Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento del sito stesso.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

DALLO PSICODRAMMA ALLO PSICOPLAY intervista di Enrico Santori a Ottavio Rosati

Enrico David Santori: - Che cosa è per te lo psicodramma?

Ottavio Rosati: - Una psicoterapia di gruppo basata sull’azione, inventata negli anni venti a Vienna dal medico, poeta e sociologo Jacob Levi Moreno. Una messa in scena per vivere meglio.
 
Attraverso il teatro?

Teatro e video. Immagini e giochi.

Nell’Enciclopedia del Teatro di Antonio Attisani, edita da Feltrinelli, tu curi la voce psicodramma e, come prima cosa, indichi ciò che non è.  

Circolano almeno quattro usi selvaggi della parola psicodramma. Il primo è quello giornalistico. Nei titoli dei quotidiani psicodramma sembra una scena inconsulta dove qualcuno dà fuori di matto. Tipo: Psicodramma in parlamento: ingiurie e schiaffi tra gli onorevoli. Il secondo uso improprio è quello dei critici cinematografici. Quando non sanno che dire di un film d’autore dicono che è uno psicodramma.

Lo psicodramma non è nemmeno teatroterapia dove i pazienti rappresentano un testo come attori, scenografi e altro.

Infatti. Nella teatroterapia un gruppo di pazienti mette in scena, come una compagnia di attori, un testo scritto e diretto da una persona. L’iniziatore del metodo fu il marchese De Sade che al manicomio di Charenton fece rappresentare le sue commedie dagli altri pazienti. Nel vero psicodramma, invece, il testo è la vita di ogni singolo attore. Lo psicodrammatista mette in scena tante storie quanti sono i partecipanti. L’invenzione di Moreno invece è un teatro democratico dove ognuno è, a turno, autore, attore, regista, spettatore e persino critico.

Qual è il quarto uso improprio della parola psicodramma?

Il peggiore. Lo psicodramma ha poco e niente a che fare con molte forme di “psicodramma analitico” nato in Francia dopo la guerra. Non parlo di psicoanalisti come Lebovici, Anzieu, Lemoine, Lorin che sono maestri. Ma ho assistito a gruppi di “psicodramma analitico” verbosi e inamidati. Figurati che, per giocare una scena in cui due fidanzati passeggiano tenendosi per mano, un terapeuta ordinava ai pazienti di toccarsi attraverso un fazzoletto.

Sfiorarsi le dita sarebbe stato contro le regole dell’astinenza analitica?

Una pericolosa seduzione! Ridi? Una psicologa lacaneggiante seduta su una poltrona da notaio, aveva escogitato un sistema per stipare venti pazienti in un gruppo di un’ora e mezza. Durante il gioco chiunque poteva alzare la mano e dire basta! Tutto cominciava da capo. La conduttrice concludeva con dei commenti incomprensibili: una specie di ricompensa finale per i pazienti seduti per terra sotto il neon. Che c’entra in questo lo psicodramma? Uno studente dell’epoca, paragonando Moreno e Freud, disse che, dovendo morire, preferiva morire di diarrea che di costipazione.

Tu sostieni che parlare di sedute di psicodramma è improprio perché una psicoterapia basata sul gioco e l’azione, è fatta di sessioni, non di sedute.

Infatti. È come dire una telefonata di tennis. D’altra parte la stessa parola psicodramma a me sembra equivoca: dramma fa pensare a qualcosa di triste e scuro. Per una terapia non va bene.

Però, parlando in termini teatrali, è nella tragedia che i conflitti non trovano risoluzione, mentre nel dramma i conflitti vengono sempre risolti, almeno sul piano morale.

Vero. Ma la differenza tra dramma e tragedia è chiara solo a pochi. In inglese la parola drama sta per teatro in generale. In Italia invece drammatico evoca qualcosa di scuro e pesante, lontano dal metodo inventato da Moreno che è un gioco solare, teso alla liberazione. Fatto di amore e intelligenza, con qualche spunto mercuriale.

Da quando hai sentito il bisogno di fare un intervento sul termine italiano psicodramma?

Curando l’edizione italiana dei tre volumi di Psychodrama di Moreno avrei voluto cambiare ma Mario Ubaldini si sarebbe infuriato: la rivista da noi fondata nel 1975 si chiamava Atti dello psicodramma. Realizzando Da Storia Nasce Storia per Rai-tre ho avuto la prova che psicodramma non produceva un buon un effetto alone.

E per le persone meno colte?

A loro sembra una roba tipo Dario Argento. Faccio un esempio. Il modo in cui Vittorio Gassman nel programma "Tutto il mondo è teatro" diceva la parola psicodramma, faceva pensare a Sofocle o Alfieri. Eppure lui credeva che fosse una tecnica per rilassarsi. Le parole pesanti sono come i vestiti scuri. Se ti metti un abito gessato nessuno penserà che vai a giocare a tennis.

Questo effetto alone della parola si verifica anche in psichiatria e all’università?

No. Negli anni Cinquanta, ai tempi della prima penetrazione, una parola così penitenziale conquistò intellettuali e accademici. Lì giovò. La traduzione psicodramma aiutò Moreno a essere preso sul serio. Con psico-teatro non sarebbe accaduto. Oggi è diverso: rischiamo di allontanare chi ama la comunicazione sotto il segno del gioco, dell’incontro e del rinnovamento. Utilizzo il gioco di ruolo in aziende come New Holland o Ferrari, e pochi ingegneri o piloti farebbero coaching con lo psicodramma se glielo proponessi con questo nome.

E cosa hai pensato di fare a proposito della vecchia parola?
 
Ho chiesto a colleghi di indagare anche loro sull’effetto che fa sulla gente. È emerso che l’inconscio collettivo associa lo psicodramma ai condizionamenti e ai ruoli che ci imprigionano in famiglia e nei rapporti. Proprio il contrario di ciò che Moreno voleva sciogliere con il gioco. Ho commissionato poi a un agenzia del Nord un sondaggio su un campione multistratificato per area. Hanno appurato che la parola psicodramma suscita ansie e timori, che limitano il suo sviluppo e non giovano alla sua immagine. A torto o a ragione è così.

Parole alternative?

Con la mia attuale analista, Nadia Neri, avevamo pensato a psico-scena o psico-azione ma poi qualcuno ha detto che psico-azione nascondeva al suo interno coazione e psico-scena, oscena. Finalmente la soluzione: psicoplay. La nuova parola mi è arrivata mentre andavo in moto fantasticando di prendere un the con Winnicott. Ho immediatamente chiamato il web master: “Guarda subito se il domnio play è libero e compralo subito.” Mi batteva il cuore. Da allora uso psicoplay e lo alterno volutamente a psicodramma. Un cambiamento radicale non l’accetterebbe nessuno. 

