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IL LIBRODRAMMA DI ALDO CAROTENUTO (prima parte)

1. Carotenuto come Carl Jung
Regista: (rivolto alle telecamere) Carotenuto compare spesso in televisione ma oggi il suo ruolo sarà diverso da quello del professore o dello psicoanalista chiamato a esprimere un parere. Sto per chiedergli di dare vita a un nuovo genere di gioco psicodrammatico che potrebbe anche diven¬tare un nuovo modo di occuparsi di libri in televisione. Vorrei che rappresentasse in forma di psicodramma uno dei suoi libri più famosi, Diario di una segreta simmetria dove ha proposto per la prima volta una vicenda clamorosa della storia della psicoanalisi, quella di Sabine Spielrein, una paziente e amante di Jung, che divenne al¬lie¬va di Freud. Nella storia della Spielrein si intrecciarono tensioni di carattere intellettuale, spasimi affettivi, vene romantiche, persino sospetti di plagio teorico. Sabine divenne psicoanali¬sta, formulò teorie originali e si occupò anche di problemi pedagogici in Unione Sovietica. Aldo puoi raccontare al gruppo qual era il sintomo di Sabine quando Jung la visitò?
Aldo: Ne aveva parecchi.
Regista: Il più clamoroso...
Aldo: Uno dei più clamorosi è che questa ragazza, quando sentiva lo stimolo per andare al ga¬binetto, cercava di non andarci.
Regista: Mi pare che si sedesse sul tallone...
Aldo: Sì, cercava di sedersi appunto sul tallone, in maniera un po' acrobatica secondo me, in modo tale da trattenere tutto quello che avrebbe dovuto eliminare.
Regista: Il che è un po' il contrario della catarsi di cui si parla in psicodramma.
Aldo: Certo. Vale a dire: mentre nello psicodramma le cose vengono fuori, esplodono...
Regista: Come direbbe Testori, "le facciamo fuori"...
Aldo: Le facciamo fuori..., nel caso di Sabine questo non succedeva. E si vedeva anche concre¬tamente. Jung si è trovato di fronte una ragazza di quindici anni. Era ebrea, capelli neri, occhi neri...
Il regista si alza dal divano tenendo il protagonista per mano. Col tono di voce sottolinea che il tempo del racconto va attualizzato al pre¬sente e che Carotenuto non deve parlare di Jung ma come Jung.
Regista: Jung si trova davanti una ragazza di quindici anni. Dove siamo, Carl?
Aldo: Dove siamo?
Regista: Sì, Carl, dove siamo? In che anno siamo?
Aldo: (entrando subito nel ruolo) Siamo intorno al 1906.
Regista: In che città siamo?
Aldo: (come Jung) Siamo... credo a Zurigo. A Zurigo e molto prima che l'Europa fosse sconvolta da due guerre mondiali. E forse la vita era abbastanza pi¬acevole.
Regista: (doppiando) "La vita forse è abbastanza piacevole".
Carotenuto entra nel gioco cominciando a parlare con un tono di voce diverso.
Aldo: (come Jung) Forse la vita è abbastanza piacevole.
Regista: Dimmi Carl, qual è il tuo sentimento per Freud?
Aldo: (come Jung) È un sentimento particolare, perché Freud, sicuramente, ha capito delle cose. E Freud potrebbe oscurarmi, perché è profondo e intelli¬gente e colto. Ma io debbo con¬fessarti che sono ambizioso. Non ammetto che ci siano persone più brave di me.
Regista: A proposito della tua ambizione: tua moglie...
Aldo: (come Jung) Sì?
Regista: Tua moglie Emma... hai davvero sposato lei o hai sposato la fabbrica di suo padre?
Aldo: (come Jung) Ma, se vuoi che ti dica la verità: io ho sposato la fabbrica. Emma è molto ric¬ca; e per molti intellettuali avere la donna... una moglie ricca è importante, perché si pos¬sono dedicare alle idee. Sai, dover lavorare per fare dei soldi  è molto duro in fondo. Ho fatto una scelta, che non è una scelta d'amore ma che mi ha permesso delle cose. Ho accettato questo compromesso, sapendo però che questo amore l'avrei potuto trovare al¬trove. E tutta la vita l'ho ricercato. Ho sempre avuto fame di qualche cosa. Però purtroppo quando ho ricercato delle cose, queste cose non mi hanno mai soddisfatto. Poi io ho ela¬borato una teoria: che la fame che tutti noi abbiamo è la fame di qualcosa che non esiste. E quindi siamo sempre af¬famati.
