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PSICOPLAY DI TOPI A PONTE MILVIO E DI GATTI A SAINT TROPEZdi Fernanda Pivano (e Ottavio Rosati) - 1978

NOTA EDITORIALE

Questo breve file è il racconto di uno psicodramma lacaniano a Saint Tropez e di un'alluvione a Ponte Milvio. Ed è un esempio radicale di Bricconaggio in quanto è una "riscrittura" (del 2016) di alcune pagine dei "Diari" di Fernanda Pivano, editi da Bompiani nel 2010, un anno dopo la morte della scrittrice. Purtroppo i "Diari" falsificano la realtà dei fatti perché cancellano sistematicamente trenta anni della presenza di Ottavio mettendo al suo posto un personaggio senza nome e senza volto, persino quando Pivano descrive il set di Generazioni d'amore. Perciò quello che Pivano ha tolto (o qualcun altro ha cancellato), Rosati lo ha rimesso al suo posto, tanto più che si tratta di avvenimenti piacevoli e ben poco imbarazzanti.
Visto da un punto di vista convenzionale, questa riscrittura del testo "censurato" (parallela alla scomparsa della lettera dove Fernanda Pivano lasciava "cento milioni di lire o la maggior somma..." per sponsorizzare il Teatro di Psicodramma italiano) può sembrare un arbitrio intrusivo o una mezza falsificazione mentre in realtà corregge il falso riportandolo la storia alla verità dei fatti. Non da fuori ma da dentro la pagina. Non è questa la sede per indagare le ragioni dell'annullamento retroattivo operato nei "Diari" (forse pilotato dall'esterno da un terzo soggetto... chi può dirlo?) che contrasta con decine di libri, video o articoli che testimoniano la vera storia dei due grandi amici ricca di date e imprese comuni. 

Dal punto di vista dello psicodramma e del potere terapeutico della catarsi, il fatto di ripristinare in un racconto frasi, toni e colori affettivi del personaggio di Ottavio ha costituito per me un esperimento che rientra sia nel progetto del "Teatro del Tempo" che stava tanto a cuore a Fernanda, sia nel "Progetto WOIS" di scrittura terapeutica, a cura di Patrizia Burdi.
Da un punto di vista clinico ho imparato dalla mia esperienza che un meta-articolo suonato a due mani può rappresentare una nuova formula che merita attenzione come strategia terapeutica anti-trauma. Dove il trauma è subire una fantasia di annullamento nei termini descritti da Marie-Louise Von Franz nel suo libro del 2005 "Rispecchiamenti dell'Anima".

Perché, se ci sono scritture e descrizioni che ci cancellano, ci sono anche riscritture magicamente positive e jodorowskiane con cui possiamo sistemare le cose. A condizione che il personaggio in cerca d'autore, perdoni la dimenticanza e riesca a trovare lo spazio condiviso da lui e da lei. Non solo a vantaggio dell'Io ma del Sé.

O. R. 

 

 

 

Il 25 agosto 1978 Ottavio e io eravamo tornati in Italia dallo "psicodramma" di Boulder e da Roma eravamo andati in Francia a fare lo psicodramma di Genie e Paul Lemoine il 26, 27, 28 agosto nella loro villa a La Garde-Freinet, un paesino della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, vicino a Saint Tropez.
Oltre ai colleghi e agli amici di Rosati, che avevo già incontrato a Parigi, Torino e Firenze, c'erano decine di persone silenziose e intimidite e l'esperienza mi era sembrata stranissima e incomprensibile anche per il continuo riferimento al linguaggio ermetico di Lacan da cui mi accorgevo che Ottavio, man mano che studiava le teorie di Moreno, prendeva sempre di più le distanze. Era convinto che la chiave dello psicodramma non fosse in Lacan ma in Pirandello.
Io alla Garde-Freinet cadevo dal sonno per il jet-lag pesante del volo da New York e i coniugi Lemoine (una versione europea dei Moreno), specialmente Gennie, erano offesi dal mio intontimento, al punto che Gennie, un'analista che sembrava intelligente ma un po' autoritaria, mi aveva detto davanti a tutti, con scarsa simpatia: “Remarquez, que vous pouvez dormir, si vous le desirez”.
Io mi rendevo conto di essere un pessimo paziente per quella terapia, un po’ perché non riuscivo a parlare della mia intimità o, come dicevano loro, del mio inconscio, davanti a una piccola folla di sconosciuti, un po’ perché ero angosciata dagli scoppi di pianto (loro dicevano liberatorio) di quelli che invece avevano parlato della loro. Ottavio criticava il fatto che fosse tecnicamente impossibile trovare spazio per far esprimere tutte quelle persone in un gruppo così grande. Ma la sua prima insegnante, Luisa Mele, gli rispose che, se un paziente vuole davvero esprimersi, si ricava sempre il suo spazio. E Ottavio disse: "Magari sparando?". Chiaramente qualcosa in Italia stava cambiando, anche nell'impostazione della rivista Atti dello Psicodramma

