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DIARIO DI UN BIBLIODRAMMA INSTABILE di Ottavio Rosati

Roma, 10 Febbraio 2016: GIACOBBE IN LOTTA

Stamattina vai con Emanuela all’ Università Gregoriana per pattuire un bibliodramma sul tema “La lotta di Giacobbe con Dio”. Attenzione: Non Giobbe ma Giacobbe, l’avventuroso patriarca padre del popolo di Israele noto per aver manipolato il fratello gemello dandogli una pietanza di lenticchie in cambio della primogenitura. Tu in passato hai già fatto due bibliodrammi ma erano sul Vangelo. Questo qui sembra più impegnativo ma ci sarebbero sei mesi per preparati e poi Emanuela su Giacobbe sa tutto: ha appena concluso una tesi gigantesca costata tre anni di lavoro. Con due o tre ore di studio al giorno ce la potresti fare. Agosto è lontano. Scoprire con lei i segreti di Giacobbe sarebbe una gioia.

La prima cosa che ti emoziona è che il nome Giacobbe è lo stesso di Jacob Levi Moreno, il padre dello psicodramma e del Teatro della Spontaneità. La seconda cosa è che saresti felice di far parte di un progetto che sembra di raro profilo spirituale e culturale in controtendenza alle serie televisive che, con tuo grande schifo e indignazione, moltiplicano Camorre e Gomorre di corruzione, ignoranza, morte. Sai già che questo bibliodramma farebbe parte di un “ritiro spirituale” per artisti e di un concorso per creare un’opera d’arte da esporre alla Kunststation St, Peter di Colonia: una chiesa-galleria d’arte contemporanea in continua trasformazione, che in Italia sarebbe inconcepibile. Tutte le opere elaborate al gruppo di Colonia, a dicembre, saranno presentate in una mostra ai Musei Vaticani.

Il progetto è ideato da una chic e nero-vestita professoressa tedesca che insegna storia dell’arte sacra. Tu in questo diario la chiamerai Dior, in omaggio a un assordante profumo pour femmes che lei promana in maniera più che generosa ma che potrebbe anche essere Givenchy, Versace, Acqua di Parma, Essenza di Pisa o magari Prada quello delle Scarpette Rosse di Ratzinger prima delle scarpe coi lacci di Papa Francesco. Non si sa. Non lo sai. Il nome vero del profumo non  oserai mai domandarglielo. Pensi a Dior per libera associazione ma ti potresti anche sbagliare. Certamente non è acqua di Colonia. Troppo forte.

Alla Gregoriana spieghi il modello teorico dello psicodramma e fai vedere a Dior il video del tuo socioplay Piombo e L’Oro del Perdono tra Israeliani e Palestinesi. Lei sembra colpita anzi entusiasta. Ti domanda quanto è il tuo onorario per fare cinque bibliodrammi nel corso di una settimana, uno al giorno tra una meditazione e una conferenza. Tu ovviamente proponi una somma ragionevole, la metà di quello che hai fatturato al Ministero degli Affari Esteri e un quarto di quanto hai guadagnato col Teatro Stabile di Catania con Pirandello. Dior accetta. Si rende conto che è poco ma sottolinea che saresti l’unico ad essere pagato. Lo dice tre volte. Tu rispondi: “Si capisce: io lavoro. Gli artisti concorrono a un premio. O no?” Lei replica che è ancora in cerca di uno sponsor per il budget e deve aspettare un po’ per stringere l’accordo. Tu senti che ti dirà di sì e che lo sponsor ce l’ha già.

La sera ci ripensi. La presenza di un terzo livello, quello artistico, rende questo bibliodramma mostruosamente affascinante.

Cosa vorranno vedere e cosa evitare questi artisti col bibliodramma? Non ti hanno mica chiamato loro personalmente: problema tipico di tutti i socioplay organizzati da un ente che chiama uno psicodrammatista a lavorare con un gruppo. Qualche artista potrebbe perfino fare la fantasia che tu voglia mettere a loro disposizione servizi clinici o psicodrammatici (nel senso della terapia) con cui dare una spazzolata al loro inconscio. Per carità! Non è così ma se ne rendono conto? Pensi di presentarti in una T-shirt con su scritto: bibliodrama is not psicoplay ma poi ti rassegni a una Lacoste blu notte che ti sta larga.
Giocare l’Antico Testamento. Come si fa? 
Se giochi perbene non scopriranno nulla di nuovo. Se giochi troppo non sarai al servizio del gruppo...

 

 

Roma, 1 Marzo 2016: GEMELLI

Sono passate tante settimane. Dior ha trovato il finanziamento. Tu una chiave di lettura. Dal punto di vista biblico Giacobbe in lotta con Dio è una figura di enorme importanza: un personaggio unico, più contraddittorio che monolitico, ipnotico e ipnotizzato...  capace di costellare nell'inconscio un eroismo epico che culminerà nella figura bellissima di suo figlio Giuseppe. Quello che legge i sogni meglio di Freud.

Però a un certo punto ti senti a disagio per quello che ti viene in mente dopo un po’ di tempo. Intrecciato a quello storico-religioso, intravedi un altro punto di vista moderno e significativo: quello della teoria sistemica e della  psicoterapia della famiglia. Ti colpiscono alcune cose che, nella sterminata letteratura su Giacobbe, nessuno studioso ha mai osservato. Nemmeno Emanuela che conosce bene il punto di vista psicoanalitico e vede in Giacobbe il prototipo di un processo di individuazione junghiano.

