore il proprio conflitto, la propria mancanza, a recuperare il fallo insomma.
Particolarmente pungente per me da molto tempo, è l'interrogativo sulla coppia degli analisti. In Psicodramma si lavora in coppia: perché in coppia?


Scarto una prima ipotesi prima ancora di enunciarla, perché mi appare lesiva del mio processo di individuazione: ed è che si lavori in coppia per abitudine analitica, cioè per trasmissione ereditaria sulla catena di transferts identificatori che fanno sì che una prassi si teorizzi, senza che la teoria entri in rapporto con la prassi a modificarla. La seconda ipotesi non mi soddisfa: ed è che si lavori in coppia in nome di un riferimento teorico che mi lascia perplessa: l'alternarsi delle funzioni eviterebbe lo sclerotizzarsi dei ruoli. Ma sta a me non entrare nel ruolo, o sta all'altro con cui mi alterno l'impedirmelo? Nel secondo caso si chiuderebbe la stessa coppia degli analisti nella relazione di interdipendenza e di definizione reciproca: relazione che, se va rotta tra analista e analizzando, ancor più dovrà essere evitata tra analista e analista.
Il ruolo, se non è lo spazio in cui io mi pongo, è lo spazio che mi viene attribuito per proiezione: ma sta a me rompere la proiezione con il mio porrai nella relazione (col gruppo) e non con il mio presentarmi in relazione (col partner).
A tutti noi è capitato di condurre un gruppo da soli per casuali assenze del coterapeuta: per quanto mi riguarda non vedo la difficoltà di assumersi in prima persona le due funzioni di animatore e di osservatore che normalmente vengono scisse proprio nel loro alternarsi. Scisse e reintegrate: ma questo esclude veramente il rischio di porsi o essere posti nel ruolo? C'è da chiedersi se le due funzioni non abbiano qualcosa a che vedere con il materno e con il paterno. Chiaramente è in gioco il transfert, ma anche e più sottilmente il controtransfert, e soprattutto il fantasma dell'incapacità del singolo analista di prendere distanza riflessiva all'interno della relazione e di porsi come terzo tra sé ed il gruppo.
E tutto ciò sa nuovamente di Edipo e di ipostatizzazione di una triangolazione esterna anziché interna.
La terza ipotesi mi si presenta come più gradevole, anche se non densa di una portata teorica tale da renderla assertoria. È che si lavori in due per il piacere dello scambio e non per il bisogno della presenza che colmi la mancanza. Ma allora non dico in coppia ma in due: dove lavorare in due significa un aprirsi all'altro e quindi al gruppo e quindi al sociale, al discorso insomma. E significa anche non indurre uno schema che forzatamente si fa edipico, ma offrire invece l'occasione di due discorsi. Magari di due modalità interpretative diverse, certamente di due modalità di rapportarsi distinte (= non legate fra di loro e non interdipendenti nella loro definizione come avviene nella coppia parentale) che garantiscono e stimolano il cammino della libertà e dell'individuazione.
A me sembra evidente che, prima di interrogarsi sulla coppia terapeutica, occorra mettere a punto il discorso sulla coppia come modalità preminente e indiscussa di relazione sociale. Certo, a proposito di scissioni relative alla separazione dei ruoli, il concetto stesso di coppia, così come la nostra cultura l'ha configurato, meriterebbe l'attenzione (quella col punto interrogativo, intendo) di almeno qualche analista in più.
Ma qui la questione si fa nodale ed esistenziale ed investe, prima della teoria e della prassi analitica, il proprio essere nel mondo ed il significato del proprio progettarsi.