Play, gioco. Nel senso analitico ma anche in quello moreniano. Winnicott in Gioco e realtà scrive: “La psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme. Il corollario di ciò è che quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta deve portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace”.  Qual è il valore del gioco in psicodramma e, in generale, in psicoterapia?

Enorme. Winnicott ci fa leggere analiticamente le intuizioni di Moreno. In comune c’è la sensibilità per la sofferenza dei pazienti e la volontà di sanare le tracce presenti del trauma passato. Pensa alla compassione eroica del grande Ferenczi per la trascuratezza psicologica subita dai suoi pazienti da bambini. Pensa al genio di Milton Erickson e al caso clinico L’uomo di febbraio. È un compito bello e incredibile: riparare in una manciata di ore, anni di errori e traumi cumulativi.

Quindi lo psicoplay è un’area in cui si incrociano due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta.

Però il gioco del terapeuta deve avvenire dentro il gioco del paziente. Il terapeuta non può nemmeno spingere il gioco del paziente in aree che hanno a che vedere solo col desiderio di cambiamento del terapeuta. Può fare un gioco interlocutorio, un gioco ricco di sensibilità, teso allo sviluppo. In questo c’è qualcosa di religioco… oh, simpatico lapsus… religioso. Siamo agli antipodi di quanto avviene nel mondo dei mass media quando certi registi si prendono gioco del pubblico propinandogli volgarità, idiozia, violenza.

Nel tuo libro Da storia nasce storia scrivi: “Lo psicodramma non esiste. Esistono solo gli psicodrammatisti”. 

Il modello è importante ma tutto è in mano al terapeuta. Le tecniche attive hanno duttilità, velocità, potenza evocativa e permettono di far convergere intorno al discorso del singolo paziente l’empatia e la sensibilità di un intero gruppo. Un setting che autorizza codici visivi, tattili e immaginali è una gran cosa. Però in definitiva tutto dipende dall’ascolto, dalla formazione clinica e dalla competenza del terapeuta che decodifica il discorso del paziente. Gli attrezzi e i fornelli di una grande cucina possono facilitare la preparazione della cena, ma alla base c’è la competenza del cuoco. Con il suo umore e il suo amore.

Hai parlato di tecniche. Come è possibile, se è possibile, utilizzare i metodi attivi e i principi dello psicoplay anche in un setting a due, senza gruppo?

Giocando. Un analista fa psicoplay quando modula la voce; quando fa una condivisione; quando utilizza la comunicazione paralinguistica; quando contiene; quando sorride ed empatizza con sincerità; quando passa dal piano astratto a quello diegetico e mimetico; quando utilizza una sedia vuota per parlare a un personaggio; quando fa sedere il paziente in vari posti, uno per parte; quando dice “adesso lei è l’analista e io sono lei: sentiamo cosa sta pensando l’analista”; quando interagisce attraverso una marionetta; quando fa pet-therapy; quando propone un ordalia geniale; quando il paziente è malato e lo va a trovare a casa o in ospedale; quando gli offre una metafora o un caffè al momento giusto; quando evita di avere rapporti sessuali con lei o lui; quando gli dà la mano o una mano; quando lo fa disegnare e propone di inserire una linea, un punto, un tratto colorato. Ci sono molti modi in cui si può fare psicoplay in un rapporto a due. Ferenczi in questo è stato un grande pioniere. Un santo laico, martire di Freud.

Citando Ferenczi mi fai pensare alla “giocoanalisi”  e al concetto di regressione nel “gioco delle domande e delle risposte”  che, a mio avviso, è molto vicino a quello che succede in psicoplay nel momento in cui si scelgono gli “Io ausiliari” . Lì il soggetto entra quasi automaticamente in uno stato regressivo inconscio simile alla trance indotta da Ferenczi. Nel Trattato di psicodramma infantile,  Lorin individua e descrive quattro tipi di Operatori Terapeutici di Trasformazione: ermeneutico, di incitamento, mimetico, e di confronto . Tu proponi un quinto operatore terapeutico, che hai definito immaginale.

Un o. t. che utilizza in pieno i codici dell’emisfero destro, basandosi su una regia clinica che il terapeuta ha organizzato analiticamente con l’emisfero sinistro. Come scrive Alejandro Jodorowsky (l’artista cileno che ha tra i suoi allievi l’analista Chantal Rialland) l’inconscio reagisce al simbolo e alla metafora dando loro la stessa importanza che darebbe al fatto reale. Da qui un tipo di psicoplay che traduce il pensiero in luce, forme, spazi, azioni e immagini. Un discorso di sole parole non mi sembra altrettanto efficace e, avendo fatto sette lunghe analisi, non lo dico certo per scavalcare un ostacolo. La parola piena è luce ma la verbosità filosofica può sempre prenderci la mano. Anche per questo faccio leva sull’o. t. immaginale, che da un incontro terapeutico permette di ricavare un costrutto, una testimonianza visibile e sintetica del lavoro svolto. Le immagini si ricordano, le parole si dimenticano.

Cosa intendi quando dici “ricavare una testimonianza visibile”?

Da tre anni combino lo psicoplay con un sistema basato su quattro scacchiere e centinaia di action figures, modellini. Il paziente crea delle composizioni di personaggi tratti dal mondo delle fiabe, dei cartoni animati, dei giochi, dei presepi e ci lavoriamo sopra. Poi fotografo gli scenari, li stampo in A3, faccio qualche nota e li consegno al paziente perché se li porti a casa e li elabori. Sono mappe bicamerali della terapia in progress. Lastre dell’inconscio.

Tu hai scritto che lo psicodramma è un sogno e la drammatizzazione dei sogni è un doppio sogno.  Mi sembra che l’operatore terapeutico immaginale possa essere particolarmente produttivo proprio nella drammatizzazione dei sogni, sulla quale Helmut Barz scrive: “Trovo stupefacente che nella terapia junghiana non si sia ancora istaurata una tradizione di rappresentazione drammatica dei sogni. La loro struttura drammatica, scoperta da Jung, avrebbe dovuto da lungo tempo invitare a farlo. Dove potrebbe essere sperimentato più intensamente il “rapporto di sentimento” con i “contenuti simbolici” che nel ridare loro vita in forma drammatica?”

Barz ha ragione da vendere. In effetti tutto il lavoro di Jung con la materia, il suo scolpire, intagliare, disegnare hanno a che vedere con una forma di creazione di scene e immagini. Cos’è l’immaginazione attiva? Uno scontro di idee che diventa un dialogo tra io e inconscio, tra protagonista e personaggi, fino a creare una terza via. Una specie di sceneggiatura. Perché allora Jung non parla mai di drammatizzazione di gruppo? Perché, da teorico dell’individuazione, diffidava dei gruppi e non sapeva nulla di terapia di gruppo. Però si ha notizia di alcuni momenti di gioco gruppale come quando al Club Psicoanalitico di Zurigo i membri venivano invitati a scegliere il loro animale totemico e a viverlo in gruppo facendo versi e suoni.

