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INTERVISTA A ENNIO FLAIANO di Ottavio Rosati

14 aprile 1972, pp. 16-17

D: Gli scrittori italiani, tranne poche eccezioni, sono accusati di essere noiosi e di raccontare storie private. Pare che in loro si rifletta il conformismo della nostra società, una società bacchettona anche quando crede di essere rivoluzionaria. Perché i nostri scrittori raramente si sentono indipendenti? Forse perché mancano del senso del ridicolo?

R: Il dramma è questo, che non sappiamo se si è scrittori. Forse non è importante saperlo. Importante è sapere se ciò che si fa ha un peso ed una giustificazione. Probabilmente oggi non ha nemmeno una giustificazione perché, stando a come si prospettano le cose, sembra che tutto sia giusto e ingiusto, tutto sia vero e sia falso. È curioso ma il conforto dello scrittore sta nella lettura e lo scrittore cerca disperatamente, anzi no, cerca calmamente, nei libri una linearità che non trova più nella realtà. Come San Bartolomei spellati sentiamo il minimo cambiamento di temperatura. Noi siamo esposti, ma è la funzione che un tempo fu dell’intellettuale, dare un giudizio sulle cose, che oggi si avvia al ridicolo.

D: Però quando lo scrittore sente il ridicolo rinuncia a denunciarlo.

R: È vero, ma il ridicolo colpisce con forme diverse da quelle di una volta quando si rideva di una persona. Oggi, colpisce con l’indifferenza. Ogni giorno nel mondo si danno tanti giudizi che finiscono colla loro stessa imponenza a diventare ridicoli.

D: C’è forse una minore convinzione nel lavoro dello scrittore, mentre al contrario cresce la diffidenza verso il lavoro creativo. Insomma che cosa deve fare uno scrittore oggi, come si deve comportare verso se stesso, la vita, la società?

R: Dire no? Rifiutare? Oggi il rifiuto è l’unico giudizio accettabile verso la vita. Si rifiutano cose, ma non le cose necessarie alla routine economica. A giornali e riviste si rifiuta la collaborazione ma per le idee che si può fare? Come rifiutarle? La delusione è inevitabile per lo “scrivano” che abbia deciso di realizzarsi scrivendo. I motivi sono parecchi: in Italia, tanto per cominciare, non succede più nulla. Tutto quel che succede è rimasticato, risaputo e angoscioso. Inoltre lo scrittore tiene sempre conto di una trasformazione che non avviene. Quando si è descritta questa cosa non c’è più nient’altro da dire. Di qui l’impossibilità di esercitare la satira. Che satira esercitare infatti dove la satira è superata dalla realtà? Avevo una certa tendenza alla satira: ne sono stato estromesso.

D: Quello che lei dice riguarda a una generazione in particolare, la sua per esempio, o in genere gli uomini di cultura vecchi e giovani?

R: La mia generazione che ha vissuto il fascismo e l’arco democratico è assai curiosa. L’idea della vita con cui siamo nati noi abbiamo dovuto cambiarla ogni momento. I giovani hanno le idee più chiare perché, trovandosi di fronte a un fatto, lo giudicano per quello che è e propongono i rimedi. I rimedi noi non possiamo proporli perché abbiamo contribuito a crearla questa situazione ridicola. Abbiamo creduto nella letteratura, nell’arte, nella vita, e oggi sappiamo che l’arte non esiste più, che i letterati festeggiano la morte della letteratura e i poeti quella della poesia, ci hanno bruciato i vascelli e siamo incapaci di costruirne altri.

D: Tempo fa, Federico Fellini concludeva un suo giudizio positivo su Flaiano rimproverandogli di non essersi identificato completamente con la sua vocazione.

