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TRA ANALISI E AZIONE: FERENCZI E FREUD di Ottavio Rosati

Vorrei partire dalla osservazione di Maurizio Andolfi per cui l'introduzione dello specchio unidirezionale ha rivoluzionato la psicoterapia mandando all'aria il segreto del rapporto a due tipico del setting psicoanalitico. Certo lo specchio è entrato in scena per migliorare il processo di svelamento dei segreti: i segreti della famiglia ma anche i segreti punti deboli di chi sta cercando di aiutare la famiglia. Tuttavia qualcosa del gioco di nascondino caro all'analista freudiano sopravvive anche in que­sto nuovo setting. Lo specchio è un sipario asimmetrico: permette al terapeuta di vedere senza essere visti, consente una rifles­sione a senso unico. Chi è riflesso nella terapia della famiglia non conosce nemmeno di faccia tutti coloro che lo riflettono.

Molto più che dalla impenetrabile cabina di regia della terapia siste­mica (e molto prima) il setting analitico tradizionale venne rivoluzionato dalla più plateale e pubblica delle formule psichiatriche: il teatro psico­drammatico di J. L. Moreno. È qui che la privatezza del setting analitico (lettino per il paziente e astinenza per il terapeuta) venne mandata all'aria per la prima volta con non poco scandalo e sarcasmo. È con Moreno che la dimensione visiva e la presenza di un gruppo di testimoni e Io ausiliari (gli attori dei giochi) facevano il loro ingresso nella storia della psicoterapia. Nello specchio psicodrammatico il gruppo che in alcuni momenti riflette il singolo, segue sempre il terapeuta e in altri momenti ancora ne è riflesso. Lo stesso terapeuta è esposto in prima persona non solo dal contesto visivo e attivo in cui si muove ma dal processo detto sharing, il momento di condivisione esistenziale delle storie rappresentate dal paziente. Lo psicodrammatista, a differenza dell'analista la cui privacy è tutelata dalla sua funzione interpretante, viene qui chiamato a esprimere in prima persona quei suoi vissuti che accomunano la sua esperienza al dramma rappresentato. Ci troviamo dunque in un teatro dove nessun sipario divide i partecipanti.1
La dimensione circolare e reciproca di questo rispecchiamento è una delle dimensioni che accomunano lo psicodramma agli esperimenti di tecnica attiva di Sàndor Ferenczi (come è noto l'espressione «analisi attiva» venne elaborata da Sàndor Ferenczi in collaborazione con Otto Rank tra il 1919 e il 1924). Ma non è la sola. Tra le altre vanno ricordate almeno le seguenti:

1) L'idea che alla base della nevrosi ci siano momenti esogeni e che il conflitto psichico non sia intrasoggettivo ma nasca da relazioni traumatiche con un ambiente patogeno;
2) L'importanza della partecipazione e dell'interazione al di là della spiegazione verbale. Insight e interpretazione verbale sono sostituiti da interazioni e interpretazioni di ruoli;
3) La condanna dell'ipocrisia dell'analista che dietro il suo ineccepi­bile silenzio può nascondere un rifiuto o una lontananza che l'inconscio del paziente riconosce benissimo e che di fatto riecheggiano analoghe situazioni di falsità vissute nell'infanzia;
4) L'importanza della regressione del paziente. Più che all'io conscio del soggetto il terapeuta si rivolge alle sue dimensioni infantili colte sul vivo nella regressione.
5) La convinzione che il paziente possa apprendere nuove esperien­ze emotive interagendo col terapeuta.

Sàndor Ferenczi (1873-1933) è un personaggio affascinante e controverso della storia della psicoanalisi. Neurologo, psichiatra ed esperto di medicina legale, conobbe Freud e la psicoanalisi nel 1907, fondò nel 1913 la Società psicoanalitica ungherese e fu presidente di quella interna­zionale dal 1918 al 1920. Autore di molte opere tra cui Thalassa, psicoanali­si delle origini della vita sessuale,  fu definito l'enfant terrible degli allievi di Freud per la sua ambizione di abbreviare i tempi del trattamento analitico e aumentare la sua efficacia terapeutica.
Ferenczi, nonostante l'entusiasmo e l'audacia creativa che lo portaro­no a essere emarginato dal movimento psicoanalitico, fu un analista di grande valore sia in campo clinico che teorico. A differenza di altri pionieri della psicoanalisi, il suo obiettivo principale non fu la pura indagine scientifica della psiche, ma la lotta alla sofferenza nevrotica e la guarigione del paziente. Si tratta di un'ambizione considerata (allora e oggi) «infantile» da analisti di impostazione più intellettuale e astratta. Sappiamo che Freud suggeriva di non preoccuparsi troppo degli aspetti terapeutici del lavoro giacché la guarigione del paziente, se fosse arrivata, sarebbe arrivata come conseguenza di una corretta analisi. 