Comunque, a un certo punto qualcuno mi diede il ruolo del gatto in un suo psicodramma e mi ritrovai carponi per terra a miagolare, cosa che piacque molto a Ottavio che da anni, ogni volta che trovava in giro una cartolina dei gatti disegnati da Siné (Chat pitre, Chat renton, Chat kespeare...) me la regalava. Era convinto della teoria di Jung che i gatti sono tutti femmine e i cani maschi. "Soprattutto per i soggetti creativi," diceva. "Per l'inconscio collettivo le mucche sono donne e i cavalli uomini." Inutile discutere su certe sue assurde convinzioni. A un certo punto, tutti questi gatti di Siné, Ottavio li fece incorniciare in un pannello larghissimo che sistemò sopra il mio letto. In seguito aggiunse un quadro più piccolo con gatti di colore rosa che secondo lui mi assomigliavano moltissimo, soprattutto uno intitolato Chat steté. Faceva tutto questo con molto affetto.

 

... La vita tra Roma e Milano riprese i suoi ritmi... Una sera passammo una serata deliziosa, come sempre, da due amici giormalisti, Giancarlo Del Re ed Elena Doni, e quando siamo usciti non avevamo fatto caso alla pioggia; ma via via che ci allontanavamo da casa la pioggia era aumentata, fino a diventare un nubifragio e, arrivati a Ponte Milvio, avevamo trovato la piazza sprofondata in una voragine e sostituita da un lago di acqua fangosa, dove la macchina di Ottavio era a sua volta sprofondata fino a metà portiera. Io avevo reagito, come sempre in questo genere di complicazioni, mettendomi a piangere e urlare; Isolina Barbiani, intelligente donna americana pragmatista, si era arrotolata la lunga gonna da sera intorno alla cintura all’altezza della vita, aveva preso in mano i sandalini col tacco otto centimetri e si era avviata nel guado. Per fortuna Ottavio non perse la testa anzi sembrava eccitato dalla necessità di dover escogitare una soluzione. Dopo aver aperto la portiera, mi aveva preso a cavalcioni sulle spalle.  “Immagina di essere in un film di Indiana Jones!” mi ordinò. “Tutto questo non è un'alluvione ma un gioco: il tuo ruolo è di farti salvare da un eroe palestrato che sono io."
"Che c'entra adesso lo psicodramma? Tu sei proprio matto."
"Non hai ancora capito che tutto è psicodramma? Stai calma. Andrà tutto bene.”
Cretina come al solito, cercavo di tenere un ombrello aperto sopra il mio equilibrio sempre più instabile. Eravamo una specie di torre a tre piani e alternavo grida di paura con raccomandazioni demenziali, tipo: “Attento! Attento! Sta’ attento a  dove metti i piedi” tanto più che indossavo una pelliccia di visone lunga fino ai piedi, suscitando sempre di più le risate di Ottavio che, come mio trasportatore, rischiava di cadere non tanto per il mio peso ma per quanto rideva. L’idea di quell’indiscusso Indiana Jones del salvataggio era di passare tranquillamente tra i topi che nuotavano in mezzo ai mulinelli d'acqua gelida e scura per metterci in salvo. Andava verso una salita che partiva dal fondo della piazza-lago, perché là sopra, incredibile come un miraggio, ci pareva di vedere un taxi fermo. Ottavio riuscì a richiamare l'attenzione dell'autista gridandogli di aspettarci. Avevo paura che fosse soltanto un taxi virtuale, un miraggio, e invece quando siamo arrivati lì avevamo visto che era reale, e l’autista, super reale, non ci aveva granché rincuorati dicendo: “E ora, come si fa? Mi rovinerete la tappezzeria fradici e infangati come siete”.  Ottavio lo tranquilizzò dicendo che la pelliccia faceva da spugna e soprattutto mettendogli in mano una banconota.
Avevamo lasciato Isolina a un altro taxi comparso miracolosamente poco lontano ed eravamo ritornati da Giancarlo ed Elena Del Re. Giancarlo ci aveva aperto la porta con una vestaglia slacciata che rivelava l’intimità interrotta dal nostro arrivo chiaramente intempestivo, ma aveva fatto fronte al problema con la sua solita eleganza, e ci aveva dato senza indugi un asciugacapelli, qualche telo di spugna, delle pantofole, una tazza di tè caldo; sempre ridendo, tanto da invogliare anche Elena, vestita alla meglio, a venire a ridere con noi in salotto. Ottavio, per restare nel ruolo dello scout, chiese un bicchiere di rum. Sembrava molto felice di avermi salvata.
Poi gli amici ci avevano accompagnato loro in via Lungara, facendo una strada senza troppe voragini d’acqua. A casa Ottavio prese appunti di tutto quello che era successo. Giancarlo Del Re teneva da anni sul Messaggero di Roma una rubrica giornaliera intitolata “Avventure in Città” e, arrivati alla kasbah, andando a letto ci dicemmo che questa sarebbe stata la sua prossima puntata. La mattina Ottavio mi disse che l'avremmo scritta insieme noi due. Io presi i miei appunti sul mio taccuino e lui i suoi su un registratore.

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