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"Orsetti Transizionali", psicoplay Winnicottiano in tre atti - 2016

 

ATTO PRIMO

Francesco Marzano, allievo della suola IPOD, nonostante la sua preparazione teorica e il suo carattere estroverso, lamenta di problemi nell'area del lavoro e della creatività. Durante una lezione racconta al gruppo di formazione un ricordo traumatico dell'infanzia: un giorno torna a casa da scuola e non trova il suo adorato amico Orso. Dopo averlo cercato invano, chiede a sua madre. "Se ne è andato. Si vede che si annoiava". Lui ci resta malissimo e ha qualche dubbio ma finge di crederci. Suo padre conferma la versione. Qualcosa si spegne. Il gioco psicodrammatico esplicita un attacco geloso di sua madre a Orso come oggetto transizionale: invece di assecondare le fantasie del bambino alle prese col suo compagno di gioco e attendere che Francesco stesso lo disinvestisse della sua funzione, la madre si è impossessata del processo e ha anticipato i tempi. La cosa del resto si spiega con una faticosa funzione iperpratica che, a sua volta, la madre ha dovuto assumere da giovane prendendosi cura dei fratelli dopo la morte della madre. Fatto sta che la sottrazione di Orso è per certi versi traumatica e causa in Francesco un senso di vuoto dentro e di sfiducia fuori: "L'universo ce l'ha con me". Un lungo psicodramma esplora il rapporto tra Francesco, sua madre e il nonno materno (che si chiama Francesco come lui), personaggio libero e creativo, reo di avere amanti (prima e dopo la sua vedovanza) e interessi creativi come la pittura, il fai da te, gli orologi.
Alla morte del padre, la madre del nostro allievo, donna di Animus impenetrabile e mai silenziabile dal consorte, in nome della praticità, fa piazza pulita degli strumenti di pittura e di altri strumenti di lavoro di nonno Francesco. Il bambino interiorizza un disprezzo depressivo per la soggettività delle scelte nei giochi e nell'arte; in quest'ottica per esempio non ha alcun senso che un pittore faccia un cielo di color viola o che una pagina possa essere riscritta decine di volte "senza nessuna ragione pratica". Quando Francesco ha fatto valutazioni e agiti del genere nell'ambito della scuola il didatta si è infuriato minacciando di strangolarlo senza guanti e ha controreagito all'attacco rivendicando l'importanza basilare della soggettività e il rispetto dell'intuizione sia nella psicoterapia che nella creatività.
Lo stesso didatta propone al gruppo di guidarlo nello psicoplay di una scena in cui, da bambino, si è ribellato con le unghie e con i denti a una situazione svuotativa simile a quella di Francesco. Poi mostra al gruppo due strisce della serie di Calvin e Hobbes di Bill Watterson in cui l'artista ha descritto perfettamente diversi atteggiamenti del genitore rispetto all'oggetto transizionale: nella prima l'oggetto non esiste, nella seconda esiste come pupazzo importante di cui la madre si prende cura, al punto che Calvin diventa geloso di Hobbes.

 

ATTO SECONDO

Francesco porta in analisi un sogno in cui si ritrova nella stanza dove abitualmente segue le lezioni con i compagni della Scuola IPOD. La stanza è vuota, non c'è nessuno. Al centro del cerchio di sedie, però è arrivato Orso. Meraviglia. Francesco non ci pensa due volte a fiondarsi sul suo amato peluche e resta abbracciato a lui sul pavimento: non ha la percezione del tempo che passa mentre è stretto a lui.
Il didatta mette in scena il sogno e fa rappresentare una scena in cui Francesco abbraccia l'orso ritrovato. Per superare la scissione tra il mondo esterno e un oggetto interno che nel sogno esclude il gruppo e la realtà, il didatta ha un'idea di regia: chiama tutto il gruppo a fare il ruolo dell'orso.