Vedi chiaramente che Isacco e la sua famiglia soffrono di un PTSD e che Giacobbe rappresenta un prototipo straordinario di figlio pilotato incestuosamente dalla madre, oltre che chiamato da Dio. Su cose del genere Woody Allen ha fatto le migliori gag dei suoi film ambientati a Manhattan. Giacobbe non sopporta di essere gemello in seconda di Esau, uomo peloso e dedito alla caccia, ma vorrebbe essere figlio unico. Rebecca, capitalizzando sull’invidia del figlio, lo aiuta a ingannare il padre Isacco lavorando ai fornelli e di trucco e parrucco, il che ne fa la patrona di tante signore manipolatrici domestiche di cui faremmo volentieri a meno. Così il povero Isacco, malato e allettato, si confonde e da a Giacobbe la benedizione che spetterebbe al figlio primogenito Esau. Questo scenario è ambiguo e leggermente hitchcockiano: i gemelli sono monozigoti? Dizigoti? Esau sembra il primo a entrare in scena ma Giacobbe lo teneva stretto per la caviglia a formare un monoblocco. Cosa vuol dire ciò?

Tu hai la sfortuna-fortuna di non essere un biblista, che troverebbe una spiegazione per tutto. Ciò che più ti lascia perplesso è: perché Isacco non annulla la benedizione della primogenitura, anzi la conferma, quando si accorge che Giacobbe lo ha imbrogliato? Eticamente parlando è molto arcaico. E’ come se la benedizione estorta con l’inganno equivalesse a una fecondazione biologica irreversibile. 

Così argomentando arrivi ad aprile. Man mano che la tua scrivania si riempie di libri, decidi di portare in Germania tutto il repertorio scenotecnico della scuola come hai già fatto con Il Piombo e l’Oro del Perdono. Per il gruppo la composizione spontanea di immagini sarà più eloquente e significativa delle parole.

Ti arriva una ricca proposta di lavoro estivo: una serie di  psicodrammi in yacht sul viaggio di Ulisse nel Mediterraneo come in una trasmissione che hai fatto con Alessandro Cecchi Paone. Non ci pensi nemmeno per un attimo. Vuoi andare a Colonia non a Knosso e ti fai fare un preventivo per l’imballaggio e la spedizione del materiale. Dior ti dice che per lei sarebbe fuori budget ma ti autorizza a cercarti uno sponsor ad hoc. Tu ci provi scomodando tanta gente (dall’Opera Romana Pellegrinaggi alla Lufthansa) al ma quando sentono che vuoi imballare e spedire venti scatole di pupazzetti in una chiesa di avanguardia figurativa per fare un bibliodramma sulla lotta di Giacobbe con Dio che andrà ai Vaticani, ti guardano molto strano. Mentre continui gli studi biblici, lo Sherlock Holmes che vive in te ti propone un minimo di detection sul ritiro spirituale per artisti legato al concorso. Quale sarà l’assunto di base del gruppo allargato? Però sii cauto e discreto: non sono fatti tuoi. Tu devi solo fare cinque bibliodrammi sulla lotta di Giacobbe con Dio.

 

 

Roma, 15 Marzo 2016: Patriarchi

Man mano che leggi la tesi di Emanuela capisci (e non capisci) sempre nuove cose. Rebecca, per evitare la vendetta di Esau, spedisce Giacobbe dal di lei fratello Labano. Ti accorgi che questo sub-plot si svolge secondo la struttura matrilineare che Malinowski, il fondatore dell’antropologia sociale britannica, scoprirà alle isole Trobriand in Nuova Guinea, dove la discendenza è ufficialmente matrilineare e chi fa da padre e subisce l’attacco edipico (con buona pace di Freud) è il fratello della madre. Del resto succede anche oggi nei paesi baschi e, sotto sotto, in tante famiglie insospettabili, specie al Sud. Uno di questi figli di zio pochi mesi fa ti ha pure denunciato all’Ordine degli psicologi per averlo insultato quando ha rotto a calci il menisco del padre mntre la madre diceva “State calmi.”

Torni alla Bibbia: lo zio Labano a sua volta sfrutterà e manipolerà Giacobbe che vuole in moglie la cugina Rachele di cui è innamorato. Si ripete qui l’archetipo mercuriale di trucco e parrucco sotto il segno del Trickster, il Briccone Divino: dopo la prima notte di nozze Giacobbe si accorge che in realtà al posto di Rachele, zio Labano ha messo l’altra figlia Lia, la bruttina stagionata. Labano aveva dei doveri di padre e di casting però accetta di dare in moglie al nipote anche Rachele, in cambio di altri sei anni di lavoro. Passiamo da un raggiro all’altro. Una dinamica simile oggi sa di famiglia invischiata ad alto tasso di manipolazione. C’è voluto qualche secolo per vederlo? Sei uno sporco profanatore o le cose stanno davvero così?

Tutto questo ti sembra vertiginosamente interessante. Quel che più ti sorprende è intravedere l’archetipo di Hermes- Mercurio alla base della fondazione del popolo di Israele che si è sempre posto come una realtà monolitica e indiscutibile.

Un’altra cosa che ti sfugge è perché, nel workshop di Colonia Giacobbe sia celebrato come il prototipo dell’artista. Artista?
Giacobbe genera ma non crea niente. Sembra più Berlusconi (attaccato alla progenie) che Picasso (padre degenere). Più ci pensi, meno i conti tornano.

Ne parli al tuo supervisore che è una vecchia volpe dei gruppi. Lui ti risponde: “Mi sembra ovvio ma non ti do nessuna interpretazione. Capirai da solo e dall’interno, facendo il lavoro. Attento a non farti male.”
Comunque parli a tutti del biblioplay con entusiasmo. Persino al parroco di S. Dorotea che fa su e giù con la testa, si congratula e ti ricorda di spegnere le candele dopo la Messa. Realizzi una prova generale alla scuola di formazione: un processo psicodrammatico tra Esaù e Giacobbe.  Inviti al gruppo anche Dior che quando le fai una doccia di lenticchie resta stupefatta. Il gioco prevede avvocati e arringhe: è un po’ come il processo a Giulio Cesare scritto da Corrado Augias con Urbano Barberi alla difesa e Paolo Bonacelli all’accusa. O il contrario?