Commento al n.1
La tempesta di spifferi che si stava addensando sulla mia testa nel momento in cui arrivò sul set Carotenuto derivava al cinquanta per cento dall'angoscia che il montaggio degli psicodrammi fosse prevaricato dalla regia del programma televisivo affidata a Claudio. L'altro cinquanta per cento della mia persecutorietà era di natura ancora più devastante e stava nel Big Bang originato dal mio incontro con Bianca Maria, la curatrice del programma, scrupolosa ma infelice nello svolgimento del suo ruolo. Per competenza professionale ed esigenze aziendali Bianca Maria era stata delegata dal capo struttura Giovanni a un programma psicologico come il nostro nella convinzione che ci potessimo essere di cura reciproca, nonostante che lei avesse dichiarato dal primo giorno di sentirsi incastrata in quel lavoro, di non voler andare a Torino, di non dare molto credito alla psicoanalisi, tanto meno allo psicodramma e men che meno al mio modo di farlo. Da questa accoppiata doppiamente infelicitante nacque un dispendio energetico paragonabile a quello dell'assistenza sanitaria nazionale. Al mio rifiuto del suo rifiuto di mettere piede in redazione e persino di farsi fotografare con noi, Bianca Maria rispondeva: "Hai già dalla tua parte tutti gli altri. Di che ti lamenti? Ringrazia il cielo che io bilancio la situazione." Le provai tutte, dagli inviti a cena agli oroscopi. Ma invano. D'altra parte la mia vocazione terapeutica era più che saturata dal mio lavoro clinico: non mi sembrava il caso di esercitare le funzioni materne dello holding dello handling e dell'object presenting pure a Raitre. Casomai quello era il suo ruolo. Feci presente ingenuamente, ma invano, a Giovanni che sin dal 1930 le ricerche di Jacob Moreno nel carcere di Sing Sing avevano provato che le giovani criminali dovevano scegliere i compagni di lavoro secondo i loro gusti. Poi, rassegnato alla logica della produzione, feci una serie di sogni colorati come Biancaneve e i sette nani: tornando a casa, scoprivo che Giovanni se ne era appena andato dopo aver messo a dormire i suoi figli nel mio letto, nel divano e persino dentro le mie scarpe da tennis.
La situazione fu resa ancor più scabrosa dalla scoperta che la mia curatrice e io eravamo nati nello stesso anno e - incredibile ma vero -  nella stessa cittadina abruzzese ai piedi della Maiella, dove Monicelli stava girando Parenti serpenti. E persino nella stessa strada, quella delle caserme del reggimento di fanteria dove da bambino raccoglievo di nascosto le stellette di latta pensando che fossero cadute dal cielo. Suo padre era ufficiale di stanza, il mio procuratore del registro. Che simmetria era mai questa? Claudio la prese a ridere e insinuò che Bianca Maria e io ci fossimo già conosciuti in tenerissima età ai giardinetti facendoci cose terribili poi rimosse.
Un'ora prima che cominciasse lo psicodramma di Carotenuto, passeggiando nel bosco di Superga in compagnia dei miei problemi, avevo avuto una visione di Jung sotto forma di orso marsicano: "Di che ti meravigli?", disse, masticando confetti con Anima di mandorle amare, "Quando si tratta di integrare l'Ombra ci muoviamo tutti nello stesso paese. Bianca è tua sorella Nera. Il Black Hole. Poi la visione collassò in un profumo di cannella simile a quello della premiata confetteria Pelino. Restai a bocca aperta con un leggero languore allo stomaco.
2. Lo strano caso dei gemelli Jung
Comincia l'equivoco: il regista si rivolge a Jung mentre Carotenuto risponde come se stesso, anche se mantiene il tono di voce con cui ha in¬terpretato il personaggio di Jung.
Regista: (in tono ispirato) La fame! E tua madre ti ha sfamato d'affetto? Chi è tua madre?
Aldo: È una donna che ha avuto due gemelli. E io, sin da piccolo ho sentito che mia ma¬dre, diciamo così, allattava con più piacere mio fratello che non io - -. E allora, io forse ero costretto ad allattare, diciamo così, a un seno che non dava più latte. E allora l'ho cer¬cato nelle donne questo seno. Di¬fatti i seni delle donne mi piacciono molto. E debbo dire che tutte le scelte che io faccio, sono scelte di donne che sanno dare tutto in maniera in¬con¬dizionata. Se mettono dei limiti, il mio amore decresce.