Infatti occorre evitare di fare dell'analisi un processo di guarigione-riadattamento-reinserimento all'interno di una scoperta di verità già da altri scoperte e teorizzate. Verità per cui il cammino è già segnato e richiede soltanto che ciascuno ne ripeta faticosamente le tappe, fino a giungere alla meta che è il pianoro della normalità. In questo caso non sembra poi così privo di fondamento l'attacco spesso rivolto all'analisi come metodologia funzionale al sistema e garante della conservazione del potere. Certo, se la scelta va nella direzione conservatrice del culto della norma, non occorre più interrogarsi su alcunché. Tanto meno sulla coppia che, in quanto elemento portante della triangolazione edipica, non solo non andrebbe messa in discussione, ma anzi assurgerebbe dal limbo delle ipotesi all'empireo delle ipòstasi.
Se invece si decide che la psicoanalisi è un processo di trasformazione tanto dell'individuo che del sociale (visto che l'individuo si definisce in base alla relazione), se l'analisi è un divenire, un cammino di ricerca di una verità propria che non può essere soltanto ripetizione della verità altrui e concatenazione identificatoria con l'essere dell'altro, allora interrogarsi è non solo necessario ma perentorio.
Allora alla quiete della certezza si può sostituire la tensione perenne e creativa del dubbio. Allora ci si può chiedere se la coppia, il porsi in coppia (sia nell'esistere quotidiano, sia nell'emergere della funzione terapeutica) non vada colto come alienazione e delega di parti che dovrebbero essere assunte nel soggetto, maschile o femminile che sia.
Il desiderio di essere una coppia terapeutica non è facilmente distinguibile dalla domanda di essere in coppia, dal bisogno di essere in coppia: questo ha a che fare da una parte con la nostalgia della coppia mitica, dall'altra con l'angoscia di castrazione. C'è bisogno di ricordare la stretta connessione che la teoria classica pone tra complesso di castrazione e complesso edipico?
Comunque, se anche si postula la presenza della coppia (e resta un postulato: quindi, forse, una domanda) il problema è la modalità controtransferale in cui la coppia si pone di fronte al gruppo: problema che non intendo diverso da come io, singola analista, mi pongo di fronte al gruppo (e anche di fronte al singolo analizzando).
È in gioco là funzione edipica che, consciamente o no, l'analista (e tanto più la coppia degli analisti) si assume all'interno di uno schema teorico che della triangolazione edipica fa la sua struttura portante.
E qui, il mio punto interrogativo si fa particolarmente sinuoso e, a ben guardarlo, assume le sembianze del serpente: e non è una novità che la posta in palio, ad ascoltare il serpente, sia la cacciata dal paradiso terrestre. È lì che comincia la storia. E allora: l'Edipo è un punto di arrivo o un punto di partenza?
Nel 1971 M. Safouan al congresso di Aix dell'Ecole Freudienne si chiedeva: "L'Edipo è universale?". Proponeva una relativizzazione del complesso di Edipo, e affermava: "L'Edipo, in fondo non è che una forma culturale in mezzo ad altre ugualmente possibili, purché adempiano alla stessa funzione che è la promozione del ruolo della castrazione nello psichismo" (3).


Io mi chiedo se il concetto di castrazione debba essere messo in relazione soltanto con l'Edipo o non possa invece essere riportato altrove: per esempio proprio all'interno di quella scissione che, in nome della coppia primordiale, porta alla ripetizione della coppia, anziché all'assunzione nel soggetto delle caratteristiche della coppia degli opposti.
La battuta scherzosa con cui i pazienti dei gruppi alludono agli analisti chiamandoli "la mia mamma e il mio papa" è "solo" uno scherzo?
Io provo a leggervi il segno di un pre-giudizio, un pre-rapporto indotto da qualche cosa di più profondo che ha che fare:
a) con uno schema analitico ormai infiltrato nell'acculturazione del paziente;
b) con uno schema intrinseco all'analista stesso che privilegia funzioni ora materne ora paterne, instaurando lui stesso (e figuriamoci quando si tratta di "loro stessi", la coppia) una relazione edipica in cui si tratta non più di fare da schermo alle proiezioni, ma di entrare invece, più o meno consciamente, nel gioco.
Allora devo chiedermi: come mi pongo io, soggetto responsabile della relazione, in modo da non rispondere alla domanda di figlità che peraltro è complementare alla mia domanda di maternità?
E questo devo chiedermelo io, e non io in coppia con lui-coterapeuta: perché ciò sarebbe sufficiente ad instaurare a priori la triangolazione che ingabbia nella reciproca definizione dei ruoli.
La relazione genitale non è qualcosa che supera le categorie del materno e del paterno?
Essere adulto significa poter essere padre e madre di se stesso e quindi anche figlio di se stesso e poter riportare la stessa modalità relazionale con l'umanità tutta. Questo dovrebbe eliminare, oltre alla propria "figlità" e dipendenza, anche il bisogno della "figlità" altrui, atta a definire la propria genitorialità.
Il mito dell'incesto è stato eletto a sostegno teorico del tabù dell'incesto: stranezze della sorte. Ma anche Lacan, dopo Paolo, ha letto nella legge l'indicazione all'infrazione: perché non tenerne conto?
Chissà perché la triangolarità incestuosa (concretisticamente letta) ha preso il sopravvento sull'integrità del mito, cancellandone, tra l'altro, anche l'inizio che ha tutte le carte in regola per presentarsi come struttura portante?
In principio era la sfinge: e il senso del mito sta nell'enigma, la cui soluzione costa la vita o la morte, propria e della città.
La stessa via è proposta da altri due miti che, certo non a caso, emersero tempo fa in due sedute consecutive di un gruppo di psicodramma in cui lavoravo:
a) Dio-padre ha posto il divieto sull'albero del sapere: il peccato originale, l'ho detto, costa la cacciata dal paradiso della figlità beata ed inconscia, ma vale l'assunzione responsabile e sofferta dell'essere soggetto (e qui fu il primo incesto) della storia.
Divieto o indicazione di strada?
b) Dio-non-padre propone ad Abramo quello che acutamente Kierkegaard chiama lo scandalo della ragione: si tratta di sacrificare la paternità come possesso egoico, prostrando la disponibilità a sacrificare il figlio tanto atteso.


