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HO INCONTRATO ZERKA MORENO AL TEATRO DI BEACON di Fernanda Pivano (racconto)


Ho incontrato Zerka Toeman Moreno, la vedova del geniale terapeuta Jacob Levi Moreno, nel 1980 all’istituto di Beacon nello stato di New York. Moreno era morto nel 1974 ma la sua presenza riempiva ancora la grande casa georgiana bianca in mezzo al bosco, sulla collina di Beacon, un villaggio come ce ne sono tanti in America: una cittadina dal paesaggio dolce e profumato con gli scoiattoli in mezzo alle strade, tante case piccole circondate dal giardino e una sola grande strada centrale. A Beacon arrivai in un paio d'ore da New York su un trenino da operetta col capotreno che annunciava le varie fermate con una trombetta ricurva, e sbarcai in una stazione sporchissima e deserta, con un solo taxi all'uscita abituato a riconoscere al primo sguardo chi andava all'Istituto di psicodramma, l'unico centro di interesse della città che Moreno aveva scelto tanti anni prima per la vicinanza con New York e perché il paesaggio col suo lago e le sue colline coperte di pini gli ricordava l'Austria. Il teatro dì legno era a fianco dell'Istituto dove centinaia di psicologi e psichiatri avevano trovato una specie di casa internazionale e l'avevano restaurata per evitare che diventasse un monumento nazionale, aggirando così la legge e poterlo poi cedere ad una fondazione culturale. La grande biblioteca priva di sussiego conteneva le traduzioni delle opere di Moreno in trentacinque lingue, tra le quali il giapponese e il russo; in cima alla collinetta c'era ancora la tipografia artigiana dove Moreno aveva avuto l'idea di stampare la sua rivista e i libri della Beacon House per scavalcare, mi disse Zerka, lo sfruttamento editoriale o forse, pensai, per il piacere di giocare un ruolo in più. Tutto in quegli spazi con¬fermava il carattere alternativo dello stile di vita di Moreno: geniale, istrionico, antiaccademico. La sua scrittura era intuitiva, ispirata, globale, con aperture poetiche, pacifiste, profetiche. Uno psichiatra che pareva un poeta.
Il teatro era stato meta di un pellegrinaggio di molti autori e attori; non solo del Living Theatre, ma anche provenienti da Hollywood: attori che avevano trovato in Moreno il terapeuta ideale per la comune vocazione per il palcoscenico, e se ne accorsero anche gli sceneggiatori cinematografici che lo saccheggiarono a più riprese, a partire dal film Spellbound (Io ti salverò) di Hitchcock fino a Tootsie con Dustin Hoffman.
Nel lungo colloquio con Zerka mi colpì soprattutto la sua grinta; non si trattava della solita vedova illustre ma di una vera protagonista che con caparbietà professionale, anche dopo la terribile malattia e l'amputazione del braccio destro (da cui, giovanissima, ebbe il coraggio di congedarsi in un suo psicodramma) aveva lavorato in quel teatro fino a dieci ore al giorno. E mi colpì anche il suo umorismo, lo stesso con cui anni dopo, a Torino, sul palcoscenico del Teatro Carignano, avrebbe risposto agli applausi del pubblico battendo la sua unica, vecchia, tenerissima mano sulle mani di una coppia di gemelli calabresi che recitavano un doppio Pirandello messo in scena da Ottavio Rosati.
Zerka mi spiegò i giochi di ruolo dove lo psichiatra e i suoi attori ausiliari diventavano i personaggi del romanzo familiare del paziente ma anche i personaggi delle sue fantasie e dei suoi sogni. Mi raccontò per esempio un episodio per me straordinario. Una paziente schizofrenica, che in seguito alla morte del suo bambino avvenuta in un incidente era convinta di vivere all'inferno e non parlava più, non comunicava più, venne portata al teatro del dottor Moreno quando sembrava irrecuperabile. Moreno mise in scena nel suo teatro l’inferno del delirio, e chiese a un attore di gettare tra le luci rosse del palcoscenico un cuscino, parlandogli come se fosse il bambino della paziente condannato alle fiamme per l'eternità. Così la donna urlò e si alzò in piedi per interrompere il gioco e pianse e lottò e lentamente ritrovò prima la parola e poi la ragione.
