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PSICODRAMMI TRA PIRANDELLI E PAZZARIELLI di Fernanda Pivano

 

A farmi conoscere le innovazioni di J. L. Moreno e la straordinaria attività della sua vedova Zerka fu Ottavio Rosati, che avevo incontrato quando Raimondo Biffi, il più elegante, corretto, scrupoloso dei miei editori, lo incaricò di farmi un'intervista per annunciare sul bollettino della sua indimenticabile Editrice Arcana il mio libro Beat, Hippie, Yippie, convinto che nessuno fosse più adatto dì Ottavio per condurla, nonostante Rosati non fosse mai stato nessuna delle tre cose e non sapesse nulla del loro significato.
Così Rosati si presentò, spavaldo e presuntuosetto, all'albergo Hassler dove vivevo i miei primi giorni di auto-esilio romano, sofisticata e femme fleur, ancora con gli abiti di New York, Parigi e Londra, ancora bella come si vedeva nelle fotografie più o meno di repertorio, ancora abituata alla gentilezza di lettori sconosciuti che per strada mi chiedevano l'autografo.
Protervo e ribaldo, sfacciato e aggressivo, cinico e insolente, si capiva dopo cinque minuti che questa messa in scena proteggeva una generosità patologica e una gentilezza di altri tempi. Quando lo conobbi aveva vent'anni, grandi occhi pieni di stupore e riccioli neri sul collo, camicia arancione da playboy e jeans aderentissimi; ma aveva anche un curriculum fatto di una maturità classica con tutti dieci, un servizio militare come baby tenente in aeronautica, una analisi con Dora Bernhardt cominciata a diciotto anni e terminata in un mese per mancanza di fondi, una rivista underground di musica di cui era condirettore, una intensa consuetudine col grande poeta-saggista Juan Rodolfo Wilcock che gli aveva insegnato l'uso di metafore e di associazioni imprevedibili, un incarico della rivista «II Mondo» di Mario Pannunzio (allora diretta da Benedetti) per i servizi culturali: soprattutto aveva un fanatico amore per la psicoanalisi e un altrettanto fanatico amore per lo spettacolo. A volte diceva: «Voglio diventare uno psicoanalista», a volte: «Voglio diventare un regista», col fervore dei poeti, degli artisti, degli ideologi; un fervore col quale avevo convissuto da quando a nove anni avevo scritto il mio primo romanzo.

Quel giorno all'albergo Hassler il registratore di Ottavio Rosati naturalmente non funzionava (un classico, per me) e sul mio piccolino giapponese ancora insolito in Italia mi fece domande sempre meno teoriche via via che le schivavo ridendo.
Cominciò così un'amicizia durante la quale potei osservare il processo di individuazione, come lo chiamano loro junghiani, che in vent'anni avrebbe visto il discepolo di Wilcock diventare uno dei più famosi e creativi registi di psicodramma. Imparai da lui quel pochissimo che so della loro straordinaria, imperscrutabile professione e del loro inaccessibile psicoanalese. Ottavio era diventato paziente-allievo di Aldo Carotenuto in modo atipico. Un giorno, a una conferenza del futuro maestro, si era alzato e con quella sua parlata tecnicamente perfetta gli aveva detto che tanti giovani avrebbero voluto entrare in analisi ma non avevano il denaro per farlo. Carotenuto gli aveva risposto invitandolo nel suo studio (viveva ancora a Napoli) e gli aveva offerto l'analisi rinviando il versamento del compenso a quando gli sarebbe stato accessibile. Ricordo ancora quella sera quando, al ritorno da Napoli, Rosati mi disse con la felicità di cui noi fanatici siamo a volte capaci: «Mi ha preso! Mi ha preso in analisi!».
Anni dopo iniziò la sua analisi didattica con il filosofo Mario Trevi, l'analista meno psicodrammatico che si possa immaginare, ma Rosati si avvicinò sempre più allo psicodramma che in qualche modo lo riaccostava al teatro, l'altra sua passione di adolescente. Mi accorsi che, alla ricerca di un approccio a uno psicodramma meno astratto di quello lacaniano praticato da Gennie Lemoine, si era spostato un po' alla volta verso autori di lingua inglese come Siegmund Foulkes e Milton Erickson. Poi cominciò a ricostruire la storia e il pensiero di Jacob Levi Moreno, messo al bando in Italia dagli ambienti psicoanalitici ortodossi, soprattutto di quelli che, senza leggerlo né citarlo, avevano sfruttato le sue invenzioni sulla psicoterapia di gruppo e sugli action methods scivolati poi nel teatro di Robert Scheckner e nell' Actor's Studio di Lee Strasberg.
