Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento del sito stesso.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

PSICODRAMMA PRINCIPI E TECNICHE di Lewis Yablonsky

Prefazione di Ottavio Rosati

“Psicodramma, principi e tecniche” dello psico-sociologo americano Lewis Yablonsky, allievo di Moreno, è il primo manuale pubblicato in Italia sullo sviluppo dello psicodramma classico negli Stati Uniti, dale. Dalle prime sessioni sperimentali del 1929 alla Carnegie Hall fino alla protesta del vicepresidente Spiro Agnew contro l’influenza radicale ed eversiva delle tecniche psicodrammatiche sulla scuola e sulla gioventù americana. In Europa lo psicodramma entra negli anni Ottanta nelle sue versioni psicoanalitiche elaborate in Francia, a partire dal 1942 da Lebovici, Kestemberg, Diatkine, Anzieu, Gennie e Paul Lemoine, Daniel  Widlöcher , Michel Soulé o nella formula dello psicodramma triadico di Anne Ancelin Schützenberger che combina lo psicodramma alla sociometria e all’analisi di gruppo. La conoscenza di prima mano delle teorie originali di Moreno sul teatro della spontaneità e il sociodramma inizia relativamente tardi, con I numeri della rivista “Atti dello psicodramma” (Ubaldini) dedicati ai rapporti tra Moreno e Pirandello. Ed è probabile che le pagine sugli psicodrammi in cui Moreno coinvolgeva i congressisti dell’Associazione Psichiatrica Americana in un processo immaginario ad Adolf Eichmann o nella ricostruzione dell’assassinio di Kennedy, sorprendano non poco gli psicologi italiani abituati a ritenere lo psicodramma uno strumento diagnostico e terapeutico creato per analizzare le singolarità dell’inconscio e non per spronare i cuori e rivoluzionare realtà personali e collettive. La prospettiva di Yablonsky è talmente vicina a quella di Moreno da confondere il testo con le parafrasi. Come succede alle due paia di occhi del citatissimo “Invito ad un incontro” del 1914 sulla rivista letteraria  Daimon, che emblematicamente si trasferiscono dalle orbite del protagonista a quelle dell'antagonista fino ad ottenere il miracolo di una reciproca comprensione:

 

Un incontro a due:

occhi negli occhi, volto nel volto.

E quando tu sarai vicino io coglierò i tuoi occhi

e li metterò al posto dei miei.

E tu coglierai i miei occhi e li metterai al posto dei tuoi.

Allora io ti guarderò coi tuoi occhi e tui mi guarderai coi miei. 

Nello psicodramma classico questa doppia e sincrona inversione dei punti di vista, pericolosamente sospesa tra empatia e identificazione proiettiva (ma questo è un altro discorso…) è affidata a un consapevole scambio psicodrammatico dei ruoli. Uno scambio che dovrebbe mobilitare posizioni interpersonali da tempo congelate nell'incomprensione e nel silenzio. Ed è qui che si può cogliere una delle principali differenze tra lo psicodramma moreniano e quello analitico. Il primo esige che tutto il gruppo, compreso il conduttore, si faccia emotivamente coinvolgere dalla storia del protagonista psicodrammatico. L’obiettivo è la catarsi emotiva, la creazione di nuove situazioni e sensazioni, la condivisione, l’incontro, lo sviluppo di una nuova matrice esistenziale ed emotiva nel gruppo, attraverso il télé, corrente incrociata di simpatia e comprensione. Lo psicodramma psicoanalitico invece colloca il conduttore ai confini del gruppo, né dentro né fuori, producendo un tipo di sguardo che non fissi ma attraversi l'identità immaginaria del partecipante: immaginaria perché affidata allo sguardo dell'altro. Lo scopo è di favorire la pratica dell'inter-soggettività, non la comunione emotiva. Se vuole evitare la identificazione allo specchio, il discorso del gruppo non deve vertere su referenti comuni, per nobili che essi siano o sembrino. Per i miei primi maestri di psicodramma, gli analisti lacaniani Paul e Gennie Lemoine: “Allorché, per la forza dei fatti, la realtà fa intrusione nel gruppo, come nel maggio del '68 quando tutti parlavano della stessa cosa (e vi era dunque referente comune), il lavoro dello psicodramma diviene, per questa ragione, impossibile”. In effetti l'esclusione della realtà dallo psicodramma, lungi dall'impedirlo, può favorire il lavoro politico fuori dallo psicodramma. In un'intervista alla New Review del 1977 Jean Genet ha detto qualcosa di prezioso sulla precarietà dell'onnipotenza teatrale quando la posta in gioco è la storia:

E' stato usato il termine 'mimo-dramma' per designare il maggio '68. Mi sembra una parola azzeccata. Un gruppo di studenti occupò il teatro Odeon. Mentre era occupato ci andai due volte e la prima volta avvertii una sorta di violenza, nei canti, nelle invocazioni. Guarda, ecco il palcoscenico, i rivoluzionari, gli studenti sono sul palcoscenico. Hanno ricostruito l'interno di un tribunale... Quando andai all'Odeon la seconda volta tutta questa violenza era svanita. Le parole suonavano come frasi fatte, come dei clichés e rimbalzavano dalla scena al pubblico e dal pubblico alla scena, perdendo via via sempre più la loro forza … Nessun pericolo. Nel maggio '68 gli studenti occuparono un teatro ossia un posto dal quale è bandita ogni forma di potere. Se avessero occupato invece il Palazzo di Giustizia sarebbero stati costretti a pronunciare sentenze, a mandare la gente in prigione, avrebbero potuto dare inizio a una rivoluzione, ma non fu così …

Analogamente l'approccio, descritto da Yablonsky, dello psicodramma e del sociodramma moreniano alle problematiche dei gruppi statunitensi si basa sulla ricerca, e non sull'esclusione, dei referenti comuni di natura morale e ideologica. Durante i fermenti degli anni Sessanta le sedute riuscivano meglio del solito. Avendo realizzato in Italia la serie di Da Storia Nasce Storia per Raitre, mi conforta che per anche per Yablonsky un mezzo di comunicazione di massa come la televisione rappresenti l'ideale per favorire l'insight del grosso pubblico tramite l'identificazione nei protagonisti delle sedute mandate in onda. Lo psicodramma elabora l'isolamento morale dei partecipanti sotto la guida del conduttore. L'ethos è umanistico, non analitico: negli incontri i partecipanti descritti da Yablonsky si sentono “presi da forze emotive che li spogliano della loro entità isolata” mentre nei colleges si affrontano i problemi del Vietnam, degli studenti omosessuali, delle droghe psichedeliche. Il diario di una studentessa della maggioranza silenziosa rivela che, terrorizzata dalla rivolta degli studenti nei campus contro le Guardie Nazionali, si era rifugiata nel gruppo di psicodramma previsto quel giorno dal corso di sociologia.  Più tardi, interpretando il ruolo del leader Jerry Rubin, la donna si rivolge all'io ausiliario, che la raffigura, chiamandola “donnaccia, borghese ed egoista”, finché alla fine della seduta si è trasformata in un'attivista radicale alle prese col problema della droga e dell'aborto, della solitudine e dell'isolamento delle consapevolezze. 
La pubblicazione del libro di Yablonsky non rappresenta un ritorno a  Moreno, almeno per il lettore italiano: un ritorno infatti presupporrebbe un trasferimento che non c’è mai stato: lo studio del pensiero di Moreno è appena iniziato. Forse la mancanza di questo confronto critico in Europa è stata causata dal timore per un certo stile roboante di Moreno la cui irripetibile platealità competenze teatrali e letterarie per essere apprezzata. Le classiche griglie psicologiche e sociologiche di matrice universitaria o analitica non aiutano ad apprezzare il misticismo laico di Moreno. E nemmeno colgono la calorosa smania di sintesi e palingenesi di una psicosociologia che Moreno trasferì in embrione dalla Vienna di Francesco Giuseppe, Wittgenstein, Schönberg, Musil, Kokochka e Freud, per farla crescere in un paese come l’America che, grazie alla mediazione di Walt Whitman, sembrava capace di ragionare soprattutto in estensione. Per descrivere questa concezione dello psicodramma, Yablonsky fa ricorso ai romanzi di Faulkner, alle tragedie di Miller, alle interviste di Marlon Brando, ai film di Billy Wilder: materiali disparati ma linguisticamente omogenei. Viene in mente allora un'osservazione che, durante il suo viaggio in Italia, J. Luis Borges fece a Paolo Milano circa la difficoltà a tradurre una frase di Seneca: fuge multitudinem, fuge paucitatem, fuge unum. Frase che gli pareva emblematica della sua temporanea condizione e che bene esprime la diffidenza di marca psicoanalitica per ogni illusione gruppale, tanto più se implica un'aspettativa terapeutica. Sembra che la sola eccezione all'intraducibilità delle parole di Seneca, Borges la trovasse nel francese: fuis le grand concours, fuis le petit comité, fuis même le tête-à-tête. Qui finalmente si arrestò la sua peregrinazione tra i linguaggi. Annota Paolo Milano che Borges, cieco, quella sera l'aveva ricevuto dietro un paravento. In un grande locale dove cercava riparo dal grande pubblico che si era riunito per festeggiarlo.

 

 

                                                                                                                                    

 

 

Sky Bet by bettingy.com