Dopo quel racconto mi riuscì chiaro che la forza del Teatro Terapeutico di Moreno, che anche Rosati ha utilizzato a suo modo per aiutare una mia convalescenza, stava tutta nella sua abilità, nella sua capacità di ospitare ogni linguaggio e di inscenare ogni sogno, individuale o di massa. Così, anni dopo, quando Zerka non ce la fece più a reggere l'Istituto e decise di cedere l'archivio di Moreno all'università e di vendere la collina dove quel teatro era nato e dove l'avevo visto, fui felice dì sapere che il palcoscenico non era morto. Fu solo smantellato, come usa in America, e rinacque a Boughton Piace nello Highland, dove una comunità di psicologi e sociometri  lo rimontò, asse per asse. Ed è da quel tenero, fragile modello di Beacon che anche noi in Italia dovremmo partire per costruire un giorno il nostro Teatro del Tempo.
Ma questo avvenne molti anni dopo: dopo che la Moreno era venuta al Teatro Flaiano di Roma, al Piccolo Teatro di Milano, al Teatro Stabile di Trieste, al Teatro Stabile di Torino, sempre per qualche organizzazione del suo fanatico amico Ottavio Rosati; in Italia veniva anche, per lo più a Roma, per conto del CeIS, l'organizzazione di don Picchi in aiuto dei tossicodipendenti.
Quel giorno di gennaio a Beacon, dopo aver girato dappertutto, anche nelle camere dove gli allievi dormivano come in un college, la dolce Zerka, fragile e minuscola nonostante l'energia davvero incredibile che impiegava per la divulgazione delle innovazioni di Moreno, mi raccontò la sua storia.
Quando le chiesi che cosa avesse rappresentato nella sua vita l'incontro con Jacob Levi Moreno schivò la domanda dicendomi invece come lo aveva incontrato: «Ero una studentessa molto giovane che aveva combinato gli studi del dramma e delle Belle Arti con la psicologia e lo incontrai perché avevo una sorella maggiore malata di mente che avevo portato dall'Europa in questo Paese, come rifugiata, nel 1941.
Aveva sposato un poeta ed erano ebrei: vivevano a Liegi, in Belgio, a venticinque chilometri dal confine tedesco e dunque si trovavano in una situazione molto pericolosa. Mia sorella era già stata malata una volta in Inghilterra durante la mia carriera studentesca, mentre passavo dalle Belle Arti alla psicologia; la si dovette ricoverare e mi venne raccomandato l'ospedale di Moreno perché poteva trattare i pazienti psicotici. A quei tempi, nel 1941, una diagnosi di schizofrenia era come di cancro, diciamo un cancro dell'anima, e mia sorella era paranoide, il peggior grado di schizofrenia, e non era in grado di spiegare come si era ammalata. Raccontai la sua storia a Moreno quando seppi che curava i pazienti attraverso lo psicodramma, una terapia di cui non avevo mai sentito parlare e di cui in America avevano sentito parlare pochissime persone. Aveva fondato l'ospedale nel 1936, era ancora molto nuovo. Mi diede del materiale da leggere, e gli proposi di aiutarlo, mi disse laconicamente: "Va bene" e sulla base di questo venne montato uno psicodramma».
Dall'intensità con cui mi raccontò, a lungo, la prima seduta dello psicodramma e via via le successive pareva che in realtà di Moreno, al quale poi dedicò da vivo e da morto tutta la vita, le interessasse soltanto la possibilità di curare la sua povera malata. «Aveva un metodo e funzionava» concluse quasi impassibile e facendomi capire che di quell'argomento non voleva parlare più; e infatti non me ne parlò mai più in tutti gli anni in cui ci incontrammo poi da vecchie amiche.
Cambiai discorso, le chiesi perché Moreno aveva scelto proprio Beacon per fondare il suo teatro. «Lo ha scelto lui» mi disse. «Prima di venire in America viveva a Vöslau, vicino a Baden, nei dintorni di Vienna, e gli è sempre piaciuto stare in campagna ma abbastanza vicino a una grande città in modo da poter sentire la presenza della cultura di una metropoli. Ma per fare il suo vero lavoro doveva vivere ritirato: guarda tutti questi suoi diari, tutti questi libri. Aveva biso¬gno di stare lontano dalla gente per potersi concentrare. A Beacon il paesaggio era molto simile a quello austriaco; e a Beacon c'erano altri due ospedali psichiatrici: in quegli anni non era facile ottenere una licenza per esercitare coi pazienti malati di mente. Ma poi se ne è innamorato, perché qui è molto bello. Vedi quelle montagne verdi sullo sfondo? È per questo che gli pareva di essere in Austria.»
