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NASCITA DEL LIBRODRAMMA di Ottavio Rosati

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Nella seconda settimana di produzione del programma “Da Storia Nasce Storia” (Rai3) invitai lo psicoanalista Aldo Carotenuto a partecipare a una nostra giornata di lavoro sul set a Torino. E dichiarai che, in qualità di ospite, si sarebbe limitato a commentare uno degli psicodrammi del gruppo. In realtà la mia vera speranza era di fargli realizzare un nuovo tipo di psicoplay definibile come "librodramma". Questo progetto era segreto per tutti, anche per lui.
Alla Rai erano poco propensi a includere nel programma personaggi noti e addetti ai lavori mentre la presenza di Carotenuto, a torto o a ragione,  per me costituiva un supporto ansiolitico impareggiabile per gestire una produzione più appassionante ma anche più problematica del previsto. Ai tempi dell'università Carotenuto mi aveva fatto la prima analisi a  credito, quando ancora giravo in jeans e, come diceva brutalmente la mia ragazza, "con le toppe sull'inconscio". La conoscenza di Carotenuto fu per me un evento di portata miliare. Accadde in una libreria romana dove si presentava il primo numero della Rivista di psicologia analitica e non conoscevo nessuno dei presenti. Durante il dibattito avevo preso la parola, col cuore comicamente in tumulto sessantottino, e avevo denunciato l'analisi come privilegio borghese riservato alle classi privilegiate. Carotenuto tagliò corto dandomi ragione ma, dopo il dibattito mi domandò se, in attesa di poterla pagare, mi sarebbe piaciuto cominciare l'analisi con lui. Mi piacque e fu l’inizio di un rapporto molto costruttivo. Cinque anni dopo, tra entusiasmo e transfert, concludemmo l’analisi (la prima di sette che ho fatto). Qualche problema “edipico” e ribellistico nacque dal fatto che davo una mano come redattore alla sua “Rivista di Psicologia Analitica” ma, non essendo analista, il mio nome non doveva figurare ufficialmente nei “titoli di testa”. Quando mi stancai di protestare, dedisi di fondare una mia rivista sullo psicodramma al cui primo numero diedi una copertina dello stesso rosso fuoco di quella junghiana. Carotenuto fu d’accordo e mi invitò a una lezione universitaria dove raccontò il caso clinico agli studenti spiegando che con questo tipo di “agito” un paziente-allievo abbandona il piano della protesta nevrotica e sublima la sua rivalità in un’identificazione evolutiva nella figura paterna. Le sua lettura in futuro mi sarebbe servita a destreggiarmi in situazioni analoghe ma a ruoli invertiti: certe rivalità tra uomini sono anche augurabili ma quelle da quattro soldi non portano a niente di creativo e utile.
Quando decidemmo che era il momento di portare altri transfert ad altri analisti, diversi da Carotenuto, ero ormai in grado di pagare un onorario mentre lui fondò Il giornale storico di psicologia dinamica, e iniziò a pubblicare i libri che l'avrebbero reso famoso anche fuori di Italia. Per molti versi restammo sempre in contatto. Nonostante varie divergenze teoriche, ognuno dei due sapeva di poter contare sull’altro per qualunque questione editoriale o bibliografica. La straordinaria biblioteca di Aldo (che oggi fa partte di una fondazione come quella della Pivano) rimase sempre per me e per molti altri un punto di riferimento. Anni dopo, mentre formavo i gruppi per Da Storia Nasce Storia mi accorsi che molti partecipanti conoscevano i best seller di Carotenuto: più d'uno aveva segnalato il suo Eros e Pathos tra i libri preferiti.
Fu così che durante la sua visita al set di Superga Carotenuto, oltre a recensire come analista uno psicoplay avvenuto sotto i suoi occhi, si ritrovò senza alcun preavviso a farne anche uno nel ruolo di protagonista. Non erano certo la Spontaneità o il coraggio a mancargli. Quella che accettò di rappresentare a soggetto era una pagina straordinaria del movimento psicoanalitico legata al personaggio di Sabine Spielrein che, insieme con Anna Freud, Melanie Klein, Marie Bonaparte, Lou Andreas-Salomé, agli inizi del secolo fu una delle prime donne a dare un contributo eroico alla nascita della psicoanalisi.
Come è noto, la storia della Spielrein è emersa solo nel 1980 in seguito al ritrovamento delle sue lettere a Freud e a Jung, e del suo diario, tutti pubblicati da Carotenuto in un libro famoso e saccheggiato, Diario di una segreta simmetria  .