Un esercizio di warming-up che sarebbe piaciuto a Moreno.

Sicuramente. Per anni nell’area junghiana c’è stata una diffidenza per tutto quello che è gruppale, alimentata anche dalla Von Franz. Ma le cose sono cambiate. Barz ha ragione. 

Mentre parlavi mi è venuta in mente una frase di Jung: “la psicologia è azione”   e una di Winnicott: “giocare vuol dire fare”.

Non c’è dubbio. Lo avrebbe potuto dire Moreno. Sono assunti assolutamente compatibili: “giocare vuol dire fare” e “la psicologia è azione”. Tutto questo è assolutamente moreniano. Solo che lo stile di Moreno era più estroverso e teatrale.

Che ruolo ha, nello psicoplay e, più in generale, nella psicoterapia il concetto di “Identificazione Proiettiva”?

Identificazione Proiettiva (I. P.) ovvero mettere, piazzare, conficcare una parte della mente dentro la mente di un'altra persona. Dentro, non sopra, come avviene nella proiezione semplice. C’è una bella differenza tra chi porta occhiali a lenti rosse e ci vede rosa, e chi ci bacia con labbra piene di rossetto. L’I. P. è un meccanismo di difesa patologico che occorre studiare a lungo, se vogliamo capire le cause della sofferenza mentale ma pure del suo possibile superamento. Basta partire dai libri di Thomas Ogden che dice cose illuminanti su come fare un uso terapeutico delle rêveries indotte dall’inconscio del paziente dentro quello dell’analista. È attraverso l’I. P. che avviene la trasmissione inter-generazionale dell’inconscio con cui i genitori rischiano di rovinare la vita dei figli. Ma c’è una contro parte. Senza l’I. P. non si spiegano alcuni meccanismi terapeutici che possiamo attivare nell’analisi e nello psicoplay.

In che senso dici che l’I. P. mira a mettere una parte del sé dentro l’altro?

In senso concreto anche se inconscio. L’I. P. ha un effetto tossico, patogeno. Le colpe dei padri ricadono sui figli, come dice la Bibbia. Ma qui viene il bello. Ogni veleno, usato in dosi minime e nel modo giusto, può essere trasformato in un farmaco. Con lo psicoplay il gioco delle parti può essere messo a posto. Per esempio, nelle costellazioni familiari di Bert Herringel si verificano fenomeni terapeutici strabilianti, ai quali si stenta a credere, anch’essi basati sull’ I. P.

Herringel è un curioso personaggio: in alcuni momenti quello che fa sembra puro psicodramma.

Infatti. Le sue costellazioni sono “sculture della famiglia”: il paziente prima descrive la dinamica della sua famiglia, poi passa all’azione. Sceglie i compagni di gruppo da mettere nei ruoli dei personaggi e inscena un quadro vivente, una specie di coreografia statica. Che succede a questo punto? Che ogni persona piazzata nel quadro comincia a sentire fisicamente ed emotivamente cose strane, corrispondenti ai sentimenti segreti del suo personaggio. Tutto questo rende possibile al terapeuta l’analisi e soprattutto la ristrutturazione del sistema. Come succede? Perché? Viene da rispondere con Pirandello: Non si sa come. Credo che questo fenomeno terapeutico si basi su un gioco di I. P., da inconscio a inconscio. Sembra quasi un dono di Dio, un indennizzo, un contravveleno gruppale per quell’altra storia terribile delle colpe dei padri che ricadono sui figli innocenti. Tutto questo porta a una riflessione etico-spirituale: in certi casi, la famiglia uccide, mentre un gruppo di estranei aiuta perché può sciogliere la trasmissione inter-generazionale dell’inconscio.  

Per uno psicoplay moderno, quali sono gli autori e le scuole di riferimento che è necessario conoscere e applicare?

Come si fa a rispondere senza sentirsi a disagio per aver dimenticato qualcuno? Sul nostro sito  abbiamo pubblicato una bibliografia. Personalmente ho letto e riletto Moreno e i suoi allievi, fino ad Anzieu, Lebovici, Lorin. Poi Ferenczi, Winnicott, Erickson, Ogden. Tra gli analisti che amo di più ci sono Philip Bromberg (Clinica del trauma e della dissociazione), Joyce McDonald (Teatri dell’io, Teatri del corpo), Fonagy e Target (Attaccamento e funzione riflessiva). Per le tecniche di enactment, bisogna studiare a fondo Jung e il gioco della sabbia di Dora Kalff, Paolo Aite che è bravissimo. Per quel che riguarda la formazione del disturbo e l’intervento trasformativo è fondamentale la gruppanalisi di Foulkes, la teoria del campo e della relazione, da Watzlawick a Selvini Palazzoli e tutti gli altri. Poi gli autori che si sono occupati del gioco, persino la vecchia Klein. Del resto ognuno di noi ha le sue cotte culturali, i suoi percorsi tortuosi. Mi sembra di aver sprecato otto anni della mia vita a leggere Lacan e soci, per poi vomitarli, ma forse non è stato del tutto inutile.

E tra i non analisti?

Alejandro Jodorowsky è un uomo geniale. Bisogna leggerlo e partecipare a un suo seminario di psicomagia per vedere con che velocità riesce a capire il problema e ad operare un cambiamento terapeutico. I giochi di Jodorowsky hanno una portata trasformativa straordinaria. L’unico paragone possibile è con Milton Erickson, il Michelangelo della psichiatria dinamica. Sono piccoli copioni trasformativi con cui Jodo risponde al problema di chi lo consulta. Jodo li immagina in pochi istanti con la freschezza immediata di un acquerello, e li affida al richiedente perché li realizzi in concreto nei giorni o nelle settimane seguenti. In questo c’è una differenza strutturale con lo psicoplay dove il setting è quello del gruppo alla presenza del terapeuta e sono gli Io ausiliari a fare i ruoli come attori. Una prescrizione di Jodo non sopporta nessuna modifica e in certi casi suscita nel richiedente resistenze proporzionali alla sua efficacia. Un teatro sacro, fatto di metafore. In piena luce, senza trucchi. Con cui Jodo, grazie alla sua personalità, effettua guarigioni sorprendenti.

I giochi di Jodo sono intelligenti, inimitabili e irriducibili a formule. Però emergono alcune modalità ricorrenti.

Certamente. Restituire un’I. P. al mittente attraverso maschere e costumi da usare e distruggere. Giocare sui problemi con foto, disegni, stoffe, cibi o roba sporca. Mettere in scena predizioni nefaste o un’I. P. scaricata dai genitori addosso al figlio. Organizzare giochi di ruolo con coniugi o parenti. Liberarsi di richieste assurde attraverso tecniche paradossali. Concretizzare un problema in un oggetto, per tenerlo a bada. Distruggere oggetti cattivi e subito dopo creare qualcosa di nuovo e piantare un fiore. Liquidare sensi di colpa con un gioco, per saldare i conti per sempre. Assecondare la spinta inconscia a riparare il torto subito da un antenato che si fa vivo nel nostro inconscio. E molti altri che Jodo combina tra di loro con talento e sensibilità.