Per migliorare i suoi successi terapeutici, Ferenczi fece ricorso a sistemi che oggi non sembrano più tanto sconcertanti ma che ai suoi tempi costituirono audaci innovazioni d'avanguardia e gli attirarono l'an­tipatia e i sospetti di molti colleghi. In un primo momento egli propose al paziente azioni e comportamenti con cui gestire i loro sintomi. In un secondo momento Ferenczi andò oltre e cominciò a interagire personal­mente col malato durante le sedute abbandonando la neutralità prescritta all'analista ortodosso. Su questo «passaggio all'atto» Freud naturalmente dissentì energicamente; per lui l'unico modo di abbreviare i tempi del­l'analisi era quello di eseguirla correttamente.
Talmente alta era stata la considerazione di Freud per Ferenczi che, nonostante le divergenze, non ci fu una rottura ufficiale come avvenne con Jung, Adler o Rank. Ferenczi da parte sua si sforzò sino all'ultimo momento di mantenere un buon rapporto col maestro che l'aveva chia­mato «il mio Visir» e che nel 1914 aveva detto che Ferenczi da solo valeva quanto un'intera associazione. Nel 1927, quando Rank pubblicò Tecnica psicoanalitica Ferenczi criticò il libro, lasciando Rank isolato e schierandosi dal lato dell'ortodossia freudiana. Accusò Rank di dare trop­pa importanza al trauma della nascita e di costringere i pazienti «a ripetere durante la cura una specie di esperienza della nascita il cui scioglimento veniva fornito dall'analista»2.
Giudicandola alla luce dei fatti successivi, questa critica di Ferenczi a Rank appare un meccanismo di identificazione nell'aggressore cioè nell'ortodossia freudiana. Infatti Rank e Ferenczi si erano posti entrambi il problema «se l'efficacia terapeutica della psicoanalisi consista nella conoscenza intellettiva delle motivazioni rimosse o non piuttosto nella pura e semplice esperienza affettiva del rapporto analitico». Pur di non allontanarsi troppo da Freud, Ferenczi accusò Rank di aver sostituito un perentorio aut-aut al suo non solo ma anche 3.
Sia Freud che Ferenczi avevano buone ragioni per mantenere il delicato equilibrio del loro rapporto. Va tenuto presente che la crisi del rapporto avvenne nel 1932 quando Ferenczi venne emarginato a causa delle sue più audaci innovazioni, Freud cercò invano di riportarlo all'or­todossia invitandolo a farsi eleggere presidente della Società Internaziona­le di Psicoanalisi. Ma Ferenczi rifiutò e al congresso presentò una relazio­ne rivoluzionaria che ebbe il torto di essere accolta con vivi applausi. Si trattava di Confusione delle lingue tra adulti e bambini dove sottolinea l'importanza dei traumi sessuali subiti dai bambini da parte degli adulti. Vi si esprimeva un'enorme divergenza teorica con Freud: la nevrosi non era più spiegata come un conflitto tra pulsioni e fantasie interne al soggetto ma come risultato di un trauma con l'ambiente, di un'esperienza conflittuale con gli altri.
Questa presa di posizione ufficiale incrinò gravemente il rapporto tra maestro e allievo. Dopo il convegno Ferenczi protestò per essere stato scoraggiato a tenere la relazione e a pubblicarla. Freud gli rispose: «Sono persuaso che Lei non è disposto a un ripensamento. Perciò non mi rimane altro che farle i miei migliori auguri».
Le fenditure in un rapporto durato ventisei anni si erano troppo allargate e la spaccatura era evidente a tutti. Eppure ancora qualcosa legava tra loro i due frammenti di quella che era stata un'amicizia.
Otto mesi dopo Sàndor (non ancora sessantenne) morì di anemia perniciosa. Nel suo necrologio Freud affermò che ogni analista doveva considerare Ferenczi come un maestro.