R: La mia vocazione era proprio quella di non identificarmi. Ho considerato lo scrittore come un personaggio ridicolo. Dire: “Io scrivo” mi è parso sospetto. Per questo le mie tendenze sono andate alla satira. Insomma non sono nato per fare o scrittore, né so scrivere. Scrivere è una fatica laboriosissima. Bisogna che la inventi ogni volta. Non so neanche quale sarebbe il mio vero destino. Probabilmente il rilegatore di libri o il falegname. Il fatto che io scrivo è dovuto al fatto che l’istruzione obbligatoria quando ero giovano portò la gente a contatto con i libri e con l’idea di poter fare le cose che non faceva nessuno. Io scappai di casa quando non lo faceva nessuno. Non terminai l’università e per gli studi feci la vita chiamata di “bohème”. Cercai di conoscere le persone notevoli.

D: Ma allora c’erano scrittori e artisti disposti ad avere rapporti con voi giovani? Esistevano. come oggi, barriere tra generazioni?

R: Disposti a parlare con noi c’erano Cardarelli, pochi pittori, Maccari ed altri che non ricordo. Tutti se ne stavano al caffè dove era possibile raggiungerli. Gli altri erano professori o professionisti. Ci dovevamo accontentare di quello che offriva la piazza. Da questa gente imparammo il disprezzo per le forme e per i modi di vita più ridicoli. Cardarelli si vantavi di non aver mai accettato un invito a pranzo. Non andare a cena a casa d’altri era l’unico modo per combattere il dannunzianesimo allora fortissimo in Italia. Di fronte a chi realizzava la vita da eroe, tra le ricchezze, le donne, gli amori, i cavalieri e la politica, lo scrittore si ritirava su posizioni filologiche e morali. Nessuna delle due posizioni poi si realizzava nella realtà perché c’era ancora il fascismo. Mario Pannunzio e Leo Longanesi ebbero un’importanza decisiva perché mi fornirono i mezzi per mettermi a scrivere. Aggiungerò, di cose di cui non sapevo assolutamente niente. Ma l’unica protesta contro il fascismo era quella di non parlare mai delle cose ma sempre di altre cose. Il critico cinematografico era uno che non capiva niente di cinema ma andava al cinema e faceva il pezzo di cinema parlando d’altro. Era l’unico modo di protestare contro il fascismo. In questo modo io mi occupai di teatro. Nacque la frase: “Questi giovani si fanno una cultura sui propri articoli”. Infatti dovendoli pur scrivere finivamo per imparare qualcosa sulla materia che trattavamo. Rileggendo gli articoli di trent’anni fa mi meraviglio di che visione avessi del teatro. Oggi assolutamente non saprei raggiungerla.

D: Era facile allora avere successo? Il vostro gruppo come considerava quelli che lo avevano ottenuto?

R: Il successo era una cosa ignobile. Scrittori di successo erano Guido da Verona, Pitigrilli e Luciano Zuccoli. Gli altri, come Tozzi, quelli di valore, non avevano alcun successo e anche Barilli, Bacchelli e quelli della “Ronda” hanno avuto successo più tardi. Con gli editori erano chiari: vendevano il loro libro come un oggetto. Malaparte voleva successo, era un epigono dannunziano, e successo lo ha avuto. Il successo però era temuto: che uno scrittore piacesse a tutti prova che non valeva niente. Ciò che ha fatto poi l’industria culturale è il rovesciamento dei questa posizione: oggi il successo arriva ai migliori e non hanno successo gli scrittori che non ammiriamo. Scrivere un romanzo per un certo periodo era ridicolo. Era una cosa pericolosa. Non stava bene insomma. Al massimo ci si portava sulla prima poetica di Baudelaire. Si faceva un piccolo saggio su un argomento piccante o curioso o addirittura serio. Chi ha rotto i ponti col vecchio romanzo in Italia è stato Moravia. “Gli indifferenti” erano frutto della indifferenza. Una constatazione incommutabile. Moravia standosene a letto scrivendo il suo libro ha avuto un gran merito, ma a lungo è stato guardato con sospetto.

