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"IL SIPARIO DELL'ANIMA" al Teatro della Società di Lecco - 1986

a cura di Antonio Attisani e Riccardo Bonacina con interventi di

Turi Ferro

Giulio Bosetti

Giorgio Albertazzi

Giovanni Cavicchioli

Paolo Stoppa

Francesco Callari

Ottavio Rosati

 

 

 

PIRANDELLO E LO PSICODRAMMA

di Ottavio Rosati

Quando si sente dire che il teatro di Pirandello è tutto uno psicodramma, quegli psicologi che lo psicodramma lo fanno di professione devono riconoscere che l’affermazione, per quanto lusinghiera, merita una spiegazione.

Innanzitutto bisogna intendersi sui termini. Una festa di tarante, un delitto passionale o una zuffa parlamentare di per sé non costituiscono dei veri psicodrammi, nonostante il loro carattere corale e gruppale.

Lo psicodramma vero e proprio è un particolare tipo di rappresentazione terapeutica introdotta negli anni Venti nel mondo della psicologia e del teatro da Jacob Levi Moreno (Bucarest 1889, New York 1974), lo psichiatra inventore della psicoterapia di gruppo, spesso accostato a Pirandello un po’ come Freud lo è stato allo scrittore Arthur Schnitzler.

Lo scopo della messa in scena psicodrammatica, delle sue tecniche e dei suoi accorgimenti è di allargare la presa di coscienza dei partecipanti facendoli non solo parlare sul lettino dell’analisi ma salire attivamente sul palcoscenico. E’ evidente che la condizione dei pazienti tesi verso la propria rappresentazione ricorda quella dei pirandelliani ‹‹personaggi in cerca d’autore››. Diventati ‹‹attori›› e ‹‹autori›› i partecipanti dello psicodramma rappresenteranno a turno, gli uni con gli altri, le proprie vicende: i sogni e gli incontri quotidiani nel passato e in un possibile futuro. Dando corpo alle parole e mettendo in scena il racconto, ‹‹il gioco delle parti›› (role playing) può permettere una trasformazione attiva della personalità e l’esperienza di nuovi ruoli e nuove immagini.

Ma fino a che punto è possibile paragonare la cerebralissima e pessimistica architettura del teatro di Pirandello a una specie di happening dell’inconscio e della spontaneità come quello di Moreno che dovrebbe nascere a soggetto e con finalità terapeutiche?

A prescindere dal fatto che nel teatro di Pirandello la componente filosofica e raziocinante si intreccia sempre a situazioni umanissime sconvolte da passioni e sentimenti (quindi più psichiche che mentali), l’obiezione almeno in parte regge.

Infatti in psicodramma l’inversione di ruolo tra platea e palcoscenico si realizza in concreto nel momento in cui lo spettatore si alza dalla sedia per agire appunto da attore. Al contrario, anche quando assiste a Questa sera si recita a soggetto, il pubblico di Pirandello resta passivo di fronte al dramma rappresentato e, al di là dell’applauso, non arriva mai ad esporsi in prima persona, anche se dalla poltrona vicina un attore in platea sta recitando nel ruolo di spettatore. Come sempre succede a teatro, il pubblico resta seduto in platea da dove si identifica e proietta inconsciamente nei personaggi, come spiegò Freud nel saggio ‹‹Personaggi psicopatici sulla scena››.

Dunque sarebbe più giusto dire che, in quanto testi teatrali, le commedie di Pirandello sono semmai dei simulacri di psicodramma. Questo è soprattutto il caso di Ciascuno a suo modo dove Pirandello segretamente si divertì a citare una per tutte le formule del teatro della spontaneità che forse conobbe in prima persona a Vienna (giornale vivente, teatro di strada, inversione di ruoli, catarsi, doppiaggio…) e arrivò al punto di chiamare la protagonista della commedia ‹‹La Moreno(che tutti sanno chi è)›› e il suo doppio teatrale ‹‹Morello›› (evidente anagramma di MOReno e pirandELLO).

Eppure, al di là di questo spartiacque tra una teoria e una pragmatica teatrale, la definizione di un Pirandello psicodrammatista tiene e un senso ce l’ha. Vediamo quale.