Francesco così è sommerso dai compagni ma è pure in contatto con Orso. Il tutto ricorda un'ammucchiata orgiastica in una sauna gay per "Orsi" alla quale sono ammesse anche le donne (cosa che, per certi versi, accadde anche nella realtà visto che uomini grossi e pelosi parlano con voce di mezzo soprano).

A seguito del gioco i compagni del corso fanno un'ipotesi interessante: la pancia di Francesco (di cui egli minimizza l'esistenza) non potrebbe rappresentare un orso agglutinato al corpo e impossibile da perdere? Se così fosse si tratterebbe di una difesa poco evolutiva poiché questo fanta-orso corporeo con cui è impossibile giocare non consente nessuna operazione trasmutativa nella realtà. Anzi sembrerebbe più collegabile a una madre iper-nutriente e ipo-giocante (Stai zitto e mangia.) La maggior parte delle osservazioni e dei commenti fanno riferimento al modello di Donald Winnicott. Lo psicodramma con la sua funzione di gioco a metà strada tra mondo interno ed esterno funziona come un oggetto gruppale transizionale. Inoltre permette di verificare il ruolo dei genitori nei confronti della relazione o meglio della posizione bambino-oggetto transizionale. Una terza striscia di Watterson mostra come il padre riesce a mediare seraficamente il rapporto di Calvin con la realtà: include Hobbes come tigre (cioè come personaggio immaginario) non solo come pupazzo.
Una quarta striscia mostra a cosa serve a Calvin il suo pupazzo-personaggio: gli serve a interpretare infiniti personaggi di fantasia. Gli serve come attore. Non a caso Hitchcock diceva che gli attori sono bestiame. Hobbes nel mondo del teatro corrisponde alla Super Marionetta di Gordon Craig.



ATTO TERZO

Francesco racconta al didatta di aver visto nella vetrina di un negozio di giocattoli uno splendido peluche di orso che sembrava fissarlo. E' tornato più volte davanti a quel negozio e non ha osato chiedere il prezzo. Il didatta, pentito di aver cercato di strangolare l'allievo, decide di regalare l'orso a Francesco e gli dice (sapendo bene di non essere creduto) che è un regalo della scuola per un suo lavoro di tutoraggio. Francesco è molto felice e porta Orso a casa e a lezione suscitando ogni genere di commenti e domande da parte di chi lo vede. Si accumulano aneddoti sulla reazione di persone che in autobus, in ascensore e al bar, vedono un uomo adulto camminare con un orso in braccio. Nuovi psicodrammi celebrano il ritrovamento dell'amico Orso che a sua volta si era sentito tradito e abbandonato ma perdona Francesco. Il didatta insiste su quanto sia importante nel rapporto tra bambino e oggetto transizionale l'atteggiamento dei genitori che, anziché sabotare il gioco o farlo sparire, possono rispecchiarlo come complici e testimoni in modo da favorire l'idea che il gioco non avvenga in un'area fuori dalla realtà ma possa avere effetti importanti anche per gli altri e nel mondo.
Di fronte alla gioia di Francesco per l'amico ritrovato, il didatta si commuove e ha un insight sul suo nome Ottavio. Un nome che decise di darsi all'età di dieci anni al posto di quello insopportabile ricevuto dai genitori e che, non appena la legge lo permise, cambiò anche all'anagrafe. Anche il suo oggetto transizionale era un orso: si chiamava Orsacchiotto.
Due giorni dopo, al termine di un cineforum-socioplay condotto dal nostro allievo, uno scrittore e politico ottantenne gli si avvicina per fargli vivi complimenti per la professionalità con cui ha diretto il gruppo e per la ricchezza dei suoi riferimenti culturali. L'uomo gli domanda quanti anni ha e stenta a credere che a trent'anni Francesco possa essere così bravo e vincente, come nella gag di Moni Ovadia: Così giovane e già ebreo? Prima di salutarlo lo scrittore gli regala un suo libro di poesie con la dedica: A Francesco che è un magnete per tutti. 
A quanto pare, l'universo non ce l'ha più con lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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