D: In questi ultimi anni c’è stato qualcuno che ha fatto qualcosa del genere di Moravia molti pensano ad Arbasino a suo modo…

R: Arbasino ha il gusto dell’intelligenza e non di lascia sopraffare dalle circostanze. L’Intelligenza la ritrovi dappertutto. È un lettore-viaggiatore inesauribile. Riesce a scrivere di critica come lo facevano a temo perso gli scrittori anglosassoni e francesi. Fa la critica creando non dottoralmente. Il suo dono è quello di essersi liberato. Non esiste la provincia, esiste il mondo antico, direi che, come esistono i cani da tartufo, Arbasino è un cane da intelligenza. Viceversa i suoi romanzi sono romanzi critici, come dice Sergio Pantano in “Frontiere della critica”. È piacevole ma ha un qualcosa che nessuno ha notato, un tratto elegiaco, poetico, abbastanza sensibile. Poi è uno scrittore soprattutto perché è uno cui piace scrivere. Io invece sono uno scrittore pessimo, non ho saputo realizzarmi in nessun’altra maniera e tutto quello che ho fatto certe volte lo guardo con sospetto. L’unico conforto mi viene dagli altri. Le mie cose sono quelle cui sono abbastanza attaccato e che al tempo stesso mi respingono, mentre io adoro lo scrittore felice goethiano, che ama la pagina bianca. A me la pagina bianca fa paura. Sono portato alla nota, allo schizzo giornaliero, alle cose che “dopo” formeranno un volume. Ma questo non mi curo, l’essenziale è che m’abbiano fatto soffrire una vita. È da “faute à Jules Renard”: si legge un diario e alla fine si rimane sconvolti: “Dio mio, siamo tutti morti!”

D: Lei si è sempre diviso tra il cinema e la letteratura, dando la prevalenza all’uno o all’altra. In questi ultimi tempi sembrava che avesse scelto la letteratura, Ora si parla di un film su Cristo, che lei scriverebbe per il regista Franco Zeffirelli. Si dice anche che il racconto cinematografico avrà la forma di un’inchiesta. È vero?

R: Le cose sono andate così: quando Zeffirelli mi propose di fare un film sugli ultimi cinque giorni di Cristo mi ricordai subito della volta che venni chiamato a presiedere una commissione di premi di qualità di cinema. Della commissione faceva parte un professore del Centro Nazionale Ricerche per decreto legge, il quale non vedeva film dai tempi de “La segretaria privata”. Dopo aver visionato decine di film, arrivati alla discussione per il premio, io proposi il film di Pasolini “ll Vangelo secondo Matteo” ma il professore disse: “Non lo voto perché non mi piace il soggetto”. Questa frase mi venne in mente quando Zeffirelli pensò di fare un film sugli ultimi giorni di Gesù. A me non piaceva il personaggio, addirittura troppo equivocabile, eccessivamente cristiano. Comunque non più nelle mie corde. Proposi e misi insieme con Suso Cecchi D’Amico un escamotage: alla pretura di Gerusalemme c’è un giovane che non fa assolutamente niente da sei anni e che Pilato incarica finalmente di ritrovare il corpo di Cristo perché questo corpo scomparso, resuscitato e assunto in cielo sta creando una nuova ideologia che alle lunghe può riuscire pericolosa per lo Stato Romano. Il giovane comincia così una sua inchiesta che lo porta a conoscere tutti i personaggi, tutti sono visti da una angolazione non evangelica. È una buona idea, una di quelle idee che a pensarci sopra uno si chiede: “Perché non ne ho fatto un dramma?”. Ma perché farne un dramma quando se ne può fare un film? Perchè farne un film quando se ne può fare un articolo? Perché un articolo quando se ne può fare una nota?