Non ha alcuna importanza. Dopo le lenticchie Dior ti guarda in modo strano.


Roma 15 Aprile 2016: BODY ART

Più studi la sua storia, più sale il tuo coinvolgimento contro-transferale fino a risuonare nel corpo con una piccola storta al piede destro. Non puoi più correre nel parco e cominci a zoppicare come il patriarca.  Stinchi, caviglie, piedi… un po’ alla volta si feriscono tutti. Zoppichi come Giacobbe. Fare le scale diventa un problema e tu hai una casa con le scale su cui non passano Angeli ma corrono due cocker spaniol.
Il tuo analista si fa un’altra risata e ti ricorda che in cinquanta anni di lavoro è la prima volta che ti ritrovi davanti un setting di artisti e creativi, tutti di alto profilo, per metà giovani. Una parte di te vuole dirigere il gruppo, un’altra parte di te si illude di farne parte come se la tua leggera zoppia fosse un’opera di Body art di Marina Abramovic. Ammetti che potrebbe esserci qualcosa di vero ma poi scivoli con la Bibbia in mano mentre sali la scala di casa e ti fai male al menisco. Dai appuntamento alla tua Anima per un’immaginazione attiva. Quando lei arriva in ritardo le dici: “Ora basta. Non fare la stronza. Il padrone sono io.”

Cominci a preoccuparti per la convergenza di problemi interni ed esterni. Per mettere nero su bianco, realizzi il poster ufficiale dell’evento. E’ un’idea eccellente anche se Dior fa continue correzioni chiamando a Colonia sempre più esperti e allievi. Nessuno degli assistenti ti chiede quando vuoi arrivare a Colonia per farti il biglietto. Nessuno ti dice in che albergo alloggerai. Chi ti verrà a prendere all’aeroporto? Nessuno ti risponde. Dior è sempre più vaga e sparisce in vacanza col cellulare rotto. Ti da il numero del marito che però non risponde. Ti si alza la pressione. Ti ricoverano in ospedale. Tutto questo fa parte del lavoro e della sfida. Ora è chiaro. Giacobbe lotta con Dio. Tu con Dior.

Colonia, martedì 30 Agosto 2016: IL BIBLIODRAMMA

Arriva finalmente al seminario Emanuela portando con sé la sua competenza su Giacobbe confluita in una Super Tesi di dottorato in Teologia Biblica. Invano. Intuisci che lei nel workshop non avrà nessuno spazio-tempo per parlare, nonostante quello che le ha intimato Dior a ferragosto: “Se non vieni anche tu a Colonia, niente più bibliodramma”. Emanuela te lo riferì per telefono mentre eri finito in ospedale per lo stress e faceva un caldo soffocante. “Cose da pazzi,” ti eri detto mentre ti saliva la pressione, “qui mi chiamano Maestro e in Germania Miranda Priesley mi dà una badante biblica.”

Dopo sei mesi di preparazione hai deciso di non andartene sbattendo la porta. E ora ti ritrovi in un triangolo isoscele dove sei grato a Emanuela, che ha rinunciato alle sue vacanze, e infuriato con Dior che non ti ha mai detto una parola del gentile ricatto. Sia il cardiologo che il tuo supervisore pensano che, se non vuoi rischiare un ictus, dovreste chiarire il programma di lavoro ma, come ti avvicini per parlare, la Signora ti baciabbraccia e schizza via con un pretesto lasciandoti solo col suo profumo. Da come si muove vuole dare l’impressione che lei e la Kunststation siano una cosa sola ma sai che non è vero. Questa chiesa è di tutti. Non è un suo balocco. Non è il balocco di nessuno, nemmeno dei gesuiti che la dal 1987 ne hanno fatto uno spazio d’arte neo-sacra unico al mondo per artisti come Eduardo Chillida, David Salle, Rosemarie Trockel, Francis Bacon, Anish Kapoor, Cindy Sherman…

Ai tuoi allievi di psicoterapia ricordi sempre che quando si lavora nei sistemi, occorre partire dall’analisi della domanda. Ma qui a Colonia tu la fai? La puoi fare? L’analisi della domanda, questo “ritiro spirituale per artisti” non la prevede, non la chiede e non la permette. Magari nessuno qui sa che esiste una cosa del genere e quanto faccia bene alla pace di un gruppo.
Analisi del sistema? E se la temibile Dior non fosse altro che una Signora? Era partita come una vera signora, infatti. E poi? Cosa le ha fatto cambiare registro e a che punto? Sono piovuti dal basso gossip su di te? E di che livello? La gelosia ha ballato tango con l’invidia? Oppure lei non riesce a condividere la leadership di un sotto-gruppo con un uomo? Di che ha paura? Del gioco? Ha forse visto sul web i tuoi videoplay di Fantasmi al Valle con i Flash Mob freudiani sui sonetti del Belli, pieni di parolacce letterarie? O l’hai turbata insistendo a portare a tutti i costi a Colonia la raccolta di statuine per attivare le immagini interne come hai fatto nel Piombo e l’Oro del Perdono? Impossibile capirlo. Resterà sempre un segreto. Il suo mistero è chiuso in lei.

Il tuo mistero invece, almeno per te, non ha più segreti: Dior ha il potere di destabilizzarti perché rientra nella psico-scia di tua madre, di Lady F. e di Baby J.: tutte donne bionde e mobili (cfr. la romanza del Rigoletto) che alternano prepotenza, seduzione e fragilità.