Sembra molto junghiano. Una specie di immaginazione attiva radicalizzata.

E socializzata nel mondo esterno in mezzo agli altri. Non introvertita. Questa è la differenza principale. Ci sono di mezzo il teatro e il cinema. Jung era più ermetico.

Tu hai sperimentato la psicomagia su di te?

Sì. Per raccontare il gioco che Jodo ideò per me, devo fare una premessa. Gli dissi la mia storia: una serie di incubi mi avevano portato a scoprire il segreto intergenerazionale che si scaricava su di me: mio padre Giovanni, commendatore e ispettore generale delle Finanze, quando nacqui, mi diede tre nomi di famiglia: il nome suo, il nome di suo padre e quello di suo fratello. Nomi che mi sono tolto, sin da ragazzo, un pezzo alla volta: sentivo che altrimenti sarei morto.

Una piccola compagnia teatrale! Naturalmente corrispondenti a tre ruoli.

E tre funzioni. Per di più in conflitto tra loro! Senza nessun rispetto per l’interprete. In questi casi l’attore deve capire che lo vogliono scritturare senza fargli firmare nessun contratto.

Quindi molti bambini (futuri psicologi) fanno teatro nel momento stesso in cui vengono al mondo.

Dei tre nomi il più pesante era quello del fratello di mio padre: Annibale, un primogenito fascinoso che riuscì a farsi nominare erede universale da uno zio scapolo, Don Romeo, commerciante di mandorle, benefattore della famiglia e del paese. Annibale prima scavalcò Giovanni, poi tradì tutte le promesse fatte a Don Romeo compresa quella di edificare la cappella di famiglia per cui aveva ricevuto una consistente somma di denaro. Tradì anche l’Italia perché entrò nelle SS italiane. Un bel cattivo, un cattivo bellissimo.

E tuo padre non ha mai preso le distanze da Annibale?

Mai, almeno al livello conscio. Anzi. Giovanni (che oggi ha quasi cent’anni) ha passato la vita a criticare i fratelli di tutti, tranne il suo. Forse per formazione reattiva, visto che Annibale fu ucciso dai partigiani l’ultimo giorno della guerra. La verità è questa. Se la tenessi nascosta, farei il gioco della negazione, anziché fare giustizia al mio prozio Don Romeo. Preferisco uscire.

La storia della cappella restaurata l’hai pubblicata anni fa sul Giornale Storico di Psicologia Dinamica.
 

Però aver fatto il restauro della cappella non mi bastava. Mi sentivo ancora inquieto. Mi rivolsi a Jodo e gli raccontai la storia. Lui mi domandò “Ma per te stesso, tu che vorresti ottenere?”. Risposi che volevo migliorare il mio rapporto con le donne. Jodo disse: “Va bene. Ecco che devi fare. Vai a prendere dieci litri d’acqua al santuario di Padre Pio.” Gli avevo detto che mia madre era morta accanto a me, invocando Padre Pio. “Poi compra dodici stinchi di bue, uno per ogni antenato che hai sistemato nella nuova cappella di famiglia. Devi pulirli dei nervi e della carne usando un temperino...”

E fu facile pulire le ossa?

Prova e vedrai. Macellai e analisti mi guardavano come un pazzo. “…Poi devi metterli sotto il materasso per dodici giorni e pisciarci sopra ogni sera a mezzanotte, senza mai pulire.” Insomma dovevo arrivare al punto di non poterne più. Era una provocazione per farmi eliminare con l’orina il senso di colpa indotto dal rock and roll di identificazioni proiettive fatte da mio padre dandomi i tre nomi.

E il tuo attaccamento a loro! Dovevi raschiare i nervetti…

Non ci avevo mai pensato. Comunque dormire sulla pipì fu una vera catarsi a molla: prima contrai poi sganci. 

E come continuava la prescrizione di Jodo?

“Chiama sette amiche belle e intelligenti e portale in un bosco. Scaveranno una grande buca ma tu non devi aiutarle. Loro ti spoglieranno nudo e tu entrerai dentro la buca. Ti copriranno completamente di terra lasciando fuori solo la testa. Le amiche danzeranno attorno a te senza mutandine, poi faranno la pipì sulla terra. Ti tireranno fuori, ti laveranno con l’acqua di Padre Pio e ti vestiranno con abiti nuovi. Tu pianterai nella terra dei fiori. Per finire, le porterai in un ristorante di lusso dove offrirai un pranzo con champagne.” Facemmo tutto. E funzionò. Continua a funzionare.

A cose fatte, cosa ne pensi?

Che fu una svolta. Mi sentii rinascere. Ogni dettaglio del gioco immaginato da Jodo nasceva da una perfetta comprensione della mia dinamica familiare. I pezzi del copione da eseguire erano tutte interpretazioni analitiche tradotte in cose da fare. Jodo è intuitivo. Ma come abbia fatto a leggere così bene il sottotesto della mia storia in pochi minuti è sbalorditivo. Gli sono molto grato.

Nelle psico-magie l'operatore fa ricorso alle feci, l’urina ma anche allo sperma, alle mestruazioni, la saliva… Usa il linguaggio dell’inconscio e la sua realtà.

Per alcuni è imbarazzante ma Jodo usa di tutto. Comunque le cose ripugnanti, ad esempio il sangue di un pollo da strozzare, nel finale della metafora diventano miele, fiori, offerte. Jodo può chiederti di bruciare una foto e bere la cenere col vino. Questo tributo alla materia e alla corporeità in Moreno non c’è.
Moreno è anche un sociologo e ha dedicato una parte importante del suo lavoro all'applicazione amplificata su grande scala dello psicodramma: il sociodramma.

Quali sono le differenze tra sociodramma e psicodramma?

Il socioplay è dedicato non a individui ma a gruppi reali, cioè a persone accomunate da una condizione, un destino, una scelta. La dimensione analitica arretra sullo sfondo fino a sparire. In primo piano emergono le implicazioni socio-culturali della psiche. Nel socioplay il conduttore non approfondisce mai il discorso del singolo. Fa passare il tema comune da un membro all’altro. Lavora in direzione orizzontale, non verticale.

Questo significa che il sociodramma è privo di un’efficacia terapeutica vera e propria?

Anche il socioplay è terapeutico. È una terapia del gruppo tramite il gruppo, non del singolo in gruppo. Una terapia della parte del singolo che ha problemi collettivi. Per esempio, in un gruppo di insegnanti in un socioplay dedicato all’adolescenza. In certi casi non si tratta di problemi da sviscerare, ma di temi da esplorare. Più con la mente che col cuore.

Una distinzione importante.