Provai a ripetere la domanda di che cosa avesse rappresentato nella sua vita l'incontro con Moreno. "Forse," mi disse "la ragione principale per la quale mi legai tanto a lui fu la sua fede in Dio: aveva un'idea teologica nuova: Dio come fenomeno diverso, spiegava. Il mondo nel 1941 era senza speranza; anch'io che facevo parte della generazione più giovane ero senza speranze, ma lui sapeva ispirarne una nuova. Ero molto più giovane di lui, ventotto anni più giovane: quando lo conobbi avevo ventiquattro anni e lui ne aveva cinquantadue." In quel momento pensai, ma non dissi, che era la stessa differenza di età che passava tra me e Rosati quando ci eravamo conosciuti. Però al contrario. Zerka aggiunse che Moreno la rassicurò con la sua visione del mondo e le insegnò come fare ad aiutare gli altri. "Mi aiutò a far diventare utile la mia vita, a impegnarmi verso una persona fino a trovare una nuova ragione per vivere. Probabilmente è stato questo il legame fondamentale fra noi, a parte il fatto che capivo quello che cercava di fare. Aveva bisogno di un interprete, di un intermediario, perché Moreno parlava un linguaggio molto difficile, inventava la sua terminologia, come Freud inventava la sua. E io decisi che per tutta la vita sarei stata la sua interprete."
Eravamo tutte e due un po' commosse. Le chiesi di spiegarmi qualcosa dello psicodramma, se è una forma di teatro o di terapia. «È tutte e due le cose, ma è più di questo: è anche uno strumento educativo, culturale; è anche un metodo di addestramento. Noi insegniamo l'addestramento del ruolo professionale. Ne avrai sentito parlare perché in Italia Moreno ha avuto molti riconoscimenti. Lo considerano il precursore di Pirandello, dicono che lo ha influenzato. I sei personaggi in cerca d'autore, che è molto psicodrammatico, è uscito nel 1926 e Moreno ha incominciato il Teatro della Spontaneità a Vienna nel 1921: in questo teatro la spontaneità ha una forma di arte in sé, di improvvisazione. Probabilmente "le reti" tra Pirandello e Moreno sono queste: mio marito ha scoperto Elizabeth Bergners quando aveva dieci anni, poi la Bergners diventò amica di Eleonora Duse e presentò Moreno alla Duse, che viveva con d'Annunzio: probabilmente Pirandello sentì del lavoro di Moreno anche attraverso la Duse. Non si sono mai conosciuti: la loro influenza ha viaggiato attraverso quello che noi chiamavamo "le reti": anche questa è un'idea di Moreno, e "le reti" possono essere libri, amici, chiacchiere, pettegolezzi. Ma forse il loro legame più che da una vera influenza, derivava dal fatto che mio marito durante la prima guerra mondiale lavorava come sovrintendente del Campo di Rifugiati Tirolesi Mitterndorf, vicino a Vienna. Avevano trasferito questi contadini tirolesi, che coltivavano le viti e facevano il vino, dal confine settentrionale dell'Italia nell'Austria perché molti di loro erano irredentisti, cioè erano austriaci che contestavano gli Asburgo e volevano appartenere all'Italia: la monarchia austriaca te¬meva che si ribellassero e li aveva trasferiti nell'interno dell'Austria. Parlavano italiano e con loro vennero dottori, psicologi, infermiere e lo psicologo Barrisoni, che era lo psi¬cologo del Campo. Barrisoni insegnò a mio marito l'italiano e mio marito insegnò a lui i suoi metodi: è possibile che que¬sto sia un altro aggancio per spiegare la popolarità di mio marito presso Pirandello.»