Sara poi vero, come ha detto Dior che qualcuno della Kunst ha mosso a lei delle riserve sul tuo lavoro di bibliodramma e sui suoi pericoli? In questo caso perché non ha invitato questo qualcuno a parlare con te che sei in grado di ripondere? Ti auguri che sia solo una scusa per proiettare sui padroni di casa le sue personali resistenze, ancora una volta triangolando in perfetta letizia questo e quello, qua e là, oggi e domani. Altrimenti sarebbe grave che la possibilità di liberare l’incontro di gruppo nel gioco faccia paura al direttivo della Kunst. Come è possibile che nel 2016 un role-playing tra artisti e studiosi spaventi un gruppo di gesuiti intelligenti che già nel 1993 hanno avuto il coraggio di esporre in chiesa i quadri di Francis Bacon genio gay, ateo, depresso e alcolizzato? In realtà, qui non si aspetta solo Godot. E’ vero che dietro l’altare, nei primi anni, c’era il cartello ICH HABE ANGST ma nel 2005 sul campanile brillava nella notte l’installazione ottimistica di Martin Creed DON’T WORRY.

Ci metti un po’ a capire da dove viene la tua paranoia che grandi scrittori del naufragio esistenziale come Beckett qui alla Kunst siamo più ben accetti dei tuoi maestri e dei filosofi Santi Laici del Novecento come Moreno, Buber, Jung o Bateson. Questo timore persecutorio è indotto dalle identificazioni proiettive fatte da Dior demonizzando il tuo rapporto con i gesuiti. Ma non sono loro ad aver paura del bibliodramma: il primo giorno, quando lei ti ha saltato nel giro di presentazioni è stato Guido a darti la parola.

Sono le undici. Fai la comunione, perplesso, in una Messa celebrata sull’altare di granito, opera di Francisco Chillida fatto di tre parti staccate che si trova qui dal 2000 con una mezza consacrazione ufficiosa. Visto che ti senti a pezzi sei la persona giusta per testimoniare che un fedele in difficoltà possa aver bisogno di qualcosa di più unitario davanti agli occhi.

Come fai a stabilire se l’altare allude al Dogma della Trinità o a Dite, il mostro con tre teste che impazza nell’Inferno di Dante? Questa opera di Chillida (la cui discutibilità concettuale non sembra bilanciata da un grande pregio estetico) ti ricorda la psiche dissociata dei pazienti traumatizzati di cui parla Donald Kalshed nei suoi libri su Il Trauma e l’Anima). Questo al ta re sarebbe adatto per l’orribile “chiesa-magazzino” a cubo strabico/psicotico di Fuksas, dove i sacerdoti di Foligno si rifiutano di officiare preferendo i locali della parrocchia. Gotico, dove sei? Torna da noi.

Quando inizia finalmente il momento del bibliodramma ti senti liquefatto come in un quadro di Bacon anziché contento di fare finalmente il tuo lavoro. I doppi legami e la svalutazione cumulativa di queste settimane ti hanno messo addosso un Golem depressivo che attribuisce i buchi neri del setting a te, alla tua irresponsabilità. A un certo punto ti accorgi che stai sragionando: di chi è la colpa se mancano l’impianto audio, le luci e la connessione WI-FI? “E’ tutta tua che non sei stato capace di organizzarli,” mormora l’amigdala rimbambita. “Questo bibliodramma è una grande occasione sprecata.” Come in tutti gli abusi, colpa e vergogna ricadono su chi sta sotto.

In passato Emanuela ti ha visto dirigere tranquillamente grandi gruppi di psicodramma dove ti muovevi tranquillo tra troupe e assistenti di produzione Rai mentre facevi smontare i binari da un cavalcavia per far passare un pullman della regia. E ora? Ora che ti aggiri zoppicando.


come King Lear col tuo misero cartone pieno di stupidi pupazzi, anche Emanuela finisce in una fase ansiosa e preoccupata. Ti chiede con un filo di voce se hai preparato una scaletta e cosa pensi di fare, ma tu come regista di psicodrammi non hai mai un programma e, se lo avessi, non lo diresti.
Help!

Corri in preghiera prima davanti a una statua di Gesù che purtroppo è crocefisso. Poi davanti al battistero medioevale  con un’antica pala quasi nascosta dietro un cancello  barocco. Non si vede niente? Pazienza. Strizzerai gli occhi. Intravedi una Natività con Bimbo, Madonna e re Magi.
E ora che mi combini? Dice il persecutore interno. Cosa credi di fare? Non vorrai mica parlare a quello lì come Marcellino Pane e Vino? O stai imitando il Don Camillo di Fernandel? Così Anni Cinquanta? A che ti è servito tanto Jung! Sei ridicolo. Un Pazzo Vintage. Non ti vergogni?

Respiri piano cercando di non aver paura della paura.

Rispondi che, in fondo, Giacobbe era per Yahweh ciò che Don Camillo era per Guareschi: un suo personaggio indispensabile per cambiare il suo mondo. Non a caso, quando Pio XII nel 1953 fu informato che Fernandel era a Roma, lo invitò in Vaticano con la figlia per incontrare “...il prete più conosciuto della cristianità dopo il Papa”.

E’ a questo punto che senti una specie di Little Bang e fai un passo avanti. Ti cade un pesante sipario teologico dagli occhi e hai una mezza visione valida se non altro dal punto di vista artistico e psicodrammatico. Ti rendi conto che, mentre nell’Antico Testamento Giacobbe è per Yahweh un personaggio con cui lottare, nei Vangeli la situazione cambia. Gesù è per Dio quello che Charlot era per Chaplin: un personaggio irresistibile che l’Autore crea e mette in scena, in atto e in corpo anche come Attore. Senza affidarlo ad altri interpreti.