Scandalo o indicazione di strada?
Certamente enigma e non schema presupposto e portatore di sicurezza passiva. E che cos'è l'analisi se non il coraggio del punto interrogativo, dell'enigma ogni volta rinnovato sul chi è l'uomo, cioè sul chi sono io?
Questo è poi l'interrogativo che si pone chiunque entri in analisi, e, nella fattispecie, chi entra nel gruppo. Vale la pena di non sottovalutarlo e di non svuotarlo della portata di rinnovamento e di scoperta della propria storia, non certo solo passata.
Ed ecco che entrare in gruppo, si dice, è ri-nascere in situazione familiare. Ma il termine "familiare" allude ad un'abitudine che permette di riconoscere qualche cosa senza meravigliarsene: siamo nel regno della ripetizione. Ma noi sappiamo che la ripetizione è gabbia e negazione della libertà: è nevrosi, insomma.
Bene. Allora c'è da scegliere:
a) il gruppo è il luogo della ripetizione dove tutto ricomincia daccapo, tutto si ripete perché cambiando il singolo, tutto resti come prima per quanto riguarda il sociale: ma devo avere il coraggio di riconoscere che io stessa induco la ripetizione ponendola come schema teorico e aderendo all'ipotesi del reinserimento e dell'analisi funzionale al sistema;
b) il gruppo è il luogo in cui la ripetizione avviene per natura: non perché io usi la ripetizione come metodo; ma perché quando si è più di due, là c'è Dio, si diceva una volta, là c'è l'inconscio collettivo, dico io. Ed è con l'inconscio collettivo che nel gruppo si devono fare i conti se si vuole che il soggetto divenga tale rendendosi attivo e non ponendosi come oggetto: questa è la strada verso l'individuazione. Il gruppo può essere un luogo privilegiato di tale esperienza perché vi si incontra non un fantasma ma il supporto reale del fantasma: se ne fa esperienza.
Allora io della ripetizione che avviene per natura faccio cultura e momento di trasformazione, ponendomi fin dall'inizio come colei che porta il segno della rottura della ripetizione. In altre parole come colei che rifiuta, pur accettandola, la dipendenza. Visto che la ripetizione è dipendenza, domanda di identificazione, rinuncia alla presenza responsabile del soggetto, oggettivazione, insomma.
Perché non fare di questo il punto di partenza, anziché il punto di arrivo?
Adulto non significa necessariamente padre o madre di fronte al non-adulto-figlio. La relazione genitale ha come significante l'amante (e nei miti primordiali la congiunzione non era genitoriale ma erotica: tant'è che Parvati si fa un figlio, Ganesh, al di fuori dell'unione pur ontologica con Shiva; e Shiva si fa i suoi figli al di fuori dell'unione pur ontologica con Parvati; più vicino a noi, Maria è madre di un figlio senza padre): ma allora figliazione o creatività non implica coppia esterna, ma interna.
E se si giunge a non leggere il termine "genitale" in senso riduttivo legandolo agli organi genitali e alla sessualità soltanto, ma si ricorda che genitalità è pensiero e globalità della personalità, capacità di rapporto non più orale dipendente, ma paritario creativo, ecco che ancora una volta è in gioco come strumento il mio fantasma di relazione, in rapporto dialettico con il relazionarsi dell'analizzando


 Ancora una volta è in gioco il metodo: amante sarò non del paziente nel circuito libidinale che costringe nella reciproca dipendenza, relativa all'istituirsi dei ruoli; ma amante della verità dell'analizzando che, grazie al mio amore, potrà amare la propria verità. Il mio amore è non su di lui, ma sul suo "vero", bello o brutto che sia. Così come il suo amore è non su di me, ma sul metodo, sul processo analitico, sullo Psicodramma: non scena di gioco, ma dramma della psiche che, sottratto alla teatralità dell'inconscio collettivo, al rischio dell'isteria esibizionistica e/o voyeristica, assurge, proprio nel collettivo del gruppo, alla storia individuale ed al processo di individuazione.

 


(1) Per quanto riguarda il superamento del tabù dell'incesto, si veda, oltre all'Opera Omnia di Jung pubblicata da Boringhieri, il particolare approfondimento teorico che Silvia Montefoschi conduce nei suoi tre saggi finora usciti per Feltrinelli.
(2) Ilya Prigogine, La nuova alleanza, Longanesi, Milano,  1979.
(3) M. Safouan, Studi sull’Edipo, Garzanti, Milano, 1977.


SUMMARY

Tonight the Subject Speaks
The Author talks about her transition from Freudian psychodrama (influenced by Lacan) to a Junghian conception. Overcoming the Oedipal complex is a starting point not a conclusion, because it opens the way to symbolical incest, and to a passage from an old order to a new one. The Author also discusses some theoretical aspects of Lemoine's conception of psychodrama, such as: the concepts of transference and identification, the relationship between analyst and patient and the one between individual and group. She considers the risk that a couple of psychodramatists (married in real life), might run of reproducing the Oedipal triangle and so blocking the patient's process of individuation and preventing the "conjuctio" between Eros and Logos.

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