D: Lei insomma è convinto che da noi sia impossibile avere scrittori comici o satirici. Ma nel passato…

R: Confesso di non averne trovati molti. Qui regna il culto dell’arte e della poesia in senso crociano che escludono la satira come una Cenerentola. I grandi comici come il Pulci non interessano e annoiano. L’unico grande scrittore comico è Boccaccio. Se è possibile scoprire un mondo intero leggendo “il Circolo Pickwick” o certi racconti di Allan Poe o Gogol, leggendo i comici italiani si conclude che di umorismo non siamo capaci. Pensiamo all’italiano che va all’estero, si controlla continuamente, ci va vestito bene, ha paura di fare brutta figura: passiamo la vita a controllarci. Questo fuori d’Italia. Dentro invece il caratteristico è talmente forte, talmente abituale che non viene in mente di scriverne. L’aria si respira direttamente, a nessuno viene in mente di mettersi a respirare. I migliori scrittori italiani del resto sono inglesi. I più bei romanzi italiani sono di Foster, Norman Douglas, Huxley e Lawrence. Tutti hanno visto l’Italia da fuori e con un enorme affetto hanno guardato all’enormità dei nostri difetti. Gli inglesi soprattutto hanno la capacità di vedere l’Italia. Noi siamo ritorti nel pensiero continuo. Ciò non toglie che l’Italia sia piena di scrittori di valore, quello che non conta è l’italiano, la lingua italiana. Comunque oggi pare che all’estero degli scrittori italiani se ne accorgano, leggono Pavese, a New York leggono Landolfi, per esempio.

D: In Francia va di moda Gadda.

R: È lo scrittore vivente che amo di più, è riuscito a far confluire in un’opera la disperazione, la filologia, l’umorismo, il linguaggio, l’eredità, la debolezza, la paura. Lo stimo molto. E forse per questo non desidero conoscerlo. Rispetto moltissimo le solitudini come la sua e sento che ogni intrusine potrebbe ferirlo o infastidirlo. Il suo è uno è uno di quei casi di felicità letterari pagati con la vita, pagati col sangue. Il solo caso italiano forse. Per ragioni biologiche credo. Dovremmo ricorrere alla biologia per comprenderlo. La seconda parte del “Pasticciaccio” è la cosa più bella che in assoluto sia mai stata scritta su Roma: un’elegia accorata, vera, umida, piena di muffa e colore.

D: Lei scrive a caldo o a freddo?

R: A caldo sempre. Quando comincio non smetto più, poi mi sento male. La contentezza, la scontentezza di ciò che si è scritto, il dover ricopiare la pagina perché non funziona, il fatto che l’italiano è una lingua che va inventata…L’italiano è addirittura ridicolo per chi scrive anche in un’altra lingua. Uno scrittore di New York mi diceva al ritorno a Roma che scrivere di nuovo in questa lingua gli fa l’effetto che fa sentite lo spagnolo dei comici di varietà. L’italiano è ridicolo e va inventato. Gadda c’è riuscito, la paga cara ma c’è riuscito. Noi altri stiamo ancora alla lotta contro le preposizioni articolate, come diceva Longanesi.

D: Però c’è stato un periodo, anche in Italia, in cui la satira era molto viva.

R: C’è stato un periodo simile, in cui la satira ti veniva addirittura a beccare nelle mani, verso la fine del fascismo: dal ‘36 fino al ’43 quando la satira finì giustamente nella tragedia. Allora la commedia era talmente evidente per le persone che sapevano restarne fuori che bastava descrivere quel che si vedeva, per fare della satira, Oggi ci sono cose che fanno ribrezzo solo a nominarle. La parola “dolce vita” la parola “droga” che senso hanno per quel mondo sciattone e sgangherato che ricopre l’Italia oggi, che ha perso quel suo calore di una volta ed è diventato solo piccola quotidianità. E poi la satira descrive solo le cose come stanno sconsolatamente senza contenere in sé l’alternativa. Chi perciò riderebbe alla satira? La satira si è saturata.

D: Ma allora perché scrive?