Così una volta che andai a New York ritornai con un carico pesantissimo di volumi rilegati di rosso, una fotografia del Maestro e altre reliquie, comprati a carissimo prezzo al Moreno Institute di Beacon, dove incontrai Zerka Toeman Moreno, la vedova che aveva collaborato col marito e ora dirigeva l'Associazione Internazionale di Psicodramma.
Quando tornai da quel viaggio a Beacon e gli portai il mio prezioso bottino, Rosati attaccò la fotografia di Moreno accanto a quella di Jung e cominciò a tormentare il vecchio amico Mario Ubaldini perché pubblicasse quei libri in Italia; e si adoperò al punto da dedicare due anni a tradurre un paio di quegli enormi volumi. Iniziarono i suoi viaggi a Beacon; e «Atti dello psicodramma», la rivista fondata e pubblicata da Ottavio anni prima per Ubaldini, cambiò aspetto riempiendosi progressivamente di colori e fotografie, con articoli dove si parlava sempre più di cose fatte in Italia e in America e sempre meno di cose pensate in Francia. Rosati mi chiedeva continuamente di spiegargli come e perché nella letteratura americana l'azione, come dice Fitzgerald, è personaggio e il personaggio è azione.
Cominciarono anche le regie teatrali di Rosati per avvicinare Moreno al teatro di Pirandello: nel 1983, quando invitò Zerka Moreno a tenere al Teatro Flaiano di Roma, con l'aiuto di Luigi Squarzina, il primo psicodramma condotto in un teatro italiano, in omaggio a Questa sera si recita a soggetto; poi quando organizzò un incontro per presentare l'edizione italiana dei libri di Moreno al Piccolo Teatro di Milano; poi quando fece leggere in chiave di psicodramma Sei personaggi in cerca d'autore per il Teatro Stabile di Trieste; e finalmente nel 1986 quando organizzò al Teatro Stabile di Torino, l'antico Carignano, una memorabile messa in scena psicodrammatica di "Ciascuno a suo modo" in onore dell'anniversario di Pirandello, nella quale Rosati convinse Pier Luigi Pirandello a dare vita al ruolo di suo nonno e Zerka Moreno a interpretare il personaggio che nella commedia Pirandello chiama «La Moreno (che tutti sanno chi è)».
Ricordo che lo spettacolo-sociodramma dopo un intero anno di lavoro rischiò di essere bloccato da intrighi e scandali assai simili a quelli immaginati nella commedia, e Rosati precipitò in una disperazione insospettabile in uno psicoanalista: una disperazione dalla quale lo vidi uscire non con l'analisi ma convocando un'intera banda di «pazzarielli» napoletani che rivelarono intrighi e scandali per le strade di una Torino esterrefatta, in un Living Newspaper che legava il Teatro Carignano a Piazza Carignano e a mezza città.
Per la prima volta la critica si accorse del suo lavoro e riconobbe che in questa tre giorni futurista, fatta di autentici scandali, autentici pettegolezzi, autentici duelli, Rosati era riuscito a ridare vita agli intrighi immaginati da Pirandello in quella che resta non certo la più bella, ma la più bizzarra e irrappresentabile delle sue commedie.
Era abbastanza per soddisfare il piacere dell'effimero ed esaurire per lui il filone del teatro nel teatro. La nuova avventura di Rosati fu quella di applicare allo psicodramma la videoregistrazione e poi la televisione, nel tentativo di fissare ed elaborare le immagini dell'anima in azione. Il tutto in un continuo stato di irruenta eccitazione dove era impossibile per me capire che cosa fosse più forte, se l'amore per l'indagine, per la ricerca, per la scoperta scientifica o la passione per le storie, per le immagini, per lo spettacolo.
Dopo due anni di sperimentazione artigianale e precaria nel suo studio di Roma, il primo vero spettacolo-laboratorio intitolato "Giocare il sogno-Filmare il gioco" nacque finalmente a Torino in collaborazione col Teatro Stabile e il Festival Cinema Giovani. Mi riusciva strano che Rosati passasse regolarmente da una città all'altra per realizzare i suoi esperimenti; cominciai a sospettare che ci fosse in lui una seconda personalità più creativa che analitica e che inizialmente ognuna delle due avesse bisogno di uno spazio diverso. Le novità di questo workshop erano quella di improvvisare il commento musicale dell'azione, quella di riciclare sul momento oggetti di scena ricavati dai magazzini teatrali, e soprattutto quella suggerita dal produttore Alfredo Bini di chiamare nel gruppo veri attori professionisti come interpreti dei ruoli negli psicodrammi. L'idea di Rosati era che, per la prima volta, le storie di un gruppo di psicodramma fossero filmate ininterrottamente per giorni e giorni da una troupe al completo.