Evoluzione dell'analisi attiva


Va detto innanzitutto che, soprattutto nella prima fase dei suoi esperimenti sull'azione, Ferenczi non si era discostato molto da Freud si limitò a chiedere ai pazienti di agire e comportarsi in modo da mobilita­re più materiale inconscio.
Solo in seguito questi ordini divennero semplici consigli. Per esem­pio Ferenczi chiese ai pazienti di inibire la masturbazione e controllare altre abitudini sintomatiche, o di affrontare direttamente l'oggetto delle loro fobie. Scopo di queste prescrizioni era di accumulare tensione psico­somatica per osservarne meglio la scarica nel corso della seduta. Il pazien­te non solo doveva ammettere a se stesso emozioni nascoste ma anche agirle davanti al medico.
La seconda novità era che Ferenczi non si limitava ad ascoltare le libere associazioni del paziente, ma dava anche importanza ai tic, ai balbettamenti, ai piccoli movimenti involontari del corpo, proprio come fa uno psicodrammatista sulla scena. Non si limitò ad ascoltare ma aprì anche gli occhi. Dunque, oltre che della psicoanalisi, fu un pioniere della scienza del linguaggio corporeo, la prossemica.
Questa prima concezione dell'analisi attiva venne così riassunta dallo stesso Ferenczi:
«Colgo l'occasione per accennare anche ad un equivoco particolarmente rilevante e notevolmente diffuso sull’ attività. Freud e io stesso abbiamo sempre usato il termine "attivo" solo nel senso che il paziente deve occasionalmente assolvere anche altri compiti oltre a comunicare le proprie ideazioni; non abbiamo mai inteso che l'azione del medico debba in qualche modo estendersi al di là delle spiegazioni e dell'eventuale ingiun­zione di ordini. L'analista è come al solito inattivo; solo il paziente può essere ogni tanto sollecitato a determinate azioni. Questo definisce a sufficienza la differenza tra l'analista attivo e il suggestionatore o ipnotiz­zatore; la seconda differenza, ancor più significativa, è che nella sugge­stione impartire ed eseguire ordini è tutto, mentre nell'analisi questo trova applicazione solo nella misura ausiliaria per ricavare nuovo materia­le, la cui interpretazione continua per altro a rappresentare il compito principale dell'analista... in seguito ho imparato che qualche volta è oppor­tuno consigliare esercizi di distensione 4.
In questa fase, la tecnica attiva consisteva per Ferenczi nell'affidare allo psicoanalista il ruolo di un Super-Io genitoriale tutt'altro che gratifi­cante. In definitiva, mettendo il paziente di fronte a divieti e censure, Ferenczi non annullò ma inasprì la regola dell'astinenza posta da Freud nel 1914.
Le analogie tra psicodramma è invece possibile con la terza fase della analisi attiva che, essendo la più problematica e suscettibile di critiche, ci è nota più attraverso testimonianze e accenni epistolari che attraverso scritti specifici.5 Ferenczi invertì rotta e, anziché frustrare i pazienti, cominciò a gratificarli. Da questo punto in poi l'enfant terrible dell'analisi cercò di adattare il setting inventato da Freud alle particolari atmosfere affettive necessarie al paziente e iniziò egli stesso a fare azioni terapeutiche concrete. L'analista, scienziato dell'anima, seduto dietro il lettino fuori della vista del paziente, si trasformava occasionalmente in attore terapeutico. Non si limitava ad ascoltare e a parlare ma poteva agire. In un caso difficile, anziché tenerla sul lettino, Ferenczi fece salire la paziente sul suo grembo, la abbracciò e le accarezzò la testa come farebbe una madre.
       Oggi diremmo che Ferenczi cercava pionieristicamente di partecipa­re in modo materno ed empatico alla regressione a livello di relazione oggettuale del paziente. Potremmo parlare di un contenimento degli stati mentali più arcaici della psiche e fare un paragone con la «realizzazione simbolica» di madame Sechehaye, la terapeuta che nel 1947 si ostinò a stabilire il contatto con un'adolescente schizofrenica e ci riuscì non par­lando ma dandole il suo amore materno attraverso una mela. Ma alle soglie degli anni Trenta una relazione terapeutica di questo tipo era inaccettabile.

