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IL REBUS DEI DUE O TRE ATTI di Luigi Pirandello

Da COMOEDIA, n. 2, anno 6, 1924 — Intervista redatta da Virgilio Martini

Rividi Pirandello in una sera dello scorso maggio. Stava nel suo studio, sdraiato pacificamente su una poltrona, a fumare. Chi l'avesse visto così, con la sua faccia da uomo normale, con una giacchettina di tela e un paio di comode pantofole di pelle, l'avrebbe scambiato per un cavaliere impiegato delle poste, un commendatore pezzo grosso delle ferrovie o di una Banca, per un borghese qualunque, mai per Pirandello. Io, che lo conosco da tempo, ormai, mi permisi di non dubitare della sua identità.Sul suo tavolo stavano diversi fogliettini di carta a quadretti, ricoperti di una calligrafia chiara, minuta, regolare, quasi da scolaro, senza una cancellatura. Mi ricordai di alcuni libri suoi, già stampati, ch'egli ama rileggere — centellinare — la sera, in quel suo studio, per «riposarsi» dopo il lavoro; libri pieni di cancellature e di variazioni e di aggiunte, tutte fatte col solito zampettare minuto e tremolante che rivela subito il pennino immancabilmente spuntato adibito a quell'uso. Domandai: Ma non corregge più, ora?