Un’estensione di Sé.

Come Totò per il principe Antonio de Curtis, come mr. Bean per Rowan Atkinson, come Monsieur Hulot per Jacques Tati, come Oliver Twist per Dickens che nei suoi readings recitava con tale forza da perderci la salute.
E se il Dio Padre di Gesù è stato il Gigantesco Precursore di grandi autori come Dario Fo e Molière, che erano anche attori dei loro figli-personaggi, allora il tema del seminario ideato dalla signora Dior è fondato su un equivoco: il prototipo dell’artista non è Giacobbe. E’ Yahweh.

Ecco perché l’incomprensibile drammaturgo del Tanack fa a botte col suo attore, a differenza di Dio che non scende mai in terra a toccare Gesù.  Lo prova anche il temperamento da Grande Artista di Yahweh col suo dirompente protagonismo, le sue continue associazioni e dissociazioni, il suo bisogno di conferme affettive, la sua terrificante genialità. Nessuno come Yahweh sa essere Divino e ha uno stile divistico.
E ora che la vedi così, ti senti molto meglio. Alcuni conti tornano.

Al momento di cominciare, ti ripeti che non hai nessuna ragione di preoccuparti per il fatto di sentirti un idiota. Ti passerà giocando. Oppure va bene: se proprio sei idiota: pazienza, giocherai da idiota. La cosa importante è che il bibliodramma offra qualcosa di nuovo al gruppo e che tutti ne siano sorpresi, emozionati, coinvolti. Per i primi minuti metti il pilota automatico. Fai il warming up invitando il gruppo a uscire nel cortile. Formano tante coppie scegliendo ognuno un suo proprio spazio transizionale: Sotto il quadro di Rubens, in cucina, a fianco dell’albero, per strada, vicino all’organo… angoli dove il figlio o la figlia parlano al padre per poi fare il contrario. Così i membri del gruppo giocano tutti e si mettono l’uno nei panni dell’altro. Poi li inviti a entrare nella chiesa e per due ore conduci quasi in trance il biblioplay sulla lotta di Giacobbe con Dio. Da inconscio a inconscio, vai sul filo di associazioni che invitano a nuove chiavi di lettura. Salta fuori la psico-ipotesi che il povero padre Isacco - vivo per un pelo - patisca per tutta la vita (insieme alla famiglia) una spaccatura/dissociazione dell’Io causata dal trauma subito stando sopra la legna e sotto il coltello. Il fatto che gli sia stata lasciata la vita da Yahweh non significa che non gli sia stata ferita la mente. Sai di essere il primo a proporre questa chiave di lettura che mette i personaggi sotto una lente più psichiatrica che freudiana e ti aspetti che possa non piacere a tutti. Incredibile ma vero: un giorno a Roma, durante una lezione alla scuola di psicodramma, alla realtà del trauma patito da Isacco si oppose un sacerdote tuo allievo dicendo che il sacrificio del figlio richiesto a padre Abramo dall’inaffidabile Yahweh fosse rimasto sul piano dell’ipotesi e mai organizzato. Ma subito una studentessa ex suora, intervenne citando a memoria il brano della Bibbia:

Così arrivarono al luogo che Yahweh gli aveva indicato; qui Abramo costruì l'altare, collocò la legna, legò suo figlio Isacco e lo depose sull'altare, sopra la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!».L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito.»


Una scena di suspense che rende noiose quelle girate da Hitchcock per i suoi capolavori. In fatto di trauma relazionale è forse la peggiore situazione che si possa concepire per una giovane vittima “salvata” all’ultimo momento. E ti rifiuti di dare ascolto alle elucubrazioni con cui tanti autori, prima e dopo Kierkegaard, si arrampicano sugli specchi cercando di minimizzare o capovolgere il portato terrificante di questa scena in cui qualcuno ha visto il prototipo del sacrificio di Gesù abbandonato da Dio Padre sulla croce ma poi risorto.
E’ ovvio che Isacco, usato (per quanto sgradevole, non trovi una parola migliore di questa) da Yahweh per testare la fede di Abramo, si ritrova con l’Io ridotto a pezzi avendo vissuto un’esperienza impensabile per la psiche, quella di suo padre che stava per ucciderlo come un capretto di proprietà. E senza avere nessuna spiegazione, ragione, senso o scelta: il contrario di Antigone che, per risolvere il conflitto della famiglia, decide lei stessa il proprio sacrificio.

Magari è per questo che la scissione-confusione dei gemelli torna in forme varie in casa di Isacco e in questa famiglia (persino nelle due spose di Giacobbe, figlie dello zio materno) ripetendosi sul piano transgenerazionale prima di arrivare al meraviglioso Giuseppe in Egitto.

Ma torniamo al gioco. Nessuno mai ha tanto riso e sorriso in questa Chiesa-Galleria che per due ore diventa una Chiesa-Teatro.

Mentre dirigi il biblioplay ti accorgi che il teologo e curatore della Kunst, Guido Schlimbach si diverte a preparare la tenda sotto la quale, ammantato nei veli forniti da Emanuela, giocherà il ruolo di Lia la prima moglie di Giacobbe che suo zio Labano ha messo al posto di Rachele. Il momento (e la foto) in cui Guido gioca e ride mentre Dior si sgomenta, conferma quello che pensavi: in realtà nessun rifiuto del bibliodramma viene dalla Kunststation.
Dal gioco emerge una domanda: come è mai possibile che, durante la cerimonia di nozze e per tutta la prima notte, Giacobbe non si accorga mai che la sposa tra le sue braccia non è la bella Rachele ma Lia, la bruttina stagionata? In uno di quei passaggi di equivalenze che sono una delle delizie dello psicodramma emerge che la barba di Schlimbach-Lia corrisponde al falso pelo con cui Giacobbe-Esau, insieme alla madre, inganna il padre estorcendogli la Grande Benedizione. Ciò che fa di Rebecca la prima esperta di trucco e parrucco di tutti i tempi. E di Isacco un uomo disabitato, incapace di ritirare la benedizione quando scopre che gli è stata estorta con l’inganno. Almeno secondo la nostra etica Cristiana, post Shakespeariana e post Kantiana.