Regista: (rivolto a Jung) - - Te li danno tutti e due!
Aldo: I seni?
Regista: Sì. Anche i seni sono gemelli.
Aldo: Se ce ne fosse un terzo sarebbe ancora meglio! Però sì: tutti e due me li danno.
Regista: (rivolto a Jung) - - Nel latte di tua madre  che cosa c'è? Ci sono pensieri, ci sono visioni, ci sono sentimenti, ci sono contatti? Che cosa c'è nella rêverie di tua madre?
Aldo: Mah! Forse il desiderio di aver avuto un solo figlio e non due gemelli. E quindi, ci sono delle visioni di rifiuto. Allora tutta la mia vita è una ricerca di accettazione.
Regista: (rivolto a Jung con l'aria di un detective) - - E tua madre cosa cerca da te, che non ha da tuo padre?
Aldo: Forse cerca una considerazione; perché in genere i mariti non considerano le mogli. Le schiacciano. E quanto meno le amano, tanto più fanno fare figli alle mogli. Solo un uomo che ama veramente una donna, non le fa fare figli. E questo l'ho potuto sperimentare. E quando una donna chiede a un uomo: fammi fare un figlio, l'uomo deve essere forte, perché un figlio spesso significa la fine dell'amore.
Regista: (rivolto a Jung) - - Tutto questo tornerà nella storia con la signorina Spielrein più avanti. In¬tanto vorrei do¬mandarti: che vuol dire in tedesco questo nome: Spielrein?
Aldo: 'Spielrein' significa gioco...
Regista: (rivolto a Jung) - - 'Spiel' significa gioco. E 'rein' significa pulito o sporco?
Aldo: Pulito. Giochi puliti.
Regista: (rivolto a Jung) - - E invece Sabine gioca col tallone!
Aldo: Col tallone che doveva evitare a lei di andare nel bagno...
Il regista indica il gruppo con un gesto della mano.
Regista: Dov'è Sabine? Vieni Carl.
Carotenuto si alza e osserva il gruppo.
Aldo: Dov'è Sabine? Ma, forse è dietro le mie spalle.
Regista: Sì?
Carotenuto indica Giorgia, una giovane psicologa bionda.
Aldo: È questa ragazza.
Regista: Giorgia è Sabine. Fai una scultura di quando hai visto la prima volta Sabine, come fareb¬be uno scultore o un pittore. Modella il suo corpo.
Aldo: Ma lo devo fare io lo scultore?
Regista: Certo.
Aldo: Ecco, e come si fa a modellare in psicodramma?
Regista: Si usano le mani.
Carotenuto si rivolge a Giorgia per farle assumere la posizione di Sabine.
Aldo: Sì. Ecco. Dunque. Forse era un pochino più pic¬colina.
Regista: Immaginiamola un pochino più piccolina.
Aldo: (come Jung) Sì, un pochino più piccolina. Gli occhi sono gli stessi. I capelli forse un pochi¬no più neri con una treccia. E poi molta tristezza negli occhi; una tristezza che deriva dal fatto che sa che lei potrebbe esprimere qual¬che cosa ma non la riesce a esprimere.
Regista: Tiene tutto dentro.
Aldo: (come Jung) Dentro, dentro. Io, Carl, debbo capire che debbo portare una rivoluzione. La debbo praticamente squartare perché adesso nulla può uscire. E per poter far questo debbo impegnarmi totalmente. Non posso riferirmi a nessuna regola che conosco: l'unica regola è il rapporto che posso generare con Sabine. Tieni presente però che in questo momento io sono solo: non ho una donna dietro le spalle, dietro le spalle ho una fab¬brica di treni. E allora, sono completamente sguarnito e lei può fare di me qualsiasi cosa.
Regista: In una scultura psicodrammatica come sarebbe lei nei confronti tuoi? Con le mani avanti? Con le mani sugli occhi? Modella l'immagine. Coraggio!
Aldo: (come Jung) Beh, lei tenterebbe sempre di abbracciarmi. Mi vorrebbe  ab¬bracciare perché sente che io sono il suo unico salvatore.