La Spielrein apparteneva a una famiglia russa della buona borghesia ebraica ed entrò in scena come giovane paziente di Jung al Burghölzli dove fu ricoverata nel 1904 con la diagnosi di “isteria psicotica”. Jung la curò prima in ospedale, poi privatamente e riuscì a guarirla grazie a un intenso coinvolgimento, che mise a rischio il suo matrimonio con la moglie Emma e perfino la sua professionalità, rivelandogli però l'importanza dei fenomeni di traslazione e controtraslazione, soprattutto nella terapia di pazienti al limite della psicosi. Attraverso Sabine, Jung arrivò a percepire l'archetipo dell'Anima e dell'Ombra e scoprì nel suo inconscio una personalità  diversa dal suo Io: "La voce di una paziente, una  intelligente psicopatica che aveva per me un forte transfert e che mi si era impressa nella mente come una figura viva" .
Dopo una drammatica conclusione del rapporto con Jung, la Spielrein, che si era laureata in medicina nel 1911, si rivolse a Freud ed entrò nella sua associazione come analista. Si tirò fuori da una crisi terribile scrivendo un saggio sorprendente che per la prima volta ipotizzava l'esistenza di un desiderio innato di morte accanto all'amore. Detto per inciso: il saggio fu “saccheggiato” da Freud per la sua teoria dell'istinto di morte . Nel 1912 Sabime sposò un medico russo di religione ebraica ed ebbe la prima delle due figlie. Studiò anche composizione musicale. Tra il 1917 e il 1918 ebbe luogo uno scambio epistolare a carattere teorico e non erotico con Jung. Nel 1923 Sabine tornò in Russia dove tradusse le opere di Jung e tentò di occuparsi di psicoanalisi. Per un anno diresse una clinica psicoanalitica per fanciulli, fino a quando lo stalinismo non la mise fuori legge. La Spielrein tentò ugualmente di lavorare, tra difficoltà di ogni tipo. I suoi due fratelli, scienziati di notevole rilievo, furono entrambi vittime dello stalinismo. La sua ultima comparsa pubblica fu a un congresso nel 1930. Poi le sue tracce si perdono. Scomparve nel 1941 a Rostov sul Don in un eccidio durante l'occupazione nazista.
Fin qui la storia, una storia dall'esito frammentario e terribile che "getta una luce sinistra sulla tragedia europea del XX secolo"   e che continua a sollecitare interventi ed elaborazioni di ogni genere: dalla celebrazione editoriale all'agiografia femminista, dalla polemica psicoanalitica all'elaborazione teatrale e cinematografica. Solo in Italia sono stati prodotti due copioni cinematografici. Uno (di cui il nostro sito presenta qualche scena) per il film Rai Cinema-Fiction che Nelo Risi purtroppo non riuscì a portare sul set. E uno (“Prendimi l’Anima”) prodotto anni dopo da Medusa ed Elda Ferri per la regia di Roberto Faenza: un film seducente ma storicamente inaccettabile per aver demonizzato Jung e omesso il ruolo di Freud. Dopo aver ispirato diversi documentari, il romanzo di D. M. Thomas L'albergo bianco, e un dramma andato in scena a Broadway nel 1993, la storia eroica di Sabine Spielrein tra Freud e Jung (e tra Nietzsche e Wagner) continua a ispirare scrittori e artisti. A mio parere meriterebbe di trovare la sua definitiva consacrazione in un'opera con le musiche di Philip Glass.
Da parte sua il librodramma televisivo realizzato da Carotenuto su una vicenda così complessa e coinvolgente è assai diverso da un documentario scritto al computer o da un dibattito teorico. Anzi il pregio del librodramma sta proprio nei suoi difetti. Nessuna comunicazione, nemmeno quello epistolare, è altrettanto rivelativa del proprio mondo privato quanto una messa in scena a soggetto dove nessuna parola espressa può essere corretta o cancellata. Direbbe Flaiano che in certi giochi, quando non si riesce a essere buoni, bisogna apparire il più possibile cattivi.
Come vedremo, rappresentando una vicenda lontana e incorniciata da una venerazione laica, chi dà vita al librodramma finisce per rivelare il proprio inconscio e per sovrapporre alla Storia Alta alcuni punti ciechi della sua attualità. Qui il mito Austro-Russo-Elvetico della Spielrein si intreccia alla storia di triangoli e simmetrie più o meno segrete, di stanza a Torino, Roma, Napoli. E ai lapsus di Carotenuto rivelano clamorosamente (e generosamente) la sua personale immedesimazione nei personaggi del suo libro, quelli del regista dello psicoplay rimandano alla funzione tutelare attribuita al suo ospite nella situazione che si era venuta a creare a Superga al momento di realizzare il librodramma. Ecco perché si tratta di uno psicodramma triplo. Non tanto perché Carotenuto incarna tre ruoli: quello di Jung, quello di Freud e quello della Spielrein. Ma perché, a ben vedere, il gioco si svolge contemporaneamente a diversi livelli: quello del libro, quello dell'autore del libro e quello del regista dello psicodramma. Sono tre le storie che convogliano conflitti e fantasmi in un gioco che, come una scala, sale e scende dal piano nobile dei nonni al seminterrato dei nipotini.