Così davanti all’altro altare della chiesa, fatto di pietra grigia tutto d’un pezzo, racconti al gruppo la teoria dei giochi di Roger Caillois, l’allievo di Huizinga che distingue tra Agon, Mimicry, Ilinx, Alea (Competizione, Messa in scena, Vertigine, Caso).
E qui proponi a tutti un interrogativo: la mimicry di Giacobbe per la primogenitura riguarda davvero la lotta dell’artista con sé stesso? O è piuttosto la falsificazione in maschera, tesa non a creare ma a vincere? Che gioco è allora quello degli artisti qui riuniti in gara alla Kunst? Un’espressione libera e liberata o una partita dove il bluff della mimicry si combina a puntate di Agon? Come nel poker, l’unico gioco dove gli elementi indicati da Caillois ci sono tutti e quattro?

Infine apri un piccolo sub plot del bibliodramma: la messa in scena di un meraviglioso quadro di Paolo Uccello San Giorgio e il drago. Distribuisci i ruoli, compreso quello del mostro, del cavallo, della lancia e del filo con cui la principessa, né turbata né scomposta, tiene il mostro al guinzaglio mentre San Giorgio si affanna a farlo fuori. Non c’è attrezzeria in giro perciò usi l’asta del microfono come lancia e così via ma la scultura psicodrammatica sorprende il gruppo e pone una domanda: dove sta il vero pericolo? Nel drago o nel guinzaglio con cui la fanciulla lo regge come un cagnolino?

Questa pervasività del tema inganno e confusione, fa pensare al concetto di frattale in fisica: la struttura di ogni pezzetto di un insieme frastagliato (conchiglia, rami di un albero, la costa del mare) riproduce in piccolo la struttura dell’intero insieme. Ogni branca dell’albero riproduce l’albero, come ogni roccia riproduce la montagna. Difficile dire se in questo bibliodramma le forme della manipolazione partono da Giacobbe e arrivano al progetto ideato da Dior o il contrario.

Comunque, scherzando e ridendo, si è fatta ora di cena e devi concludere il gioco. E qui per ragioni misteriose, diventi un po’ sentimentale e romantico come regista. Dopo sei mesi che vivi con lui il vecchio Giacobbe ti mancherà.

Prima inviti ogni membro del gruppo a fare un suo dono a Giacobbe, poi affidi il ruolo al tuo amico Sidival Fila coperto da un mantello bianco di pecora. Rovesci il contenuto della scatola per terra, al centro del cortile sotto gli alberi. Ora il Patriarca è circondato da una macchia di pupazzi e fiocchi di polistirolo che sembrano fiocchi di neve. Sidival, che, a differenza di Giacobbe, è un vero e grande artista, saluta i membri del gruppo che gli sfilano davanti uno alla volta, più o meno commossi. Ognuno di loro prende un pupazzo dal mucchio ai suoi piedi. Tre di loro te lo portano anche a vedere: Emanuela ha scelto il personaggio trickster del film The Mask: un’immagine che parla chiaro. La fotografa ha preso un piccolo pene  e Dior? Lei ha preso solo un pesciolino. Il contrario di Moby Dick, direbbe Freud ma tu non dici niente.
La scena nel cortile è bella e vorrebbe una goccia di musica, magari il Nino Rota di Amarcord. Peccato non poterla offrire al gruppo. Gioverebbe alle sinapsi di questo ricordo. Sarà per un’altra volta.
Giacobbe è lì in piedi sotto gli alberi, che accoglie doni, saluti e punti di vista sulla sua vita. Persino quello per cui sarebbe, più che un patriarca reale, un personaggio di fiction. Lo saluti anche tu.
Grande e povero Giacobbe. Per chi cerca un mito di fondazione utile a concorsi d’arte sacra, il prototipo dell’artista che lotta con Dio.
Per come lo vedono altri, un’opera d’arte biblica che in questa chiesa di Colonia dovrebbe attivare nuove opere d'arte.
Per come lo intravedi ora tu, il rovescio di un artista. Perché il teatro, come lo fanno a casa di Isacco, non tende a creare e mostrare ma a nascondere la verità e avere potere: è un teatro fatto di inganni, imbrogli e manipolazioni. Non di scene o rappresentazioni esplicitate. Non è un teatro di maschere che ingigantiscono i personaggi e li evidenziano, ma un teatro di maschere che travestono la verità, come direbbe il Luigi Pirandello delle “Maschere Nude”. E’ il teatro della politica raccontato da Leonardo Sciascia in Todo Modo.

Sei stanco ma infine ce l’avete fatta. Le persone che hanno giocato sono eccitate e contente. Qualcuno viene a dirti che domani vorrebbe continuare anziché ascoltare altre conferenze ma tu sai già che dei cinque bibliodrammi previsti nel programma questo sarà il primo e l’ultimo. Dior farà in modo che manchi il tempo per farli ma tu farai in modo di farli in altri modi.
Intanto la preghiera di Marcellino Pane e Vino ha avuto ascolto. Avete giocato. Alla cena (pizza a triangoli e vino rosso in scatole di carta) il gruppo ti accoglie con brindisi e applausi che ricambi di tutto cuore. Ti ubriacherai un po’ e nel chiacchiericcio finirai per dire sul genere femminile parole esagerate e sarcastiche di cui poi ti dispiacerai. Fai sempre così quando una signora ti avvelena l’amore.