— Se correggo! Ma voglio vedere la pagina pulita. Tutti i giorni, appena ho finito di scrivere, rileggo quello che ho scritto, e quando dovrei fare una correzione riscrivo tutta la pagina. Così saltano fuori altre correzioni, e io ricopio nuovamente. Arrivo anche a ricopiare per sette o otto volte. Ma passo subito i manoscritti per farli ricopiare a macchina.
— Così questa, una commedia vero? È già dattilografata?
— In parte sì. Un atto e mezzo.
— E, nell'originale, si può sapere a che punto è arrivato?
— Oggi ero completamente in vena, e invece di scrivere soltanto in mattinata, ho scritto tutto il giorno. Domani spero di finirla, perché son già alle ultime scene.
— Quelle del terz'atto?
— Ecco, questo non glielo saprei dire.
— Perché?
Pirandello non risponde: ma prende il primo atto dattilografato e me lo mostra.
Leggo sulla copertina: «Ciascuno a suo modo» — commedia in 2 o 3 atti — con intermezzi corali — di Luigi Pirandello.
— Ecco, — domandai ancora — e di questa commedia con gli atti proprio a suo modo, mi può dir nulla?
— Io gliela posso anche raccontare, ma purché non ne dica nulla, almeno per ora. E in seguito, se ne parla, lo faccia con discrezione. Credo che questa sarà la più strana, la più imbrogliata, la più difficile a capirsi fra tutte le mie commedie...
Sorride, accende un'altra sigaretta, e prosegue, accendendosi anche lui mentre parla:
— Io ho voluto qui fare una cosa nuova, per gli altri e per me. Rappresentare l'instabilità della vita, questo continuo muoversi, agitarsi, cambiarsi della vita, a ogni giorno, a ogni ora, a ogni minuto. Noi non abbiamo che delle sensazioni momentanee, fuggevoli, che formano le nostre credenze, le quali però, evidentemente, poggiano su basi incerte, mutevolissime, che possono ad ogni momento muoversi, sgusciar via, sparire, facendo crollare ogni cosa, cambiandoci tutti, rendendoci diversi, ignoti a noi stessi. Noi vediamo una cosa in un modo; ma poi cambia un fattore esterno o interno, un elemento qualsiasi che concorreva a farci vedere quella cosa in quel modo; e allora noi la vediamo e la giudichiamo differentemente, se pure la vediamo sempre! Perché a volte essa ci può sparire completamente, noi possiamo dimenticarcene o anche, in buona fede, rinnegarla e attribuirla ad altri. E com'è delle cose così è di tutto. Tutto ci cambia, continuamente, e siccome questo tutto è ciò che forma la vita, ne risulta che la vita è, come dicevo, instabile. Ora, cogliere la vita nella sua instabilità, per fissarla in una commedia, era un'impresa difficile, che non avevo mai tentata. Ci ho provato ora.
— E sente di esserci riuscito?
— Spero. Per mezzo di elementi comuni, di fatti; fatti che però cambiano, come dire?, fra le dita per me che ho scritto, cambiano dentro i personaggi, e cambiano sotto gli occhi...
— Per gli infelici che assisteranno alla prima!
— Ho già pensato anche a loro. Quanto al fatto, è questo. (E alla svelta me lo dice). Ma non lo racconti, tanto più che, come vede, non è la cosa principale, ma soltanto la scusa perché fosse possibile mettere sul palcoscenico quella instabilità di cui le parlavo.
— E il rebus dei due o tre atti e degli intermezzi?
— Appena è calato il sipario sul primo atto, io lo faccio rialzare subito... sul foyer. Si vede là, sul palcoscenico, che ora rappresenta un foyer, il pubblico che discute il primo atto di questa commedia di Pirandello.
Naturalmente, me ne faccio dire di tutti i colori. E, perché la tavolozza sia completa, oltre al rosa o chiaro o grigio del pubblico, aggiungo il verde e il nero della critica.
— Perdio, una volta tanto questa ci voleva! Perché, se non sbaglio, lei non l'aveva mai messa sulla scena?
— No, prima d'ora. Dunque, in questo intermezzo, dopo un primo tema in cui si svolgono i commenti del pubblico e della critica, qualcuno comincia a dire che questa è una commedia «a chiave». E si fanno anche i nomi. Quella signora Morello, per la quale è successo, nell'antefatto, il dramma fra due uomini, è proprio la signora Moreno che, da un palco, ha assistito alla rappresentazione; e quell'uomo, nella commedia, è proprio l'uomo che sedeva vicino alla Moreno in teatro! Quanto al morto, non assiste alla rappresentazione. Intanto la Moreno sta mangiandosi le dita e i fazzoletti, per la rabbia di essere stata così messa sul teatro, quasi in berlina di fronte al pubblico, da questo rompiscatole di Pirandello; e anche l'uomo è pallidissimo. E nel pubblico, quello del foyer, la curiosità e l'interesse aumentano, poiché ognuno si domanda come l'autore svolgerà la situazione negli atti successivi, e che cosa faranno la Moreno e l'altro. A questo punto suona il campanello, e tutti si avviano dal foyer verso l'interno del teatro per il secondo atto. Allora il sipario cala davvero, e il pubblico, quello vero, può venire nel foyer, vero, a fare i suoi commenti, veri.
— Ho paura invece che tutti stiano a pigliare il caffè, fumando, senza dire una parola, perché se i commenti li avrà fatti prima tutti lei... anche per i critici sarà un affar serio! A proposito: sono «a chiave» anche loro?
— Quelli no, — sorride Pirandello — ma sa: ce ne ho messi cinque, e cinque bastano.
— Già, tanto è una fauna con poche varietà. Ma questo lo potrei dire?
— Faccia lei... Noti i tre piani sui quali s'imposta subito l'azione. Primo: questa realtà che, fra le mani dell'autore, diventa là, sul palcoscenico, una finzione. Secondo: la finzione artistica, sul palcoscenico, che sta trasformandosi, per il pubblico del foyer, in una realtà. E terzo: la realtà della Moreno che, assistendo dal suo palco alle vicende della Morello sul palcoscenico, sente la sua realtà trasformarsi in quella finzione, e si ribella a che quella finzione, diventi, anche per lei, la sua realtà.
— Qui poi, oltre ai tre piani, — noto io — ci voleva anche lo stenografo, perché chi sa che roba scriverò io quando mi dovrò ricordare di ogni cosa!
— Non è poi così difficile... E siamo ora al secondo atto. Il quale termina con una scena che, credo, dovrà suscitare gli applausi del pubblico.
— Quello che ha pagato il biglietto, o quello falso?
— Il primo. Ma se applaude il pubblico in platea, è giusto che io faccia subito rialzare il sipario, sul solito foyer, nel quale è logico che ci siano poche persone perché quasi tutte sono ancora di là ad applaudire la scena finale del secondo atto. In questo secondo intermezzo, naturalmente, non posso far ripetere i commenti e le critiche come nel primo. Invece farò succedere un pandemonio. Perché si saprà che la Moreno, indignata, è andata sul palcoscenico, nel camerino della prima attrice, quella che faceva la Morello, e l'ha schiaffeggiata, urlandole che era d'accordo con l'autore per metterla in berlina. L'attrice ha buttato via la parte e il vestito, ed è fuggita dal teatro dicendo al capocomico che lui s'era messo in combutta con l'autore per procurarle quella seccatura! Intanto la Moreno vien giù nel foyer, anche alcuni attori vengon giù col capocomico; altri vanno via. E il pandemonio continua. Il pubblico, che vede compromesso lo spettacolo, si scaglia unanime contro la Moreno, e allora questa è difesa dall'uomo. Precisamente com'era avvenuta sul palcoscenico dove, dopo una scena violentissima fra l'attore e l'attrice, questa era stata difesa soltanto da lui. E i due spettatori se ne vanno insieme dal foyer, precisamente come se n'erano andati insieme i due attori dal palcoscenico. Quella finzione alla quale la donna si era violentemente ribellata, non potendo permettere che l'autore le facesse fare quella cosa che ella, nella realtà, non avrebbe mai fatta, è proprio divenuta la sua realtà. Così l'arte previene la vita.
— E allora?
— Allora parte del pubblico se ne va, parte degli attori se ne vanno, altri attori fanno notare che un'altra parte del pubblico sta sempre in platea, e il capocomico dice che a quelli ci penserà lui.
— E come...?
— Il sipario cala; il capocomico vien fuori, alla ribalta, e annuncia che per gli incidenti accaduti in teatro la rappresentazione non può più aver luogo.
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