Il laboratorio, dove i sogni erano stati messi in scena come film, piacque alla Rai abbastanza da indurla a finanziare la produzione di alcune puntate pilota di un programma senza precedenti. Così quando Angelo Guglielmi accettò la sfida di spettacolizzare l'inconscio in televisione, cominciò l'avventura di "Da storia nasce storia". La trasmissione fu realizzata da Rai Tre, ancora una volta a Torino, ancora una volta col Teatro Stabile ma con molti più mezzi e qualche cautela. Dalla preparazione dei gruppi fino al montaggio delle prime due serie il lavoro (descritto poi in un libro dallo stesso titolo pubblicato dalla Eri) durò circa due anni. In un mese Rosati diresse più di quaranta psicodrammi di cui sedici furono scelti dalla Rai come storie efficaci dal punto di vista narrativo, con l'unico intervento di qualche taglio interno per ragioni di durata.
Andarono a girare a Superga, perché Rosati pretese e ottenne che l'ambiente degli psicodrammi non fosse quello dì un normale studio televisivo dove sarebbe stata difficile la concentrazione. Questo significò tra l'altro realizzare complicati collegamenti tra la comunità terapeutica dentro la quale la Rai costruì lo studio e il pullman di regia. A un certo punto venne abbattuto un muro della protezione civile accanto alla stazione della ferrovia e fu costruito un ponte per i cavi.
Il programma avrebbe dovuto essere un piccolo esperimento marginale e si rivelò un complesso carrozzone produttivo che coinvolse il Teatro Stabile, il Teatro dell'Opera, l'Università e il ministero di Giustizia. Forse l'aspetto più clamoroso di questa avventura fu la fuga dal carcere, davvero pirandelliana, di un detenuto che aveva appena rappresentato in una sessione la sua versione dei fatti per i quali era stato condannato. Forse fu la partecipazione controversa della compianta attrice napoletana Rosalia Maggio, con la sua rivelazione del miracolo che l'aveva salvata dalla prostituzione. Forse fu il librodramma dove Aldo Carotenuto, diventato ormai l'analista più famoso e più controverso d'Italia, rappresentò la storia d'amore tra Jung e Sabina Spielrein, una storia che, come avremmo scoperto un anno dopo, influenzò la sua stessa storia. O forse fu il fatto che i tecnici della troupe si lasciavano coinvolgere dal nuovo genere televisivo al punto da uscire dai loro ruoli professionali abbandonando telecamera e microfoni per entrare nei ruoli dello psicodramma.
Nei vent'anni che mi permisero di assistere al suo processo di individuazione, mi trovai spesso coinvolta nell'attività di Rosati, che per lui è sempre stata molto più di una professione. Mi ricordo che un'estate di tanti anni fa, appena tornata dagli Stati Uniti, Ottavio mi fece salire in automobile e mi trascinò a Parigi a una seduta del macrobiotico giapponese Michio Kushi e subito dopo a St. Tropez dai suoi primi maestri di psicodramma, i lacaniani Paul e Gennie Lemoine. Di questa seduta non ricordo nulla perché non appena entrai nel gruppo dei Lemoine mi addormentai. Per la fame e per il jet-lag, secondo me, per resistenza alla psicoanalisi, secondo lui.
Nei primi mesi di amicizia Rosati mi aveva convinto ad affittare un appartamento che si era liberato nell'inaccessibile Palazzo Torlonia di via Lungara 3; mi aveva detto con quella sua imprevedibile saggezza: «Sei pazza a spendere tutti quei soldi per quell'albergo». Mi faceva trovare grandi mazzi di fiori alla Dufy, ma quando non c'ero parcheggiava motorino e bicicletta gocciolanti di pioggia nel mio soggiorno; voglio dire, da vero trickster, un personaggio che aveva studiato nella sua tesi di laurea, alternava birbonate a gesti dolcissimi. Una volta per sconfiggere la mia età mi regalò una bicicletta rossa, che cancellasse quella nera della mia adolescenza.
A Natale cominciò a prepararmi alberi sempre più imprevedibili, evitando che fossero abeti, perché poi, quando toglievo le meline rosse e i cuori di specchietti, li piantava nel giardino comune degli inquilini accanto agli aranci, al nespolo, ai pitosfori; ma il cedro del Libano che piantò una ventina d'anni fa è cresciuto più alto del tetto della casa e lo si è dovuto fissare con dei cavetti di acciaio. Presto il lavoro gli prese ogni minuto, ma quando era ancora ragazzo Ottavio passava giornate intere a curare quel «giardino» e i nostri due terrazzini chiamati solennemente «la terrazza».