Freud aveva già abbastanza difficoltà a proporre alla società puritana del suo tempo una teoria psicologica basata sulla dinamica di pulsioni sessuali. È evidente che se la sua tecnica terapeutica fosse stata basata sulla relazione anziché sull'interpretazione verbale, la psicoanalisi avrebbe suscitato ancora più opposizioni.
È dunque facile comprendere la diffidenza di Freud per ragioni non meno personali di quelle di Ferenczi, Freud stesso ammise che nel transfert dei pazienti si sentiva più a suo agio nel ruolo del padre, del portatore di parola.
Negli ultimi anni della sua carriera non ci sono dubbi che Ferenczi lavorò in modo realmente attivo: attivo perché interagì col suo malato. In un caso donò a una paziente regredita una bambola mentre cercava di consolarla della sua sofferenza. E questa bambola consegnata con un bacio, inutile dirlo, fece scandalo. Freud scrisse in una lettera ad Eitington: «Ferenczi si è offeso perché non siamo entusiasti dell'idea che egli giochi con le sue allieve a madre e figlia».
Freud non sospettava certo che in futuro la psicoanalisi (in particola­re la corrente dei teorici del Sé) avrebbe sempre più accentuato l'impor­tanza plasmatrice del primo ambiente, evidenziando che le esperienze con la madre costituiscono la matrice relazionale delle future esperienze. Basta pensare al lavoro di Hans Loweald (1960) che stabilisce un intimo rapporto tra la relazione paziente-terapista a quella madre-bambino: «II modo in cui viene trattato il corpo del bambino, il modo in cui viene nutrito, toccato, pulito, il modo in cui lo si guarda, gli si parla, lo si chiama per nome, lo si riconosce e poi lo si riconosce nuovamente, questi e molti altri modi di comunicargli la sua identità, unicità e indivi­dualità gli danno forma e lo plasmano; il bambino può cominciare così a identificarsi, a sentirsi ed a riconoscersi uno e separato dagli altri e, nondimeno, insieme agli altri.
Sembra che allo sviluppo della «tecnica attiva» di Sàndor Ferenczi abbia contribuito una sua paziente e allieva, la ballerina Elisabeth Severn con cui raggiunse una straordinaria empatia e praticò l'analisi reciproca. Lavorando con lei Ferenczi si convinse che il terapeuta non doveva limitarsi a formulare interpretazioni verbali in tono neutrale e distaccato ma doveva intervenire concretamente per sanare le ferite dell'infanzia. Naturalmente la svolta teorica di Ferenczi non fu studiata a tavolino ma nacque come risposta a sofferenze ed esperienze personali.
Nel 1921 in una lettera indirizzata a Groddeck, Ferenczi si lamenta della distanza e della mancanza di confidenza che il padre Freud aveva sempre mantenuto con lui sia come analista che come amico e compagno di viaggi. Ferenczi inoltre accusa Freud di aver scoraggiato il suo matri­monio con una donna più giovane di lui privandolo così del suo vero oggetto d'amore.6
E significativo che lo sfogo di Ferenczi avvenga davanti a un collega e amico iperattivo e quasi psicodrammatico: Groddeck.7
Non meno significativo è che la lettera dove Ferenczi da libero sfogo a tutta la sua amarezza fosse scritta proprio il giorno di Natale. Colui che per anni era stato il più vivace creativo e brillante degli analisti, si descrive come un povero vecchio, grigio e malandato privato dal Padre Freud del diritto ad avere una giovane donna, e il suo bambino. La confessione a Groddeck è spietata:
«Questo [mio] sintomo (inibizione al lavoro) è spesso accompagnato dall'idea: non ne vale la pena. E cioè: il mondo non mi da abbastanza per meritare questi 'regali' da parte mia; chiaramente si tratta di erotismo anale: io non do niente fino a che non ricevo alcun dono. Ma qual è questo dono? Non può essere che il bambino di cui la donna dovrebbe farmi dono - o viceversa che io vorrei generare per il mondo (per il padre, per la madre).
Il peggio è che il mio erotismo evidentemente non vuole lasciarsi soddisfare da queste spiegazioni; io voglio, l'Es vuole non un'interpretazione analitica, ma qualcosa di reale: una giovane donna, un bambino!»
Forse il bambino che Ferenczi vorrebbe tanto poter generare simbo­leggiava anche la nascita di qualcosa di nuovo e originale, di un suo rinnovamento creativo. Si spiegherebbe così perché questo «bambino» Ferenczi se lo immaginasse sia come un lavoro che come la sua ricompen­sa. «Il bambino» doveva essere un regalo da dare e da ricevere al tempo stesso: il diritto a essere padre a suo modo, smettendo di calcare le orme del padre Freud.
Ma il «bambino» era anche un vero e proprio bambino: il conflitto di Ferenczi con Freud anagramma la dimensione erotica in quella teorica. La realtà e la fantasia si combinano. Freud in una lettera inedita a Jones accusa Ferenczi di prendere le fantasie dei pazienti per realtà e di confon­dere la sensazione di non essere stato amato dalla madre per il fatto di non essere stato amato. Ma, analogamente, come avrebbe potuto Freud analista di Ferenczi analizzare una diatriba teorica di cui faceva realmente parte anche lui?
Riconoscendo passivamente a Freud l'autorità per fargli sposare la madre anziché la figlia, Ferenczi lo mise nel ruolo di un padre arbitro del destino. Un simile padre lo legava a una teoria vecchia e ormai sterile (la donna del padre appunto) e lo teneva lontano da quella giovane, dalla figlia, nata sì dalla madre ma capace a sua volta di dare alla luce nuova vita.
Purtroppo, come dimostra la conclusione della storia con l'arrivo della malattia, a questa nascita di Sé, a questo processo di individuazione Ferenczi riuscì ad autorizzarsi solo con molte difficoltà.
È possibile che, decidendo di offrire alle pazienti, non solo interpretazioni verbali ma bambole, confidenza e intimità, Ferenczi abbia agito, incarnato in prima persona quel ruolo di Babbo Natale che Freud non volle giocare per lui.
Chi, come ha fatto J. Masson in Assalto alla verità insinua che nei suoi esperimenti attivi Ferenczi operasse una seduzione (anche se in forma dissimulata) della paziente, è completamente fuori strada ed opera a sua volta una confusione delle lingue.
In realtà Ferenczi non sostenne in alcun modo che la tecnica attiva consistesse nell'amoreggiare con la paziente. Questo è un completo frain­tendimento e ribaltamento delle sue teorie. Anzi egli pensava a esperienze affettuose e empatiche che correggessero le ferite di una violenza sessuale o di un trauma subito da parte di un adulto. In questi casi Ferenczi assumeva concretamente, «agiva», nel transfert il ruolo di un adulto in grado di fornire al bambino comprensione, fiducia e affetto. Evidente­mente l'esperienza era incisiva proprio perché avveniva nell'ambito della regressione del paziente all'infanzia.