Nella mia ignoranza ascoltai sorpresa questa storia della Duse, di Barrisoni e di Pirandello. Cercai di entrare in un campo che mi era più familiare e le chiesi che cosa pensasse delle sorprendenti analogie tra lo psicodramma e il teatro dì gruppo, come il Living Theatre o il teatro di Grotowski o quello di Elia Kazan. Zerka mi indicò uno dei libroni rilegati di rosso che avevo comperato e mi disse: «Leggi questo libro sul Teatro della Spontaneità: ha influenzato il Living Theatre e il Teatro di Strada.. Per parecchi anni quando venne in America, dal 1927 al 1932, Moreno aveva un teatro chiamato "Studio" alla Carnegie Hall e pubblicava una rivista chiamata "Impromptu"; tutti i personaggi del teatro hanno partecipato prima o poi a questi lavori. E stato lui a scoprire personaggi come John Garfield, Elia Kazan, Franchot Tone. Tra l'altro è stata la madre di Franchot Tone a dargli il denaro per costruire l'interno del nostro teatro, il palcoscenico: c'è una targa che lo ricorda; la parte esterna esisteva già. Con Grotowski Moreno era stato in contatto, anche se non si sono mai incontrati, e Grotowski ne è stato influenzato. Tutto questo è stato scritto in un libro del commediografo e regista Paul Pörtner che viveva ad Amburgo e ha mostrato l'influenza di Moreno sul periodo romantico degli anni Venti nel teatro. Moreno non era soltanto autore e regista, era anche diret¬tore di una rivista che pubblicò in Germania nel 1918 e 1919 col titolo "Daimon", alla quale hanno collaborato per esempio Jacob Wassermann, Reinhardt, e con questa rivista ha influenzato non soltanto il teatro del suo tempo ma anche i letterati, per esempio Martin Buber. Ha avuto una profonda influenza sulla cultura europea del suo tempo».
Le chiesi su quali basi Moreno ritenesse di essere autore della Terza Rivoluzione Psichiatrica dopo Pinel e Freud. «Lo pensava sulla base di due scoperte: liberare l'uomo dalla comunicazione verbale e condurlo verso l'azione, liberarlo dal¬la parola conducendolo verso l'atto; e liberarlo dall'essere in¬casellato nella sua psiche individuale riportandolo al mondo al quale appartiene: non credeva che la cura di un uomo nell'isolamento potesse risolvere i suoi problemi. Aveva un profondo conflitto con Freud, che era ateo ed era ispirato dalla biologia, credeva soltanto nella nascita e nella morte, vedeva l'uomo come un essere biologico. Moreno invece riconduceva l'uomo al cosmo, era ispirato dalle grandi religio¬ni. Ma aveva un grande rispetto per Freud. A Moreno pareva di essere andato al di là sia di Pinel che di Freud e pensava che i suoi due principi, "dalla parola all'atto" e "dall'indivi¬duo al gruppo", fossero una base rivoluzionaria all'interno della psichiatria.»
Ero troppo ignorante per capire se Zerka aveva ragione o se a ispirarla era il suo immutato amore per il marito, il suo fanatismo. Spostai di nuovo il discorso e le chiesi qual è stato lo sviluppo dello psicodramma nel mondo. «Posso dirti che è arrivato molto lontano, fino all'Argentina e al Brasile, e ora in tutta l'America Latina, nel Venezuela e in Perù, paesi dove sono stata parecchie volte, e poi nei paesi scandinavi, specialmente in Svezia e in Finlandia ma anche in Norvegia e Danimarca: si sta sviluppando in Inghilterra, ci sono stata l'estate scorsa. Sai già della Francia e dell'Italia, e poi la Spagna, la Germania, e il Giappone. E in modo ab¬bastanza sorprendente sta cominciando a venir praticato nella Russia sovietica e in Cecoslovacchia, in Polonia, in Un¬gheria. Abbiamo addestrato molta gente in Israele, Sudafrica, Costa d'Avorio e Senegal. Questi sono paesi dei quali sono al corrente. Non è che abbia li addestrati tutti io. Per esempio i Lemoine sono stati addestrati da Lacan. Come miei studenti posso identificare quaranta persone in Finlandia, e venti in Svezia, perché vado lì due volte all'anno».
Guardavo con ammirazione questa personcina minuscola priva di un braccio, capace di tanta energia sotto lo stimolo dell'amore e della nostalgia di suo marito. Le chiesi se pensava che le tecniche dello psicodramma potessero essere utili nella terapia dell'alcolismo e della tossicodipendenza. «Certamente. La Marina degli Stati Uniti ha comperato un Teatro di Psicodramma a San Diego e viene usato specificamente per la riabilitazione degli alcolizzati: un problema enorme di cui sono al corrente perché uno dei miei studenti dirige il teatro nell'ospedale della Base Navale di San Diego; ne hanno uno anche a Long Beach e uno a Norfolk. Per esempio a Long Beach sono stati curati la moglie di Gerald Ford e il fratello di Jimmy Carter. La signora Ford ha detto che lo psico¬dramma è stata una delle cose che l'hanno aiutata di più a guarire. Per la tossicodipendenza cominciamo adesso a entrare nelle comunità terapeutiche e il prossimo convegno annuale sarà a L'Aja, dove farò due delle nostre rappresentazioni di psicodramma. È il 5° Congresso Internazionale delle comunità terapeutiche, in settembre; un altro, di psicoterapia di gruppo, si svolgerà a Copenaghen in agosto.