 

COLONIA, Mercoledì 1 Settembre

Dunque è fatta. Per la prima volta da quando sei in Germania dormi a lungo e in pace, facendo diversi sogni iperfigurativi. Ne ricordi uno. Stai facendo un viaggio in Toscana con un gruppo di amici e passate per il centro storico di un vecchio paese. A metà di una salita c’è una piazzetta ombreggiata. Ti fermi a guardarla. Sotto un grande tiglio, alla tua destra davanti a una chiesa antica, una fontana di pietra a forma di Mandala con un’acqua color smeraldo. Dall’altro lato, una donna in grembiule sulla soglia di casa sua. Intravedi un corridoio col pavimento di cotto che si affaccia su uno spazio verde luminoso. La padrona di casa si alza sorridendo e ti invita a entrare. La segui. Non è un giardino ma un prato aperto e senza confini, pieno di olivi e alberi da frutta. Intorno pascolano cavalli e passano gli abitanti del paese vestiti come in un quadro di Giovanni Fattori. Pare un paradiso in terra popolato dalle statue di Fontanini: il fornaio, il fabbro, la contadina con le oche e un canestro di uova, hanno preso vita e sono felici. Tutto nella sua semplicità sembra giusto e perfetto. Sui rami degli alberi intravedi strani oggetti bianchi e neri. Non sono nidi ma bouquet e cappelli. Bianchi e neri. I bouquet da sposa dei matrimoni fatti nel paese e i cappelli a forma quadrata, usati per le cerimonie di laurea. Ce ne sono parecchi tra le foglie e i tocchi danno un sapore surrealista a questo che sembra un quadro vivente dei Macchiaioli in 3D.

Con un sogno così ti svegli rigenerato ma hai fatto tardi e arriverai in ritardo perciò prendi un taxi. Andando alla chiesa ti domandi: che vorrà dire questo sogno? Per prima cosa parla di arte figurativa dell’Ottocento. E poi parla dell’Italia. Associ la fontana alle illustrazioni di certi libri di Jung come “Psicologia e alchimia” e ti fermi. Più che analizzare il sogno, hai deciso di godertelo.

Alla Kunst ti siedi accanto a Sidival e lui ti racconta l’inizio della giornata e quello che ti sei perso. All’estremo opposto di te, Dior ha annunciato al gruppo di non aver dormito tutta la notte. Poi, senza aspettare che tu arrivassi, ha parlato delle esagerazioni del bibliodramma di ieri e ha tirato in ballo il teologo Romolo Guardini che lei apprezza molto come lo apprezzava Mario Trevi, il tuo analista didatta. Sidival ti racconta ironicamente che Dior ha letto una frase giudiziosa e molto cattolica che ti manda ai matti: il Gioco va anche bene ma deve avere i suoi limiti. Un’idiozia irritantissima. Per dirla fuori dai denti: una vera cazzata. La cazzata del secolo. Chi sa in che libro di Guardini avrà trovato queste parole? Come se dicesse a un’erezione di non esagerare. E che direbbe Romolo se facesse un po’ di psicodramma comesideve o giocasse con Donald Winnicott? Magari darebbe sollievo ai conflitti spirituali che l’hanno reso celebre. Ti domandi come sarà stata mamma Guardini: sufficientemente buona? Good enough? E Guardini, ti domandi, avrà mai giocato a tennis e pallone? Poteva mettere la camicia senza la canottiera? Avrà mai fatto sesso acrobatico o qualcosa di divertente che l’abbia fatto ridere fino alle lacrime? Temi di sapere la risposta. Dior ormai ha il potere di mandarti ai matti: fai la fantasia borderline di prendere a schiaffi lei e mamma Guardini. Povera donna! Che poi magari era una bravissima persona come quella del sogno che ti ha fatto entrare in casa sua. Respira, respira. Vedrai che ti passa.

Emanuela ti informa che la Signora ha invitato i membri del gruppo a scrivere i loro commenti sul bibliodramma nel quaderno che ha fornito il primo giorno, per poi consegnare i compiti alle sue assistenti. Mai successa una cosa del genere dopo uno psicodramma e mai sentita dire. Praticamente Dior pretende di co-gestire l’analisi del gruppo con te. Questo ti fa infuriare. Chi sa se potrai chiedere una fotocopia dei commenti anche tu che hai diretto il gioco? O ci si aspetta che faccia anche tu il tema come il resto della classe?

Saluti Emanuela, prendi un caffè in sacrestia ignorando gli orribili affettati tedeschi ed esci dicendo che puoi anche saltare una delle conferenze: non sei mica a scuola. Stai andando a comprare un paio di occhiali da sole illudendoti di pagarli col tuo onorario. Con l’aggressività passiva che si respira qui, hai già capito che il compenso non ti arriverà certo in una busta e con un sorriso durante l’intervallo come si fa con gli attori a teatro. E poi sarebbe elegante che qualcuno ti rimborsasse le spese di viaggio che hai anticipato. Giureresti che Dior, oltre a lavorare all’università, vive in un appartamento di proprietà e non deve pagare l’affitto di casa e di scuola come fai tu. Per questo la signora è chic e tu sei affamato di eleganza. Qui al centro di Colonia c’è un MegaStore Super Dry bellissimo ma per fortuna non hai con te la carta di credito. Dei tuoi Bancomat uno è scarico perché i bonifici dei pazienti più ricchi arrivano sempre tardi e l’altro tremola come una candela al vento. Ti concedi anche un cartoccio di fish and chips.