Conclusioni


Lo scenario terapeutico venutosi così a creare ricorda quello che avviene in psicodramma durante la ristrutturazione di una scena dolorosa. Il protagonista, emozionato dalla messa in scena delle sue antiche frustra­zioni, chiede all'Io ausiliario di trasformare il comportamento dei genitori per poter finalmente giocare col padre o essere abbracciato dalla madre.
Analogamente Ferenczi pensava che l'interazione gratificante e riparativa con l'analista avrebbe finalmente riparato i gravi danni subiti dal paziente nella sua infanzia e successivamente rimossi. La sua esperienza clinica l'aveva infatti convinto che in certi casi la comunicazione attraver­so l'interpretazione non fosse sufficiente. Il suo scopo era di far leva sulla relazione transferale. Più che alla testa del paziente voleva andare direttamente al cuore del bambino ancora sofferente per la mancanza di empatia e affetto.
Un secondo punto in comune con Moreno e lo psicodramma è che a un certo punto della sua vita Ferenczi accusò il setting analitico di falsità. L'analista, nascondendo i suoi reali sentimenti al paziente, negan­dosi come persona reale, operava in un contesto strutturalmente ipocrita.
E questa disparità di ruoli poteva ricordare al paziente analoghi vissuti infantili. Nacque così l'innovazione dell'analisi reciproca, certamente rela­tiva a un desiderio non soddisfatto con Freud che nell'amicizia con Ferenczi mantenne sempre un margine di riservatezza.
È evidente il rapporto tra l'analisi reciproca e l'inversione di ruoli raccomandata da Moreno nonché con la sua concezione dell'incontro. Ancora una volta Ferenczi si discosta dalla psicoanalisi dei suoi tempi dando più importanza alla relazione (conflitto interpersonale) che alla pulsione (conflitto intrapersonale).
Naturalmente questi esperimenti di analisi attiva non vennero inco­raggiati ma guardati con diffidenza anche perché i risultati furono interes­santi ma contraddittori.
Oggi a sessant’anni di distanza, molte delle proposte di Ferenczi sono vastamente acquisite sotto altri nomi dalla psicoanalisi ufficiale8.
Ma negli anni Venti lo condussero a una sottile emarginazione da parte degli esponenti meno creativi del movimento psicoanalitico. Soprattutto Ernest Jones, il biografo ufficiale di Freud, cercò con ogni mezzo (anche alterando la verità) di screditare Ferenczi agli occhi di Freud che per anni aveva chiamato Ferenczi «mio caro figlio» e aveva definito «oro puro» i suoi contributi scientifici9.
Freud che tre anni prima gli aveva scritto di essere stufo (usò la parola inglese «fed-up») del suo furor sanandi, del suo desiderio infantile di curare a tutti i costi, nel suo necrologio disse che ogni analista poteva dirsi allievo di Ferenczi. Ma capiremo meglio i loro rapporti quando saranno pubblicate le duemila lettere inedite del loro carteggio di cui, per un veto della famiglia Freud, appena sei sono state pubblicate.
Nel 1931 Freud, disapprovando che Ferenczi durante l'analisi inter­pretasse spesso il ruolo del genitore affettuoso e vezzeggiasse i pazienti, gli scrisse:
Non sono certamente uno di quelli che per pruderie o per ossequio alle convinzioni borghesi condannerebbero una piccola gratificazione erotica di questo genere... Si immagini quali saranno i risultati se lei renderà di dominio pubblico la sua tecnica... Non v'è rivoluzionario che non venga detronizzato da qualcuno ancora più radicale. Una quantità di pensatori indipendenti in fatto di tecnica si diranno: perché fermarsi a un bacio? Sicuramente si faranno progressi ancora maggiori aggiungendo dei "pal­peggiamenti", il che dopo tutto non significa ancora fare un figlio. Poi ne verranno di più audaci che andranno oltre fino a mostrare e voler vedere le parti sessuali, e presto avremo ammesso nella tecnica analitica l'intero repertorio di demiviergerie e petting parties ...e il Padrino Ferenczi, rimirando la vivace scena da lui creata, probabilmente si dirà: forse nella mia tecnica dell'affetto materno avrei dovuto fermarmi prima del bacio. 10
In definitiva sono evidenti non solo i punti in comune ma anche le differenze tra analisi attiva e psicodramma.
Lo psicodrammatista non agisce dentro un setting duale che esclude lo sguardo di terzi ma su un palcoscenico e davanti a un gruppo. Inoltre, come abbiamo visto, in questo contesto teatrale ludico e irreale per definizione, l'assunzione concreta dei ruoli è delegata per lo più agli Io ausiliari. Passando il ruolo a qualcun altro il terapeuta si differenzia dal transfert e mantiene un margine operativo di sicurezza. Anche per questo il regista può permettersi, senza correre troppi rischi, di fare un occasio­nale uso terapeutico del contatto corporeo. È evidente l'importanza di queste esperienze ludico-teatrali nei casi in cui il paziente ha vissuto una grave deprivazione in questa area della sua esperienza infantile.
Non è questa la sede per elaborare punto per punto le differenze e le analogie tra psicodramma e tecnica attiva. Mi è sembrato però importante sottolineare come anche un setting duale quale l'analisi abbia cercato al suo interno la soluzione ai problemi che portarono Moreno alla formula innovativa dello psicodramma. Ancora una volta la vecchia autonomia tra analisi e azione si rivela sterile e infondata: lo psicodram­matista unisce i due momenti perché nel gioco trasforma l'interpretazione in regia terapeutica.



