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COMMENTO A "ZELDA", UN RADIODRAMMA DI PIERPAOLA BUCCHI

COMMENTO PRIMA PUNTATA:

Povera Zelda. Già da ragazzina la consideravano viziata: le sue eccentricità erano difficili da accettare nei circoli benestanti e benpensanti ai quali apparteneva per nascita. Non erano circoli sereni, nonostante le apparenze: in quei circoli e in quegli anni le inflessibili norme vittoriane erano difficili da superare, da quelle puritane della presunta virtù prematrimoniale alla consuetudine onnipresente del si fa ma non si dice. Le norme erano tanto più inflessibili nel piccolo centro di Montgomery, una cittadina di 40000 abitanti immersa nel Profondo Sud razzista, conservatore e reazionario dell’Alabama, dove i dodici delle buone maniere non erano molto cambiati nella quarantina d’anni trascorsi dalla Guerra Civile: un Profondo Sud dove l’abisso non separava soltanto i bianchi dai negri ma anche i ricchi dai poveri, in un generale clima di ingiustizia e di sopruso mascherato nell’eleganza formale delle consuetudini paracoloniali.

La famiglia di Zelda era molo rappresentativa del generale stato delle cose, adagiata com’era nel privilegio che le veniva dalla posizione sociale del capofamiglia la cui carriera di magistrato aveva coperto tutti i gradi burocratici fino a raggiungere la Corte Suprema dell’Alabama. Il giudice Anthony Sayre, che non per niente aveva sposato la figlia di un senatore sudista (sia pure un po’ spericolato), era alla corte suprema da anni quando lo scrittore che per lui sarebbe stato per sempre uno yankee entrò nella sua vita corteggiando sua figlia; e e alla Corte Suprema rimase una trentina d’anni, sempre più perplesso e sbalordito delle eccentricità della figlia Zelda.

Alla figlia Zelda la perplessità del padre faceva soltanto da stimolo per reagire alla morsa della buona società confederata: le biografie parlano della prima volta che Scott venne a cenare nella famiglia del giudice, quando Zelda con le sue osservazioni polemiche e aggressive fece letteralmente infuriare il padre fino a fargli perdere la calma che gli era caratteristica e gli derivava forse dalla solidità della sua posizione. Anche a Zelda quella solidità faceva gioco: forse la sua vita non avrebbe finito per conoscere la tragedia se la sua bellezza e la protezione sociale del padre non le avessero permesso di fare tutto quello che le passava per la testa. In Conservatemi Il Valzer, il romanzo che Zelda scrisse già ai tempi della malattia mentale, la sfortunata eroina degli Anni Venti disse nel proprio autoritratto che da ragazzina si considerava “due persone insieme, una che voleva una legge autonoma solo per sé e l’altra che voleva conservare le antiche cose carine e essere amata e sicura e protetta”.

Ma per l’opinione pubblica Zelda restò soltanto una ragazza viziata.

Del prezzo che pagò per le sue eccentricità, del fatto che quelle eccentricità erano forse ispirate almeno in parte da una malattia mentale che probabilmente covava in lei fin dall’infanzia, di queste drammatiche realtà non si curò nessuno; e i dizionari dello slang usato negli Anni Cinquanta dai giovani ribelli che condussero la rivoluzione di pensiero definita poi “beat” registrano la voce “Zelda” con la definizione “una donna square”, come dire una donna borghese, egoista e reazionaria.

Un destino a dir poco imprevedibile per la giovane donna ansiosa e ribelle che giocò tutto per affermare la sua indipendenza proprio dalla società borghese, egoista e reazionaria del suo tempo.

