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QUELlO CHE MI FA ARRABBIARE... un'intervista a Fernanda Pivano per la serie "Antiche amicizie"

Fernanda Pivano ha iniziato la sua attività sotto la guida  di Cesare Pavese curando "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. Figura leggendaria della cultura italiana. Grande conoscitrice della letteratura e della vita culturale americana, ne ha favorito l’introduzione e la diffusione in Italia in articoli, introduzioni, saggi, libri. Ha tradotto i più grandi scrittori americani da Hemingway e Scott Fitzgerald, quando ancora i vocabolari italiano-inglese erano proibiti dal fascismo, fino a Bukowsky e i nuovi autori della No-Generation. Per la sua bibliografia: www.fernandapivano.it

Signora Pivano, Lei non aveva ancora trent’anni quando  i nazisti  l’arrestarono per aver tradotto  “Addio alle Armi” di Hemingway…

Sì, è vero. Hemingway era vietato dal governo fascista che considerava  la descrizione di Caporetto in “Addio alle armi” un’offesa all’esercito italiano, forse senza sapere che in realtà Hemingway aveva dato il nome di Caporetto alla ritirata greca durante una sconfitta con l’esercito  turco. Quando le SS hanno occupato l’Italia hanno trovato in una perquisizione della casa editrice Einaudi il mio contratto di traduzione e mi hanno arrestata.

America primo amore?

Dal punto di vista politico sì. L’America per alcuni di noi era il grande sogno democratico impersonato dal presidente Roosvelt.

Lei ha detto più volte di non sopportare la violenza, e di non credere nelle guerre….

Sì, l’ho detto, continuo a dirlo e penso che continuerò anche a ripeterlo. La violenza provoca sempre violenza: lo scrittore Jack Kerouac ha detto che quelli che gli sputavano addosso rischiavano di ricevere lo sputo come un boomerang. Per quello che riguarda le guerre, non credo né a quelle giuste, né a quelle  sbagliate, né sante e insomma non credo  in nessun genere di guerra. Penso che il mondo sia già afflitto da tali disastri naturali come le alluvioni, i terremoti, le carestie, le malattie incurabili o l’Aids, che non sia proprio il caso di produrre volontariamente altre calamità. Inoltre mi pare che sarebbe ora che i governi usassero i miliardi che impiegano nella costruzione di armi sempre più efferate, per curare le calamità che abbiamo detto. Con molto dolore  per i morti e per la tragedia devo dichiararmi perdente e sconfitta perché ho lavorato 70 anni scrivendo esclusivamente  in onore e in amore della non violenza e vedo il pianeta cosparso di sangue.

Lei ha intervistato tutti i più grandi autori americani da Hemingway alla Beat generation. Se avesse idealmente l’ultimo quadrifoglio esistente sulla terra, a chi lo donerebbe?

A Lei, cara signora.

La ringrazio. Mi porterà senz’altro fortuna. Quando e dove è iniziata la Sua amicizia con Ottavio Rosati 

Ottavio Rosati mi è stato presentato per un’intervista, dall’editore che è rimasto il più caro della mia lunga serie: alludo a Raimondo Biffi, editore dell’Arcana che mi ha commissionato due libri rimasti nel mio cuore: "C’era una volta un beat” e “Beat hippie yippie”. Rosati che era molto giovane allora, palesemente molto più maturo della sua età, mi ha impressionato per la sua insolita genialità e mi ha intrigata con la sua conoscenza della psicoanalisi che io invece non conoscevo affatto. Ancora adesso si diverte a canzonarmi perché quando l’ho conosciuto usavo il termine freudiano di “Super Io” sbagliandone il significato. Praticamente Ottavio Rosati mi ha insegnato il pochissimo che so della psicoanalisi, naturalmente da amico.

Da un gioco psicoanalitico tra Lei e Rosati che la porta a rovistare nella Sua infanzia e nei Suoi incredibili e straordinari ricordi, è nato un bellissimo e commovente ritratto cinematografico: “Generazioni d’amore”…

Non ne sono sorpresa. La nostra lunga amicizia gli ha permesso di conoscermi bene, anche perché, da quando l’ho incontrato, so con quanta passione svolge la sua attività di regista. Sia in ambito clinico con i suoi psicodrammi, sia nella divulgazione della psicoanalisi, sia in campo puramente creativo.

Le Sue emozioni nel vedere per la prima volta “Generazioni d’amore?”

Credo sia sempre emozionante vedere la propria vita raccontata da altri, tanto più quando è raccontata da amici. Per esempio solo Ottavio Rosati poteva avere l’idea di inserire in “Generazioni d’amore” una scena storica di Gregory Corso mentre legge davanti a una riunione anti-nucleare il suo storico poema “BOMB” nel quale diede un’interpretazione immortale della non violenza. Quella scena era stata girata molti anni prima da Costanzo Allione per "Fried Shoes Cooked Diamonds" un film girato nel 1979 al Naropa Institute in Colorado. Ottavio, che era a Boulder con la nostra troupe, l’ha generosamente cercata per mesi e l’ha trovata proprio a Cinecittà nella stanza accanto a quella dove stava montando "Generazioni d'amore". Questo brano di Allione citato nel film rimane il più bello e unico documento della lettura  di Gregory Corso.

Che cosa La diverte e che cosa La fa arrabbiare di Ottavio?

Mi diverte molto il suo humor che spesso è irresistibile sia quando gioca a canzonarmi, sia quando gioca a canzonare gli altri. Quello che mi fa arrabbiare non riguarda nessuno.

Lei si è diplomata nel 1940  al Conservatorio di Torino in pianoforte e so anche che il Suo musicista preferito è Mozart, ma ama anche Beethoven. Suona qualche volta?

Non è Mozart ma è Bach. Suonavo con grande gioia. E’ suonando il pianoforte che ho conosciuto le mie estasi. Le circostanze mi hanno costretto a smettere di suonare, e questo è uno dei più grandi dolori della mia vita.

Nostalgie, rimpianti, rimorsi?

Nostalgie della mia Genova, dei miei tetti di ardesia luccicanti di sole o di pioggia, del mio mare lontano, visto dalla finestra sul parco di magnolie. Rimpianto di avere buttato via la mia vita. Rimorsi di non avere obbedito abbastanza ai miei genitori.

Grazie  Signora, incontrarLa è stata  per me una immensa e commovente occasione.

Anche per me. Una sera vorrei andare a cena con Lei e passare una bella serata.

                                        

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