Quando Ezio Donato, che dirige la scuola di teatro dello stabile di Catania, organizza il socioplay La Maleducazione Mafiosa a Piazza Armerina, attiva, anzi scatena, un assunto di base diverso da quello di Pelle d’asino di Perrault alla facoltà di lettere. Siamo sempre in un teatro a porte aperte. Ma nel sociodramma sulla mafia devo tenere a bada catarsi, denunce, appelli che riguardano quasi tutti. Con Pelle d’asino devo attivare un gioco intellettuale per pochi, con meno trasporto, meno passione.

Direi che da sempre esistono anche formule di socioplay informale: selvaggio autogestito.

Il carnevale di Venezia e la festa di Santa Rosalia sono molto più sociodrammatici dell’arena di Verona e dello stadio Olimpico dove i protagonisti sono i cantanti e i calciatori. Parliamo di socioplay in senso lato quando le persone non fanno da spettatori ma intervengono attivamente su un tema gruppale. Anche senza terapeuta. Sono forme gruppali di auto-aiuto.

Anche loro hanno un effetto più o meno terapeutico? 

Una parata del Gay Pride con tutte le sue sbracature, che cos’è se non un sociodramma? Immagina di portarci un gay depresso e sovrappeso, figlio di un militare, che vive in provincia e fa l’impiegato. Non sarebbe molto più terapeutico che spedirlo in una clinica come facevano certi psichiatri fino agli anni Cinquanta? Majorana non sarebbe scomparso se Musatti avesse fatto il socioplay dei ragazzi di via Panisperna. Ti dico una storia. Avevo un paziente che durante la guerra del golfo era così angosciato che non mangiava più. Analizzammo l’analizzabile: pulsione di morte, sensi di colpa, Klein e dintorni. Invano. Fece la classica catarsi in psicodramma tirando una sedia addosso a Bush ma non servì a molto. Un giorno pensai che tutte le bandiere della pace esposte nel mondo cosituivano un gigantesco socioplay. Perché non contribuiva anche lui? Il paziente cominciò a mettere bandiere della pace. Sempre di più, sempre più grandi. Riuscì a metterne una a San Pietro davanti alla Pietà di Michelangelo e l’angoscia sparì. Perché? Perché era stato attivo in modo intelligente. Ecco la terapia. Cose del genere possono sembrare ridicole a quella percentuale di psicologi che sanno tutto dell'alessitimia sul piano accademico ma che sono meno preparati per quel che riguarda l'intervento terapeutico vero e proprio che, a mio parere, non può essere solo intellettuale e verbale. Le ricerche psicofisiologiche di Vezio Ruggieri centrate sul ruolo del corpo e il suo legame con le sub-identità, possono essere uno dei supporti teorici delle tecniche di Jodorowsky. 

I primi interventi di animazione e sociometria del giovane Moreno, da cui prese forma il socioplay, erano dedicati a minoranze deboli come i bambini che giocavano al Prater o i profughi italiani confinati al campo di Mittendorf.

Tra questi primi interventi, il più radicale fu quello sulle prostitute del quartiere a luci rosse di Vienna. Moreno entrò in contatto con la loro solitudine, la loro vergogna, la loro paura: le ragazze a quei tempi non avevano nemmeno diritto di indossare vestiti con bottoni colorati  che avrebbero attirato i clienti. Tra i grandi socioplays di Moreno, che sarebbe stato bello filmare, c’è quello dedicato al nazismo tenuto di fronte a psichiatri ebrei che avevano perso dei  familiari nei campi di concentramento. Lewis Yablonsky, che nel sociodramma aveva fatto il personaggio di Heichmann, mi raccontò che a pranzo nessuno voleva più sedersi accanto lui.

Un effetto di fascinazione teatrale! Ancelin Schützenberger scrive che Moreno assomigliava più a un tribuno in cerca di un suo pubblico che a un uomo d’ufficio: “era piuttosto un personaggio da congressi”. 

Non nel senso andreottiano del termine, si capisce. Qualcosa tra Totò, Dulcamara, Churchill. 

L'applicazione del sociodramma da parte di Moreno era finalizzata a sciogliere i grandi conflitti sociali, come l'integrazione della comunità nera nel quartiere di Harlem. La società italiana di oggi è molto diversa dall'America di Moreno. Quali sono gli ambiti attuali in cui poter intervenire oggi, in Italia, con le tecniche attive?

L’Italia è diventata una società multi-culturale e presto Roma assomiglierà a Londra: una metropoli dove nei supermercati troveremo pizza, sushi, tortillas, felafel. In questo scenario in progress l’intento originario di Moreno sembra di attualità. La nostra società può aprire nuovi spazi per l’incontro tra noi italiani e soggetti appartenenti a minoranze che oggi si incontrano all’aperto: qualcosa tra il caffè, la chiesa, la palestra. Teatri di socioplay. Magari con interfaccia massmediatici.

Come in concreto?

Collaborando con organizzatori, traduttori e sociologi. Con assistenti sociali, antropologi e sacerdoti in grado di favorire il dialogo inter-religioso. Per realizzare cosa? Concerti di problemi dove non solo gli extracomunitari ma anche gruppi neo-comunitari possano orientarsi e fare denunce. Potrebbero portare domande pratiche, su questioni concrete ma anche la loro angoscia di isolamento, invidia, rabbia e sentimenti senza parole. Per capire chi sono loro. E far capire a loro chi siamo noi.

Quindi questo tipo di innovazione sociodrammatica gioverebbe anche a noi ospiti?

Potrebbe esplicitare la presenza delle minoranze islamiche che attualmente copriamo con un gigantesco meccanismo di negazione. Il che fa di noi tutti degli incoscienti ignoranti destinati a brutte sorprese. La politica culturale del socioplay è una porta a doppia spia.

Quali sono le difficoltà specifiche sull’organizzazione di un socioplay? Mi riferisco agli aspetti legati alla "produzione" e alle inevitabili triangolazioni tra il conduttore, i committenti e gli utenti.

La produzione di un socioplay è una realtà clinica di importanza cruciale di cui non si parla mai. Mai. Pensa a quando gestisci un gruppo all’interno di un’istituzione che media l’accesso dei tuoi pazienti al setting. Senza l’analisi - e la gestione - di quello che passa tra il terapeuta e i padroni di casa, si mette a rischio il lavoro col gruppo. Se il socioplay è fiacco, falso, brutto dipende da un’interferenza produttiva: gli errori degli organizzatori si ripercuotono sui vari transfert.

Quali transfert?

Tutti, nessuno escluso. E sono almeno di dieci tipi diversi. Vuoi un esempio? Uno psichiatra che dirige una struttura sanitaria ti chiama a fare “un po’ di psicodramma” in un corso di perfezionamento per gli infermieri con cui lavora. Cosa succede? Punto primo: in realtà si tratta di socioplay e non di psicoplay perché il gruppo è reale e si tiene sul luogo di lavoro. Secondo: gli infermieri non hanno scelta: non ti hanno cercato loro; tu sei stato imposto dalla struttura per aggiornarli e ora loro si sentono obbligati a essere contenti e spontanei. Terzo: lo psichiatra/produttore ti mette in un doppio legame: esige di essere presente nel gruppo ma spinge perché qualcuno esca allo scoperto mentre lui non ha il coraggio di esporsi.