R: Il difetto principale dello scrittore italiano è quello di voler scrivere bene, Io cerco di scrivere male “apposta” nel tentativo di farmi capire. I due più grandi romanzi italiani dell’Ottocento, “I Promessi Sposi” e “I Malavoglia”, hanno per protagonisti degli analfabeti. Evidentemente gli autori non pretendevano dai loro personaggi la fatica della lettura. Non li identificavano con il pubblico.

D: Ma lei adesso sta scrivendo un nuovo libro?

R: No, pubblicando. Ho raccolto una trentina di satire, racconti, dialoghi, divertimenti: usciranno tra poco da Rizzoli, alla fine di aprile, credo. Gli ho messo per titolo “Le ombre bianche”. Le ho raccolte prima che sia troppo tardi, prima che qui la realtà superi completamente la satira. Sono arrivato al momento in cui si fruga nei cassetti e si libera tutto quello che abbiamo messo da parte credendo che un giorno avrebbe potuto servirci. Aria, aria. È la premessa per incominciare da capo, questo è forse un segno che sono ancora vivo. Ma non vorrei illudermi troppo. Quando siedo al tavolo per scrivere non ho più idee, un momento prima erano tutte lì, nella loro ipocrita disponibilità. Mi restano dei brontolii di malcontento, non più sentimenti ma risentimenti, e qualche presentimento. Mi piace soltanto leggere. Passeggiare, poco: a parte che è praticamente impossibile. Roma comincia a respingere. Soprattutto una diffusa volgarità, facce che invecchiano senza grandi vizi, come deve essere in un campo di concentramento. Comincio a credere che fra noi e il nostro paese non ci sia più nulla da dirci. Tra noi e la meravigliosa architettura di questa città, chiese, palazzi, piazze che esigono la vita calma, meditata sulla denuncia all’idolatria del piacere. Il discorso qui sembra finito. Una mano di modernità, un po’ di fiducia tecnologica per renderle adatte ai tempi, il compere delle macchine come in un finale di rivista, hanno messo in luce solo l’anacronismo della loro sopravvivenza. Non possiamo rifiutare la vita come ci si presenta, ma il luogo per accettarla non è più quello adatto. Non possiamo corromperci in un ambiente ormai caratteristico, pieno di comparse, dove tutti urlano. Diceva Ortega y Gasset: “il fatto caratteristico del momento è che l’animo volgare, riconoscendosi volgare, ha l’audacia di affermare il diritto alla volgarità e lo impone dovunque” (lo troverà nella “Ribellione delle masse”). Ma questi, suppongo, sono discorsi da vecchio… contraddire oggi significa essere tacciati di vecchiaia che non è più il segno della saggezza ma dell’incomprensione. Ecco, bisognerebbe scrivere di queste cose, di ciò che resta da salvare alla nostra generazione andata a male, parlo della generazione che si è sorbita tutto il fascismo, tutta la speranza dell’antifascismo, e ora…

D: Vuole dire che ci sta pensando?

R: Confesso di sì, come vede sono inguaribile. Sento che la vera possibilità che ci resta è di continuare nei nostri errori, continuare a credere che l’arte (uso questa parola che fa ridere, tanto per farmi capire) non debba essere solo gioco e apparenza ma, come diceva Thomas Man del resto, che debba diventare conoscenza. Riuscire a sbrogliare il filo della nostra vita, della nostra vita italiana, capire perché in Italia la linea più breve tra due punti è sempre l’arabesco. Potrei dargli un titolo se non sapessi che una volta trovato il titolo è inutile scrivere il libro. Ma, giacché ci siamo, il titolo potrebbe essere “La solitudine del satiro”. Ecco praticamente è già fatto: si tratta solo di trovare la forza di rileggerlo ecc… L’indecisione mi frena. Mino Maccari disse una volta: “Siamo un pugno di uomini indecisi a tutto”.

Gianni Rosati

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