Era circondato da personaggi strani, per esempio Enzo Scudellaro, il «pazzariello», forse l'ultimo pazzariello di Napoli. L'aveva conosciuto quando gli avevano dato un premio insieme al suo collega Gianni Montesarchio (che per Rosati era una metafora vivente di Napoli e per me era il Re della Tombola con la Smorfia). Il «pazzariello» faceva gli onori di casa al premio ma si presentava come attore e andava in giro invitato alle cerimonie di tutta Italia per improvvisare stornelli napoletani brandendo una gran mazza, vestito con la marsina secentesca, i calzerotti bianchi e la feluca immortalati da Totò, mentre il figlio lo accompagnava battendo una grancassa.
Era straordinario. I suoi stornelli avrebbero potuto essere inclusi in qualsiasi antologia di poesia e Rosati non si stancava mai di ascoltarlo. Quando organizzò il suo spettacolo-sociodramma al Teatro Carignano di Torino fece arrivare da Napoli il suo pazzariello poeta con la grancassa e gli fece fare il giro di via Roma e piazza Castello coi torinesi sbalorditi che si raccoglievano ai lati della strada per vederlo passare; gli fece anche attraversare il teatro passando nei corridoi del guardaroba, senza prevedere che il «pazzariello» non avrebbe smesso di far battere la grancassa e di declamare a gran voce i suoi stornelli fino a far interrompere le prove di Giorgio Albertazzi, giustamente indignato e infuriato. Quella sera (non ho mai saputo come Rosati sia riuscito a ottenere il permesso) il «pazzariello» comparve nel bagliore di fari da cinematografo sul balcone del palazzo dove si affacciava Vittorio Emanuele II con Cavour, proprio di fronte al teatro, e incantò il pubblico incredulo che gremiva la piazza in attesa di entrare secondo il copione di Ciascuno a suo modo di Pirandello.
Lo fece venire anche a Roma, quando mi regalò la sorpresa di condurre una regia mitica a via Lungara sotto Porta Settimana per presentare il mio romanzo "La mia kasbah" in quella che diventò una fantastica festa di quartiere. Mentre gli amici si affollavano per strada dopo la presentazione al teatro di Trastevere fatta da Maria Luisa Spaziani, mia compagna di università, e da Tito Schipa jr., comproprietario del teatro, il «pazzariello» comparve sul terrazzo di Luisella Boni ricavato nell'Arco di Settimio; e sotto fari accecanti, trovati con l'aiuto della indimenticabile «burattinaia» Maria Signorelli, declamò nel fragore della grancassa un delizioso stornello composto per noi di cui purtroppo ho perduto il testo. Lì accanto, in via Garibaldi, c'erano lo studio di Claudio Martelli, non ancora ministro e non ancora «indagato», e la caserma dei carabinieri: la folla era comprensibilmente cosparsa di agenti di pubblica sicurezza che presto si divertirono come noi. Poi il «pazzariello» si trovò un posto in piedi, con feluca e tutto, per mangiare una pizza dal nostro Avelio che faceva parte con la sua pizzeria dei protagonisti del libro e ci seguì nella raffinata, ospitale, dolcissima casa di Adriana Rossi Ruvolo Schipa, svegliando con la sua grancassa e i suoi stornelli tutti gli inquilini del caseggiato.
Impossibile descrivere il divertimento del regista Rosati in quel suo colossale scherzo privato. Aveva, ha, avrà sempre uno humour irresistibile, più dolce del sarcasmo romano, che usa soltanto quando proprio gli fanno perdere la pazienza. Ricordo che molti anni fa lo sperimentò anche un illustre analista, il professor Gerard Adler, presidente dell'Associazione internazionale psicoanalitica junghiana venuto a Roma ospite del Congresso di Psicoanalisi junghiana organizzato da Aldo Carotenuto. Rosati doveva accompagnarlo in un albergo lontano dal centro e per fare più in fretta non rispettò nessuno dei sensi vietati. Il professore diventò sempre più silenzioso finché a una svolta spericolata disse: «Ma dottore, qui è vietato passare». Rosati, con uno di quei suoi sorrisi contagiosi, rispose: «È vietato, ma non impossibile». Il professore dopo un attimo di imbarazzo si lasciò conquistare dalla situazione e rise come un ragazzo. Seppi poi che raccontava questo aneddoto ogni volta che nei congressi parlava dei colleghi italiani.
Un vero trickster, ma quando cominciò a lavorare mi commosse con regali sempre più raffinati, un ciondolo di radice di agata che resta tra i miei ricordi più cari, una collana di murrine antiche che mi portò da Venezia, una collana d'oro che comprò al museo di Bogotà, quando andò a tenere un seminario in Bolivia. In una conferenza che fece gratis (di nascosto) in un'altra città, Medellin, lo compensarono con una scheggia di smeraldo.
Che mi accompagna sempre nella scatoletta di cinghiale dove conservo le mie mitiche spille di Gertrude Stein.

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