 

FERNANDA PIVANO

Giugno 23 -1977

 

COMMENTO TERZA PUNTATA:

Uno dei biografi di Fitzgerald disse che il periodo definito da Fitzgerald stesso Età del Jazz cominciò coi gesti di innocente effervescenza che vennero sospettosamente qualificati come eccentrici o strambi o pazzoidi e che diventarono leggendari, come la gita in taxi nella Quinta Avenue con Fitzgerald sul tetto e Zelda a cavalcioni sul cofano ( visti con sbigottimento perfino da  quell’eroina di situazioni insolite che fu Dorothy Parker) o la serie di feste alle quali Fitzgerald presentò la sposa Zelda come la sua amante fingendo di non averla sposata; o il loro arrivo alle feste con tre ore di ritardo per adagiarsi subito su un divano e addormentarsi come due bambini; o i litig di Fitzgerald coi camerieri mentre Zelda ballava sui tavoli di clienti sconosciuti; o il famoso tuffo di Zelda nella fontana di Union Square rappresentato due anni dopo, nell’ottobre 1922, sul sipario di Reginald Marsh per lo spettacolo Follies del Greenwich Village e il tuffo di Fitzgerald nella fontana Pulitzer davanti all’hotel Plaza; o la mezzo’ora di giravolte nella porta girevole dell’albergo quando dall’appartamento 2109 dell’hotel Biltmore, dove iniziarono la luna di miele, passarono all’hotel Commodore in attesa di sistemarsi nella villa Wakeman a Westport nel Connecticut (dove Fitzgerald scrisse Belli e Dannati).

In realtà, il grosso di queste bizzarrie si svolse nelle poche settimane di questa luna di miele al Biltmore e al Commodore, dalla vigilia di Pasqua del 3 aprile 1920 quando Fitzgerald sposò davanti a otto invitati nella cattedrale di St. Patrick nella Quinta Avenue una Zelda biondissima, stordita e vestita di blu con cappello in tinta e un mazzetto di orchidee e fiorellini bianchi  stretti in mano, al maggio: poche settimane dall’aprile al maggio, ma bastarono per individuare uno stile di vita che venne catalizzato dai due protagonisti poco più che adolescenti di una leggenda non ancora a tutt’oggi dimenticata. “Tutti volevano conoscere lui”, disse più tardi Dorothy  Parker. “Di qua dal Paradiso può anche non sembrare granché oggi, ma nel 1920 era considerato un romanzo sperimentale; apriva una nuova strada”. Nel giro di otto mesi si esaurirono 33000 copie del romanzo e Scott diventò d’improvviso l’archetipo di ciò che New York voleva. Più tardi Fitzgerald scrisse: “Io che di New York ne sapevo meno di un qualsiasi cronista con sei mesi di pratica e della sua società meno di un qualsiasi fattorino in attesa nell’atrio del Ritz, mi venni a trovare nella posizione non soltanto di portavoce del momento, ma di tipico prodotto de quello stesso momento”.

Era un momento in cui c’era poco posto per la politica. Nel racconto Early Succes, pubblicato nell’ottobre 1937 su “American Cavalcade” Fitzgerald tentò di spiegare quello che era successo: “Le incertezze del 1919 erano finite e non c’erano dubbi su ciò che stava per accadere: l’America viveva la più grande, clamorosa baldoria della storia … Il boom era nell’aria: le sue splendide generosità, le sue vergognose corruzioni e la tortuosa lotta a morte della vecchia America nel proibizionismo”. E scrisse in Echoes of the Jazz Age, XX pubblicato nel novembre 1931 sullo “Scribner’s Magazine” : “ Fu caratteristico dell’età del Jazz l’assenza di qualsiasi interesse per la politica”.

Tuttavia fu durante l’Età del jazz che si svolse il dramma di Sacco e Vanzetti durante il quale tutti gli intellettuali americani presero posizione e diventarono attivisti; e il protagonista di  Di qua dal Paradiso è dichiaratamente socialista, così come Fitzgerald ha sempre mostrato di essere nei suoi racconti e nei suoi libri, nonostante le ambiguità e le contraddizioni di cui racconti e libri sono traboccanti.

FERNANDA PIVANO

24- 26 Luglio 1977

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