In questi casi il gruppo vive il terapeuta come un complice del produttore.

Il che non è un fantasma ma realtà. Così ti arriva addosso l’aggressione passiva degli infermieri cioè la rabbia non possono esprimere verso lo psichiatra/produttore. Quinto: tu potresti esplicitare questa dinamica ma forse nessuno del gruppo sente il bisogno di farlo. Magari sono anni che tirano avanti con un certo stile e non vogliono cambiarlo. In questo caso, alla base dello stallo terapeutico c’è un problema produttivo.

Eppure dei problemi sistemico-relazionali posti dalla produzione, Moreno nei suoi libri parla poco o niente. Come lo spieghi?
 
Forse perché i suoi tempi e luoghi erano meno complicati dei nostri. C’era in giro meno narcisismo, meno competizione e meno burocrati. Forse perché il prestigio e l’inarrestabilità di Moreno suscitavamo rispetto e lo mettevano al riparo da qualunque tentativo di manipolazione. 

O forse perché sarebbe stato Moreno a giocare con i manipolatori?

È  molto probabile. Mi ha detto Zerka  che, in qualunque istituzione intervenisse (dalle prigioni di Londra all’Olivetti) Moreno non lasciava mai le cose come le aveva trovate. Metteva tutto sottosopra e poi se ne andava. Era un ragazzo terribile e un vecchio adorabile.

Tu hai diretto una cinquantina di socioplay, organizzati da università o teatri stabili. Hai sempre trovato problemi organizzativi? E come li hai affrontati?

Li ho trovati tre volte su dieci. All’inizio non mi spiegavo la differenza tra i gruppi fatti nel mio studio, che filavano lisci come l’olio e quelli fatti fuori. Poi ho capito che era inevitabile. Come affronto il problema? Porto il progetto di lavoro in supervisione nel momento stesso in cui nasce. Anche con mesi di anticipo sul socioplay vero e proprio.

Che genere di supervisione?

Come modello teorico per capire le dinamiche produttive di un sociodramma è utile la gruppoanalisi foulkesiana o la terapia sistemico-relazionale rivolta ai contesti istituzionali: chi dei committenti vuole davvero fare il socioplay e a che scopo e chi invece no? Un altro “mezzo abile” è la consulenza di un legale. Tra l’altro evita che sorgano equivoci sulla destinazione delle eventuali riprese video. Un nuovo problema da non sottovalutare.

In qualche caso è successo?

Per esempio durante L’oro e il Piombo del Perdono. Si tratta di un socioplay dedicato al Parents Circle di Tel Aviv, un gruppo di israeliani e palestinesi che hanno perso figli, mariti, fratelli ma si incontrano al di là della guerra. Questo evento, a due anni di distanza, è ancora vivo in tutti e spero che un giorno lo riprenderò. Sentivamo tutti una forte tensione emotiva e spirituale. Gli psicologi collaboravano con gli organizzatori e con degli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica come ego ausiliari. Quando il gruppo del Parents Circle entrava nel giardino della villa affacciata su San  Pietro, noi ci mettevamo in ginocchio per offrirgli la lavanda dei piedi. Essere lì per noi non era un lavoro ma un onore.

E dove sorse il problema relativo alle riprese?

Il sociodramma era sotto l’egida del Ministero Affari Esteri. L’organizzazione era della signora X, capo di un centro culturale di Roma. X era capace di brillare e confesso che me ne ero un po’ innamorato, anche per ragioni transferali: il suo centro sorgeva in una villa con una grande anima. Quando tutto era pronto, X decise di aggiungere due eventi laterali per me incomprensibili. Il primo era una grande cena per la pace, cucinata da due chef: uno israeliano grasso e uno palestinese magro. Il secondo era una ripresa video di un certo livello.

Perché incomprensibili? Non volevi riprese video dell’evento?

Tutt’altro. Noi avevano già un regista volontario per il video della terapia, il film maker Andrea Paciotto. L’aveva chiamato Moreno Cerquetelli, critico teatrale del TG3, che aveva proposto il socioplay. Il problema era questa seconda troupe, di ottimi e innocenti professionisti, gestita da un Maggiordomo Misterioso (Ma-Mi) saltato fuori dal nulla che iniziò a filmare tutto e tutti. A che scopo? Dopo l’evento scoprimmo che MaMi con le sue riprese stava montando un film eno-gastronomico sulla grande cena, La pace in diciotto portate (sic), narrato dalla voce di un celebre attore. Nel film, tra rinfreschi e cin cin, ogni tanto spuntavano fuori anche le immagini del socioplay. Quando dissi di tirarle fuori dal montaggio, MaMi rispose di non interferire: aveva già in mano un promo del film eno-gastronomico e stava cercando finanziamenti per aprire una scuola di Alta Cucina, in Terra Santa. Come analista sapevo bene cosa pensare. Ma il problema era: che fare? Come difendere la dignità del sociodramma e del Parents Circle?

E questi problemi di produzione interferirono anche con la terapia?

La prima parte del socioplay andò bene. La seconda risentì della tensione che cresceva intorno al socioplay mentre cameramen e fotografi, cantanti e giornalisti, parenti e ragazzini entravano e uscivano da tutte le parti, nonostante gli accordi presi. Non era un setting e nemmeno un set. Sbagliai degli interventi. Persi la concentrazione. E decisi che in quelle condizioni era impossibile realizzare le parti basate sul libro di Simon Wiesenthal Il Girasole. In questo caso la conduzione del socioplay risentì di un conflitto con gli organizzatori.

Quindi ci troviamo di fronte a un problema clinico di nuovo tipo. Ma perché si verificano situazioni del genere?

Quando dirige un socioplay lo psicologo esce dalla tranquillità ermetica del suo studio e lavora fuori, nel mondo. Il mondo reale è quello che è, con le sue logiche di potere e un inconscio più economico che libidico. Inoltre c’è un grosso problema di codici e linguaggi che penalizza noi terapeuti.

La psicoterapia ha sempre vissuto di parole senza azioni (a parte Moreno) e non ha ancora una tradizione che la colleghi alla materia (a parte Jung).

Pensiamo al dentista, al chirurgo. Hanno i loro spazi, i loro attrezzi, i loro assistenti. Anche il sacerdote ce l’ha. Un conduttore di un sociodramma invece con cosa opera? E dove? Dipende tutto dalle situazioni. Quindi, se come terapeuta vuoi realizzare dei socioplays dovrai darti strumenti concreti, garanzie legali e riferimenti. L’etica della psicoterapia e i suoi modelli teorici non ti basteranno.