Le chiesi se ha allevato suo figlio secondo i principi esposti nel secondo volume dello Psicodramma. «Non tanto mio figlio. Ho educato me come madre. Ora mi interessa lavorare con la gente che aspetta di morire di cancro, trattando la morte, la paura della morte: gente che ha appena subito un'operazione per cancro. Funziona molto bene, per sollevare le loro paure e aiutarli a condurre a termine delle attività non finite.»
Ero un po' imbarazzata, perché sapevo che questa parola non si doveva pronunciare con lei per non suscitare il ricordo del suo giovane braccio amputato. Spostai il discorso su Moreno, le chiesi, visto che parlava di morte, se voleva dirmi qualcosa della morte di Moreno. «Sì, vent'anni prima che morisse, era morta sua madre, che aveva un cancro all'intestino. Non permise che la madre, che aveva ottantatré anni, venisse operata e quando morì qualche settimana dopo la diagnosi della malattia, per fortuna senza i dolori che avrebbe avuto se fosse stata operata, noi eravamo a Londra; lui mi fece giurare sul telegramma che gli annunciava quella morte che quando fosse giunto il suo momento avrei permesso alla natura di seguire il suo corso come lui aveva fatto con la madre, cioè non lo avrei messo in ospedale, lo avrei lasciato senza operazioni, senza dottori, senza niente. Io gli ubbidii. Aveva quasi ottantacinque anni quando morì e tutti i guai che si hanno a quell'età, ma lui li combatteva con pochissime medicine e fino al marzo 1974 né la sua parola né i suoi movimenti erano stati alterati. Poi rimase parzialmente paralizzato dal lato sinistro e smise di mangiare: visse sette settimane e mezzo soltanto di acqua di seltz. Quel periodo fu come una purificazione del suo sistema. Se non si mangia non si avvelena il sistema, lo si ripulisce e lui aveva l'aria assolutamente pura, trasparente. E non soltanto si purificava il corpo ma chiedeva di perdonarlo, a chiunque avesse potuto offendere: non lo aveva mai fatto, non ammetteva mai di avere torto. Quelle sette settimane e mezzo furono un'esperienza molto ricca.»
Le chiesi cosa c'era di vero nella tesi che l'invenzione della psicoterapia di gruppo risalisse a Carl Rogers. Lo negò con energia, disse che mi avrebbe mandato un libro dove ha scritto un intero capitolo sui precursori dello psicodramma: «Rogers è venuto dopo. Abbiamo fatto delle sedute per il dottor Rogers nel 1948, sicché ha cominciato negli anni Quaranta; ma comunque era un insegnante, non un terapeuta. Bisogna risalire fino al 1932 prima di trovare qualcuno impegnato nella psicoterapia, ma lo faceva da psichiatra».
Forse Zerka cominciava a essere stanca, e pareva irritata, disse che lo psicodramma psicoanalitico in voga in Francia è diverso da quello di Moreno come sono diversi un calesse e un'automobile. «Moreno insisteva a dire che in Europa era soprattutto un artista, un drammaturgo, un direttore di rivista e in America è diventato uno scienziato, ma era troppo eccentrico per essere capito negli ambienti accademici. In realtà ha cominciato a influenzare la cultura lavorando nei giardini di Vienna nel 1908. Pensa a tutto quello che sta succedendo: il matrimonio aperto, omosessuali e lesbiche che si dichiarano apertamente, figli che si ribellano ai genitori, gente che si ribella al governo, guarda quelli che hanno fatto finire la guerra in Vietnam. Magari la vita non è stata resa più piacevole da lui, ma è diventata più reale. Sì, Moreno aveva un profondo rapporto con la Beat Generation e si considerava il primo hippie europeo. Lo sai che abbiamo dato delle sedute aperte al pubblico per anni, ogni sera, a New York? Nel 1959 abbiamo comperato una casa nella 78th Strada e davamo sedute aperte al pubblico, e sai chi veniva? I Figli dell'Amore, gli hippies.»
Il nastro della registrazione era finito, ma Zerka continuava a parlare nell'ombra ormai fitta della sera, senza accendere la luce, illuminata solo dalla luna che entrava dalla finestra e faceva baluginare la nostra presenza, gli scaffali dei libri; soprattutto i fantasmi, i pensieri, i sogni di quest'uomo così controverso e così eroicamente impegnato a ridare fiducia agli sconfitti.

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