NOTE

1
Cfr. Moreno J.L., (1987), Manuale di Psicodramma, Astrolabio.
2 Otto Rank (1884-1941) proveniva da una famiglia povera, suo padre era alcolizza­to. Autodidatta, divenne il primo psicoanalista «laico», cioè non medico. Freud lo aiutò finanziariamente sin da ragazzo e lo protesse, considerandolo il più debole dei suoi «figli». Gli affidò vari incarichi nel movimento psicoanalitico ma, per ragioni non chiare, non si preoccupò di fargli fare un'analisi e tanto meno di fargliela lui. Di conseguenza molti poterono accusare Rank di essere un analista non analizzato.
Dal 1923 Rank si allontanò dal movimento freudiano ortodosso.
Nel 1926 si trasferì a Parigi dove ebbe in terapia artisti e scrittori; la sua analisi della scrittrice Anais Nin si trasformò in una storia d'amore da lei narrata nel suo gigantesco diario.
La teoria originale di Rank verte sull'importanza primaria del trauma della nascita al quale Rank da la stessa importanza che Freud dava al complesso d'Edipo. Ernest Jones, fondatore di una discutibile prassi ancora in voga tra analisti, pensò di spiegare la svolta teorica di Rank come espressione di una «psicosi maniaco depressiva» che diagnosticò a distanza. Rank ha il merito di aver sottolineato, in un epoca in cui nessuno più ci pensava, il ruolo terapeutico della volontà e l'importanza del qui ed ora. Al valore di questo personag­gio, oggetto per anni di critiche superficiali, James Lieberman ha recentemente dedicato la biografia Acts of Will, Free Press, N.Y., 1985.
3 Ferenczi S, (1973), «Sulla "Tecnica psicoanalitica" di Rank» in Fondamenti di psicoanalisi) vol. 2, Guaraldi, p. 89.
4 Ferenczi S., (1973), «Controindicazioni della tecnica attiva» (1925) in fondamenti di psicoanalisi v. II: Prassi, Guaraldi, p. 80.
5 In tutta la sua vasta produzione Ferenczi dedicò alla tecnica attiva solo sei scritti, gli ultimi dei quali sono del 1923 e 1925.
6 Ferenczi finì per sposare la madre della ragazza ma sviluppò un angoscia nevrotica di morte. Groddeck spiegò questo sintomo come desiderio di morte nei confronti della moglie, più anziana di otto anni. Freud invece lo interpretò come desiderio di morte nei suoi confronti per aver impedito a Ferenczi il matrimonio con la giovanissima fidanza­ta, poi divenuta sua figliastra.
Cfr. Corrispondenza  Ferenczi-Groddeck (1921-1933), Astrolabio, 1985, p. 57.
7 Groddeck nel suo sanatorio di Baden Baden curò i disturbi di Ferenczi facendogli fare moto, dieta e pressioni del ventre. I due colleghi ed amici inoltre praticarono l'analisi reciproca.
In una lettera del '22 da Budapest Ferenczi scrisse a Groddeck: «Proviamo invidia per l'atmosfera deliziosamente infantile che sai creare intorno a te. Qui fuori, nel mondo, tutto procede in modo molto più prosaico».
Va detto che Freud, nonostante i molti inviti ricevuti da Groddeck e nonostante la sua simpatia per «l'analista selvaggio», non gli fece mai visita al sanatorio di Baden Baden.
8 Lo sosteneva, già nel 1966, Sàndor Lorand in «Sàndor Ferenczi, pioniere dei pionieri» in Pionieri della psicoanalisi, a cura di F. Alexander, Feltrinelli, 1971, p. 25.
9 Per comprendere l'atteggiamento svalutativo di Jones nei confronti di Ferenczi va ricordato che le prime due analisi didattiche della storia (raccomandate da Ferenczi stesso) furono appunto quelle di Ferenczi e Jones. Solo che quella di Ferenczi la fece Freud mentre quella di Jones Freud la fece fare a Ferenczi.
È evidente la dinamica di gelosia e invidia venutasi così a creare. Ancora una volta appare fondamentale il piano della relazione, in una gruppalità fraterna che è sì fantasmatica ma anche reale.
10 Jones E., Vita e opere di S. Freud, vol.3, II saggiatore, p. 195. Le opere di Ferenczi sono state pubblicate in italiano da Guaraldi.
Sui complessi rapporti tra Freud e Ferenczi v. J.F. Masson Assalto alla verità, Mondadori, 1984, capitolo V: «Lo strano caso dell'ultimo articolo di Ferenczi»

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