Il discorso sugli spazi ci porta a un tema che ti sta a cuore da anni: la realizzazione di un teatro stabile per lo psicoplay, il socioplay e affini.
 
Lo psicoterapeuta non deve essere un architrave che regge tutti i pesi ma un architetto che fa entrare la luce. Renzo Piano dice che la luce è spazio. Philippe Starck, che ha disegnato la libreria Taschen di Parigi, dice che dovremmo sostituire il concetto culturale di bellezza con quello di bontà, che è un concetto umanistico.

Di solito sono gli architetti a chiamare la sociologia e la psicologia in aiuto delle loro tesi. In questo caso sarebbe il contrario: la psicoterapia ha bisogno dell’architettura?

Oggi l’architettura dialoga con tutte le arti. E tra queste c’è anche la psicoterapia: l’arte della ricerca della pace mentale e della pace tra gli uomini. Un teatro stabile di psicoplay sarebbe dedicato all’incontro e alla ricerca della verità.

A proposito di Ciascuno a suo modo, realizzato con Zerka Moreno al Carignano di Torino, hai ipotizzato che un testo può scappare di mano e incarnarsi in modo autonomo e inconscio nella dinamica globale dell’evento.

Giuliano Scabia mi disse una volta di fare attenzione perché certi testi sono vivi come animali.Si muovono per conto loro. 

Il sociodramma su L’Oro e il Piombo del Perdono scatenò un conflitto di impressionante virulenza! In quel caso, il testo era forse la Bibbia?

Infatti. L’archetipo era la lotta per il controllo degli spazi. Chi aveva il diritto di primogenitura: il video scientifico sul sociodramma o il film eno-gastronomico acchiappa-sponsor? Una guerra per la terra promessa. Gli spazi stessi della villa rappresentavano il conflitto tra israeliani e palestinesi.

Agli antipodi dell’astinenza analitica!

Notti insonni, avvocati internazionali, telefonate ai consolati, appelli alla Farnesina, viaggi in Israele. Era una dinamica borderline nonostante l’esempio nobilissimo del Parents Circle che perdonavano chi gli aveva ammazzato i figli. E noi psicologi? Come potevamo infuriarci per qualche ripresa scippata? Non perdonare da parte nostra, sembrava ridicolo, anzi osceno.
 
D’altra parte bisognava difendere il Parents Circle.
 
Infatti. Eravamo finiti in un doppio legame: era sbagliato lottare, era sbagliato cedere. Che fare? Nel culmine di questa crisi saltò fuori che MaMi aveva dei precedenti penali e questo chiuse finalmente la partita. Fermai il film e pure le ostilità. Lasciammo andare senza lasciar perdere.  

Che differenza fa?

Lasciar perdere per l’inconscio non significa perdonare ma cedere, ribollendo di rabbia compressa. È un’espressione orribile ed equivoca in tutti i sensi. Meglio lasciar andare, l’equivalente della paramita buddista di Nekkamma: lasciar correre, scorrere via, semplificare.

Torniamo ai testi vivi. Uno dei progetti in corso di Plays è il socioplay del Christmas Carol di Dickens, uno dei testi più animati della letteratura di tutti i tempi. Sia perché ha ispirato innumerevoli film, sia nel senso del fare Anima di Hillman.

Canto di Natale è un socioplay in vari anni, prima tre, poi quattro (e via giocando... ) che nasce nel 2006 grazie  a Don Matteo Zuppi parroco  della Basilica di Santa Maria in Trastevere di Roma, il prof. Malcolm Andrews della Kent University (massimo dickensiano vivente), la John Cabot University e il Teatro dell’Opera di Roma. La nostra versione è la prima in chiave moreniana dove il pubblico puo' anzi deve intervenire in modo attivo. Con le musiche di Fabio Bonvicini e i video di Silvia Giulietti, le marionette di Giuseppina Volpicelli,  con Renata Biserni, Marco Santoro, Caterina Varzi e te (!) sia come psicodrammatisti che come attori. Mancava solo Lorella Versari che sarebbe stata perfetta per qusto genere di evento.  Gli spettatori devono entrare in contatto con il loro Scrooge interno, cioè con i tratti schizoidi e alessitimici della personalità. Di questo parlava in modo magistrale nella sua presentazione Vincenzo Caretti che all’università di Palermo da anni studia lteoria e clinica dell’alessitimia. Peccato che, proprio per dei disaccordi relativi alla differenza, non di opinioni ma di tecniche operative, la collaborazione con Vincenzo Caretti si sia, per cosi' dire, bloccata. Attualmente il suo video sul tema di alessitimia e' in stand by su questo sito ma a me piacerebbe riprendere il discorso in forma di socioplay, davanti e dentro un gruppo piccolo, medio o grande. In qualunque sede sarei disposto a mettere in scena l'intera storia.  Anche in teatro, anche in un Aula Magna, anche in televisione. Se lo volesse anche lui, naturalmente. Considero Vincenzo un grande teorico dell'alessitimia.  Io  studio tutto quello che c'e' da studiare ma lavoro sul tema sul fronte terapeutico. Mi interessa come superarla usando il gioco nei gruppi. E con questo torniamo al Canto di Natale.

Perché un evento in diversi  anni?

Questo Canto di Natale sperimenta nuove tecniche di interazione da mettere a punto un po’ alla volta, vedendo come funzionano e che reazioni suscitano. Occorre tempo. E in tre anni anche perché il racconto di Dickens è scandito dalla visita di tre fantasmi. Nel socioplay i fantasmi appaiono in video. Il gruppo interagisce con loro in uno psico-karaoke che abbiamo prolungato anche nel web sul sito Plays, col brano di Marley, lo spettro del socio di Scrooge. Perché? Perché web vuol dire rete e Moreno è stato il primo a parlare di terapia di rete. E lo stesso intento di Da Storia Nasce Storia: allargare il discorso del gruppo con nuove tecnologie.

Canto di Natale è un racconto di redenzione. La visita dei fantasmi che porta alla trasformazione di Scrooge sembra quasi psicoterapia.

Lo è a tutti gli effetti. Dickens sembra alludere profeticamente a Freud (Christmas Past), alla terapia di gruppo (Christmas Present) e a Jung (Christmas Future). 

E avviene in tre notti che poi si rivelano una sola notte: un errore della struttura narrativa o un enigma voluto da Dickens?

Un enigma voluto. Loewald dice che quando lo consideriamo come psicoanalisti, il concetto di tempo, oggettivamente osservato e soggettivamente esperito, perde molta della sua rilevanza. È un’attività di collegamento, una funzione anello per intessere un nesso tra ciò che chiamiamo passato, presente e futuro. Il primo socioplay (2006) vedeva Scrooge chef, come uno schizoide marcio, proprietario di una catena di ristoranti di lusso. Era ambientato nel Teatro della Città del Gusto dove Raisat l’ha ripreso e trasmesso per quattro volte a Natale. La seconda edizione (2007) si basa su una versione a cura di Malcolm Adrews del reading che Dickens stesso fece dal 1853 al 1870 come attore, in Inghilterra e America.