Per quel che riguarda l'implicazione personale di Carotenuto nella storia qui rappresentata, parlano chiaro i clamorosi avvenimenti verificatisi a più di un anno di distanza da questo psicodramma. Mi riferisco alle polemiche, rimbalzate anche sulla stampa, in seguito alle quali egli si è dimesso dall'Associazione italiana di psicologia analitica per fondare la nuova associazione "Psicologia e letteratura". Il caso Carotenuto è scoppiato a distanza di quindici anni dalle esperienze che hanno generato la controversia e proprio durante la redazione di queste pagine. Come non pensare a un fenomeno di sincronicità? Tanto più che l'ex psicologa romana, legata ai suddetti avvenimenti, ha per lo meno tre caratteristiche - non dirò quali - in comune con Sabine Spielrein.
Per il resto l'elaborazione di questa coincidenza esula dal compito che mi sono ripromesso in queste pagine e va rimandata al momento in cui Carotenuto avrà pubblicato il libro al quale intende affidare la sua riflessione sull'accaduto. Libro di cui attualmente si conosce solo l'editore, Bompiani, e il titolo, dal genitivo significativamente doppio: La seduzione dell'analista.
Veniamo al terzo livello dello psicodramma: quello del regista.
Per dipanare questa matassa di segrete simmetrie, qualcosa va detto anche sul contesto in cui Carotenuto realizzò la sua performance. Era un contesto atipico, se non bastardo, con i pregi e i difetti delle realtà che hanno origini miste. Un contesto dove coesistevano almeno cinque sottogruppi, ciascuno dei quali aveva una sua immagine del progetto: la comunità terapeutica che ospitava il set nei suoi spazi, il gruppo di psicodramma che si ricombinava ogni settimana, i due massimi enti teatrali della città, la troupe del Centro di Produzione di Torino diretta da Claudio Bondì, e finalmente i funzionari romani della Rai tra cui, come vedremo, spiccava una figura cruciale: quella di Bianca Maria, la curatrice del programma.
Ogni tanto il meccanismo di questa macchina faceva ruggine e scintille, e solo durante il secondo gruppo poté essere lubrificato sul campo dalla consulenza del mio amico Gianni Montesarchio che, prima di ripartire, mi lasciò un santino di Totò e un'interpretazione di matrice gruppoanalitica : lo psicodramma individuale in gruppo su cui volevo basare il programma non poteva non essere anche psicodramma del gruppo. Ma che gruppo? Dal punto di vista di Gianni, sul set di Superga si era creato un unico grande contesto gruppale allar¬gato che andava al di là del gruppo di psicodramma: che lo volessi o no, la pressione inconscia dell'intera rete gruppale, i suoi conflitti e le sue angosce persecutorie, avrebbero condizionato l'andamento e il significato di ogni singolo gioco.
Grazie all'ottica di Gianni, misi a fuoco il fatto che in qualche modo tutte le storie portate dai partecipanti (e tutti i giochi ricavati dalle storie) erano anche delle metafore. Che alludevano al conflitto base del set: quello tra il regista dello psicodramma, il regista del programma televisivo e i tre responsabili di Raitre. Ma c'era dell'altro. A voler scendere sotto il pelo dell'acqua, dove i pesci grandi mangiano i piccoli, l'intera rete gruppale usciva da Torino. Ed era a sua volta irretita in un'altra rete, quella televisiva diretta da Angelo Guglielmi da un palazzo romano più che mai presente nella sua distanza. Da questo punto di vista il gruppo contenne e simboleggiò dei conflitti aziendali non meno di quanto la produzione permise al gruppo di elaborare le storie basate su dei conflitti familiari.
Le collocazioni nello spazio erano molto significative. I responsabili del programma, nonostante il loro evidente  coinvolgimento emotivo negli psicodrammi, si rifiutarono di sedersi all'interno del setting ma nemmeno accettarono di uscire dal set. Vollero collocarsi nello studio in una zona sfuggente, oltre la postazione delle telecamere, al confine tra luce e ombra, tra competenza televisiva e estraneità psicologica, dalla quale mostravano di essere coinvolti dalla dinamica del gioco pur essendosene tirati fuori. Un criterio comprensibile da un punto di vista televisivo ma più che problematico dal punto di vista dello psicodramma. Era inevitabile che dallo sbalzo di temperatura tra questo limbo raffreddato e lo spazio caloroso e promiscuo del gioco nascessero gelidi spifferi perniciosi per le costole del conduttore. Il quale, anche nei peggiori momenti, si sentì costretto a nutrire per tutti un adeguato grado di riconoscenza, visto che le correnti d'aria tra morte e amore, distruttività e creazione, televisione e psicologia passavano per fenditure aperte dalle sue stesse mani.
Zefiri del genere soffiarono ripetutamente per tutto lo psicodramma di Carotenuto dove, di sequenza in sequenza, vedremo come sia possibile parlare di una storia solo attraverso altre storie.  

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