Al tuo ritorno ti imbatti in Dior che, sollevata ed emanante più del solito, ti abbraccia e ti annuncia, di corsa, che il programma di domani prevede, al posto del secondo bibliodramma, una visita guidata al museo di arte moderna di Bonn. Magari il giorno dopo… potresti anche fare i commenti del tuo bibliodramma che sono rimasti in sospeso. Una mattina… o un pomeriggio… semmai si liberasse uno spazio. Vediamo un po’… Riconosci le tre componenti del perfetto doppio legame: da una parte la signoracancella lo spazio di lavoro inizialmente concordato, dall’altra ti fa pesare che non hai concluso il tuo lavoro e infine ti impedisce di risolvere questa contraddizione. Ma come fa? E’ un dono di natura o ha studiato Scienze della Manipolazione a Los Angeles?

Rispondi che magari un giro di commenti e analisi sullo psicodramma lo potresti anche organizzare a bordo del pullman diretto a Bonn, girando tra i sedili con l’Ipad in mano. E qui ti succede uno strano fenomeno di auto-ambiguazione: stai ironizzando o dici sul serio? Francamente non ti sapresti rispondere. Non ti capisci più. Sei di nuovo ipnotizzato. Rimbambito e col ginocchio dolente. Hai in testa due gemelli dizigoti, figli di un poveretto traumatizzato da Yahwé, che fanno a botte tra loro. Bisogna che questa cosa la analizzi col tuo Thomas Ogden interiore. Dior intanto ti risponde che fare l’analisi del gruppo sul pullman non sarebbe poi una cattiva idea. Vediamo… Non appena sparisce dal tuo sguardo, ti arriva un pensiero netto e radicale: “Questa signora è pericolosa. Qualcuno deve fermarla.”

Torni a guardare le immagini della Natività dietro il cancello di ferro e ti concentri sulla Madonna. Una dissolvenza incrociata ti trasporta a Roma davanti alla sua statua bianca e celeste in stile “dolcino” nella chiesa della tua parrocchia S. Dorotea. Hai appena cominciato a implorare aiuto alla Vergine che ti parte un’immaginazione attiva un po’ strana. Anzi molto strana:

“Aiuto? Certo che ti aiutiamo, figlio. Ti abbiamo già aiutato e continuiamo a farlo. Ma tu lo hai capito perché sei qui, o no?”

“Cioè, che vuol dire?”

“Sei arrivato qui per una piccola missione. Stai lavorando per noi.”

“In missione io?”

“Tranquillo. Tu guarda e racconta.”

“Racconta a chi?”

Oddio! Sembra “Nostra Signora dei Turchi” quando Carmelo Bene diceva Sono apparso alla Madonna. Sei proprio fuori o sei molto dentro? Agente 008? Deliri? Fatti una partita a tennis e una doccia fredda. Datti una calmata.

Pochi minuti prima che riprendano i lavori alla Kunststation ti fermi davanti al semaforo accanto al sottogruppo di studentesse della Gregoriana che avevi escluso dalle tue simpatie. Sorridi e le saluti. Una di loro osa dire che il bibliodramma per lei è stato una cosa straordinaria, mai vissuta prima. Poi parlano delle suore dove sono alloggiate. Sembra che si siano sfogate con loro denunciando la durezza della nuova chiesa tedesca e delle sue immagini fredde e intellettualistiche. Sembra anche che ai bambini al catechismo non si insegni più nemmeno la confessione e il segno della Croce. E qui ti arriva di colpo il desiderio di inserire nella Kunst qualcosa di mediterraneo.

Dichiari che le suore hanno ragione da vendere e bisogna opporsi a questo stato di cose, comunque lo si voglia chiamare: gelo dell’arte sacra o nuova spiritualità tedesca. Come? Con un’azione-simbolo. Canterai un inno alla Madonna dentro la Kunst: “E’ l’ora che pia…”  Un inno famoso e semplice che piace al parroco e alle vecchiette ma che piace molto anche a te. Le ragazze della Gregoriana si entusiasmano all’idea. Una di loro dice che se davvero lo fai ti verrà dietro. Canteranno anche le altre.

E’ la genesi di un Flash Mob.

Un’assistente siciliana, che prima non sopportavi e ora trovi deliziosa, cerca il testo dell’inno sul cellulare. Il canto mariano in auge in molte chiese italiane sarà un’appendice del bibioplay di ieri pomeriggio.

Poco dopo sei in chiesa seduto con il gruppo ad ascoltare un dettagliato programma enunciato da Dior. Nel momento in cui stai per alzarti in piedi per cantare senti il freno a mano di un’onda gruppale. Forse Dior avverte qualcosa con le sue antenne perché ti guarda e non fa pause in cui potresti inserirti. Ti batte il cuore, ti trema il piede. Ma sei pratico della diretta in Rai: respiri, ti sblocchi e la impalli di brutto. “Scusate amici ma vi propongo un breve intermezzo dedicato alla spiritualità mediterranea. Canterò per voi E’ l’ora che pia, musica e testo di autore ignoto. Grazie”

Così dicendo, corri a cantare a gambe aperte tra il super organo elettronico e l’altare, nell’abside dove Guido Schlinbach anni fa piazzò i tre capolavori angosciosi di Francis Bacon.

In un primo momento ti guardano tutti con aria perplessa ma, la canzone ha anima e vince. Al refrain, ti accorgi che anche altri stanno cantando. Molti si alzano in piedi come gli studenti sui banchi nel finale de “L’attimo fuggente” di Peter Weir. Dior non capisce che questa cosa si chiama Flash Mob ma non osa muoversi. L’hai deodorata e stavolta nel doppio legame ci si trova lei. Off-Off-Off Kunststation. Pura trans-avanguardia Neo-Vintage.

Volevate il bibliodramma? Ve l’hanno dato. Tenetevelo.

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