Andrews ha appena pubblicato Charles Dickens and His Performing Selves, un libro sulla dinamica psicologica che portò Dickens a trasformarsi in attore e leggere i suoi romanzi in pubblico.

Anche la gente leggeva Dickens in gruppo: i romanzi apparivano a puntate sui giornali e il pubblico li aspettava come oggi i serial televisivi. I poveri mettevano insieme i pennies per comprare una copia e si riunivano in qualche retrobottega. Chi sapeva leggere, leggeva per tutti.

Quindi tutto era spontaneo!

Dai readings del pubblico fino a quelli di Dickens che invitava il pubblico a reagire liberamente e a esprimere le sue emozioni. Canto di Natale si rinnovava ogni sera. Più che una messa in scena era una messa in atto di gruppo. Socioplay di un’opera d’arte.

Questo ci riporta a Jodorowsky e alla formula ispiratrice dei suoi film. Che rapporto c'è tra il suo lavoro e quello di Ferenczi?

Entrambi fanno terapia attiva. Jodorowsky è molto più asciutto e diretto di Ferenczi che ha un Super Io enorme e deve fare i conti con l’apparato concettuale di Freud. Quando scrive, Jodo usa il linguaggio olistico dell’emisfero destro. Dice in tre righe quello che Ferenczi dice in tre pagine. 

O in tre capitoli. Quindi dicono entrambi le stesse cose, anche se certi autori servono più a capire e altri più a fare?

Sì. Ad esempio Jodo scrive con molta semplicità che la famiglia non smette mai di fare predizioni negative che ci riguardano. Tipo: “Non hai orecchio, non sarai mai capace di cantare” e che l’inconscio purtroppo tende a realizzare le predizioni. Tu conosci Peter Fonagy e Mary Target gli analisti cognitivisti dell’Anna Freud Centre di Londra?

So che approfondiscono le teorie dell’attaccamento e l’infant research. Fonagy introduce il concetto di funzione riflessiva.

Fonagy e Target in Attaccamento e funzione riflessiva propongono un nuovo modello dialettico della relazione madre bambino. In un capitolo sugli stati borderline, con schemi e modelli molto efficaci, sostengono che il vero problema del bambino non è l’interiorizzazione del care giver come oggetto contenente, ma è quello del Sé pensante compreso nell’oggetto contenente. Insomma se tua madre non ti vede come un soggetto autonomo pensante, rischi una dispersione dell’identità. Meglio nascere figlio di un ciabattino che guarda con orgoglio i tuoi meriti, che di un professore che, se non sei Mozart, non ti vede proprio. Ebbene, Jodorowsky e Fonagy e Target dicono la stessa cosa. 

Però la affrontano in modo diverso. Questo avviene per ragioni storiche?

Storiche, caratteriali, professionali. È come nel dialogo inter-religioso: le differenze non sono insuperabili e una maggiore amicizia giova a tutti. Abbiamo tutti qualcosa da imparare. Fatto sta che lo psicoplay può tradurre l’analisi in azione anziché ridurre l’azione in analisi.

Un esempio clinico tratto dalla terapia?

Una vignetta clinico-musicale. Un medico felicemente sposato e con figli, entra in analisi dopo un episodio traumatico: per liberarsi di una avventuriera con cui ha avuto un breve flirt, l’ha dovuto pagare. Ora dice di essere “uno stronzo”, l’uomo peggiore del mondo. Prende antidepressivi e fatica a lavorare. Va a correre tutti i giorni per tirarsi su e ascolta in cuffia Il lago dei cigni, Coppelia, Giselle e altre melodie strazianti che lo fanno piangere di autocommiserazione.

Un repertorio musicale di Anima, direbbe Jung!

Finalmente porta in analisi un sogno bello: è tornato ragazzo e scende giù dai Parioli verso il Tevere surfando su un torrente di acqua fangosa. Sta sopra una semplice tavoletta di legno coi cuscinetti a sfere, con cui giocava da piccolo. Nel sogno sente una musica tipo samba e mambo. Il ritmo lo trascina e gli dà un senso di leggerezza. Il torrente d’acqua è sporco ma non gliene importa niente: è solo un po’ di fango. Dice: “Mi sentivo bene, anima e corpo”. Però nel corso della giornata, il paziente perde questo stato d’animo e un po’ alla volta torna depresso nel suo lago di cigni. Viene in analisi e me lo dice, con l’aria di un cane bastonato.

Si direbbe un sogno compensatorio.

Precisamente: un invito dell’inconscio a non fare una tragedia per un po’ di fango. E la chiave era il cambiamento di musica. Non era più la musica piagnona del balletto romantico, ma una musica sexy, allegra e vitale. Ma cosa devo fare io in terapia di questo sogno? Questo è il punto! Dovevo spiegare al medico triste che era compensatorio? Figurati! Oppure che un care giver interiorizzato disprezzava il gioco della tavoletta o lo invidiava? A che gli serviva in concreto un mio commento, un’interpretazione intellettuale?

E allora che hai fatto?

Dopo la seduta, ho lasciato a casa l’analista che c’è in me e sono uscito. Ho cercato sulle bancarelle un disco di macarene, lambade, mambi. I titoli cafonissimi parlavano chiaro: La Bomba, Candela, La Banana! E ho trovato una canzone assurda intitolata La Paranza. Mai sentita?

Ma certo: è una famosa canzone di Daniele Silvestri:  “La paranza è una danza, che ebbe origine sull'isola di Ponza…”. La conoscono tutti.

Un ritmo irresistibile! La provai anche io come musica per correre. Ottima! Il testo sembrava scritto apposta per il paziente. Cito a memoria, tanto non è mica la Divina Commedia: “Mi sono innamorato di una stronza / Ci vuole una pazienza! / Io però ne son rimasto senza / Un fritto di paranza / dal calvario alla partenza / Fino al grido di esultanza. Dissi al medico di fare jogging con la canzone a tutto volume, fino a impararla a memoria. Che avrebbe aggiunto Jodo? Qualcosa sul torrente di fango! Sul lasciar andare! Se, come terapeuti, vogliamo davvero pulire dobbiamo imparare a maneggiare lo sporco. Il nostro uomo aveva problemi di prostata e lo invitai a fare una pipì per corsa, all’aperto, dietro gli alberi del parco.

Come i bambini!

Bravo. Infatti era un’interpretazione agita. Poteva portare in tasca un foglio con la diagnosi di prostatite nel caso una guardia l’avesse colto in fallo.

In fallo? Ti è scappato un lacanismo!

Andò tutto liscio. Il medico paranzò a lungo vivendo il sogno nella realtà. Riparanzò anche con la moglie. La depressione evaporò e vissero tutti felici e contenti.

Tutti chi? 

Fonagy, Jodo e lo psicoplay.

Sky Bet by bettingy.com