Il fatto è che, a differenza di altri scrittori di teatro, Pirandello non si accontenta quasi mai di raccontare una storia: non gli basta usare le maschere per coprire la faccia dell’attore e sottolineare il personaggio.

Pirandello denuda le maschere, il personaggio, l’attore, il pubblico e in casi estremi persino i critici. E in questo senso il suo è un teatro profondamente psicodrammatico. Ne ho avuto una prova tangibile lo scorso settembre lavorando alla versione psicodrammatica di Ciascuno a suo modo ospitata da Ugo Gregoretti per il Teatro Stabile di Torino con la partecipazione di Zerka Toeman Moreno (moglie e collaboratrice di J. L. Moreno) e di Pier Luigi Pirandello (nipote di Luigi e figlio di Fausto): per i tre mesi della preparazione Ciascuno a modo suo si rappresentava da sé e non solo al Teatro Carignano.

Una volta innescato il meccanismo suggestivo della sua formula, anche nei salotti, negli uffici e nelle USSL della città ‹‹il caso Moreno›› descritto da Pirandello si riattualizzava giorno dopo giorno nella cronaca quotidiana con i suoi scandali, schieramenti di parte e pettegolezzi, dispetto della volontà e della coscienza dei partecipanti. Al di là della sua forma letteraria lo spirito della commedia era profondamente psicodrammatico perché viveva come nuovo in situazioni nuove.

Facciamo un altro esempio brevissimo: La patente, l’atto unico di cui esiste un fil memorabile interpretato da Totò. Il protagonista Rosario Chiarchiaro/Totò è per i suoi concittadini uno jettatore: perciò l’unico modo per salvarsi la vita è di portare questa condizione di emarginato fino alle estreme conseguenze tramutando la disgrazia in fortuna. Totò reclama dal tribunale una laurea di jettatore patentato dal regio tribunale ‹‹con tanto di bollo, bollo legale›› con cui guadagnarsi la vita ricattando la gente ricca e superstiziosa.

Pirandello apparentemente si limita a raccontare una storia con colori vivaci e grotteschi ma in realtà, senza nessuna analisi ma col solo gioco teatrale dà ragione al protagonista che ha saputo destreggiarsi nell’ingranaggio di ruoli. Quando il giudice si sdegna della paradossale richiesta un colpo di vento improvviso fa cadere una gabbietta uccidendo il cardellino unico ricordo di sua madre. Totò trionfa. Il sipario si chiude.

Noi non sapremo mai la risposta del giudice ma ciò che importa è il colpo di teatro della gabbietta. Con questo finale Pirandello simpatizza per Totò che dentro la sua disgrazia, dentro il suo ruolo forzato di jettatore sta cercando di muoversi da attore: attore attivo e non passivo: attore/autore.

Il teatro di Pirandello è dunque psicodrammatico ‹‹honoris causa››. Del resto, al di là del confronto con Moreno, queste commedie e questi drammi ci mostrano in un colpo solo l’intreccio di tutte le conclusioni parziali che le varie correnti della psicologia contemporanea ci propongono in formule presuntuose e frammentarie. Pirandello, senza aver studiato Freud, Jung, Moreno, Foulkes’ o Erickson, sa benissimo che cosiddetta verità è tarlata di opinioni, che ‹‹l’io›› imprigionato in un corpo fisico e sociale non è monolitico ma cangiante, che la coscienza sono gli altri dentro di noi, che talvolta può essere preferibile prescrivere un sintomo che risolverlo…

Oggi, passati i tempi in cui i primi psicoanalisti come Musatti sottolineavano cautamente le dimensioni freudiane del teatro di Pirandello è diventato possibile rovesciare il rapporto tra testo e analisi. A cinquant’anni dalla sua morte non solo è chiaro che il suo teatro può essere efficacemente percorso alla luce di vari schemi interpretativi(dalla psicoanalisi allo psicodramma, dalla psicologia sociale alla teoria sistemico relazionale). E’ diventato evidente che le ‹‹maschere nude›› ci aiutano a far luce su ‹‹il gioco delle parti›› delle varie psicologie e psicoanalisi contemporanee. Pirandello psicodrammatista spiega meglio di ogni psicologo teorico quelle scene e situazioni che per la loro complessità, in ultima analisi, possono essere spiegate solo da se stesse.

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