Regista: Lei ti vede attraverso questa proiezione!
Aldo: (come Jung) Sì. Lei viene dalla Russia, viene da un famiglia di commercianti. Vede in me, diciamo, il medico arrivato, il medico famoso, il medico da cui tutti vanno. E quindi la sua femminilità si sente estremamente portata avanti. Sente che può realizzare delle cose che non avrebbe mai potuto realizzare; quindi sono io solo la persona che la può salvare.
Commento  al n.2
Per quel che riguarda la storia di Sabine e in particolare il significato del suo cognome tedesco, è stato osservato da Bruno Bettelheim che, nella mente della bambina, "Spielrein" equivaleva a un'ammonizione a fare giochi puliti. Un ordine che contrastava con il suo sintomo più grave: l'ambivalenza tra il defecarsi addosso o trattenere le feci sedendosi sul tallone.

Quando a quei tempi un bambino si toccava i genitali, come fanno spesso i bambini, la tipica ammonizione era: "Non si fanno cose sporche". Perciò, portare un cognome come Spielrein, con il suo implicito monito a fare giochi puliti, deve essere stato un grave fardello per una bambina eccezionalmente intelligente e sensibile come, a quanto ci risulta, doveva essere Sabine Spielrein. Ed era un monito così diffuso nei paesi di lingua tedesca, che con ogni probabilità doveva aver segnato anche l'educazione di Jung, tanto più che suo padre era un austero uomo di chiesa. [...] Questa potrebbe essere una delle principali ragioni dell'omissione di quel nome nella lettera a Freud 

Passando dal piano alto della Storia agli scantinati del nostro psicodramma, anche qui si verifica una segreta sporcatura dei giochi. Non a caso. In tedesco la parola "spiel" significa "recitare" oltre che "giocare" e coglie alla perfezione la speciale funzione ludico-teatrale del gioco in psicodramma. Come del resto il termine francese "jouer" e quello inglese "play". Ma qual è la macchia caduta sul gioco?
Gli psicoanalisti junghiani Silvia di Lorenzo e Augusto Romano furono i primi a vedere il video di questo psicodramma a Torino durante la fase di montaggio del programma. Dopo qualche attimo di silenzio imbarazzato, sfoderando un kleenex, lei disse: "Ma che strano! Guarda un po'... risultava anche a te che Jung fosse gemello? Io non me lo ricordavo mica...". Augusto ridacchiò e chiese un caffè.
Solo allora, a tre mesi di distanza, mi resi conto di quello che era accaduto nella prima parte di questa sequenza: Carotenuto aveva risposto alle mie domande a Jung mantenendo la voce di Jung ma parlando di se stesso, di sua madre e del suo rapporto col seno. Io non lo avevo capito e, imbrogliandomi nel suo imbroglio, avevo esteso anche a Jung i natali gemellari del Carotenuto, quasi che ne fossi sempre stato al corrente. Le tre o quattro biografie di Jung che avevo letto erano state dimenticate immediatamente. Come sempre accade quando il protagonista del gioco non si rende conto dell'errore del regista, la collusione funzionò da reciproca conferma dell'equivoco.
Sapendo poi che il fratello gemello di Carotenuto è scultore di professione, si spiega anche perché l'invito a evocare la figura di Sabine attraverso una scultura psicodrammatica assunse ai suoi occhi una risonanza vagamente minacciosa: Ma lo devo fare io lo scultore?
L'equivoco dei gemelli Jung tornerà a brillare nella quarta sequenza con effetti di involontaria comicità. Vedremo come e perché. Anticipo che a questa sporcatura del gioco non era estranea, ironia della sorte, la nostra Bianca curatrice.
3. Carotenuto come Sabine Spielrein
Regista: Ora, Aldo, ti proporrò di invertire i ruoli, cioè di diventare per un attimo Sabine per poter ri¬spondere ai nostri amici. Ora tu sei Sabine e il gruppo vuole conoscere Sabine. Cosa vo¬lete sapere da Sabine?
Aldo: Rispondendo devo anche cambiare voce?
Regista: No.
I membri del gruppo alzano la mano e fanno le loro domande.
Antimo: Io vorrei sapere perché tu fai quel gioco col tallone...
Aldo: (come Sabine) Mah!  vedi, io in fondo non ho mai capito perché ho avuto tanti... ho avuto tante difficoltà nella mia vita, non l'ho mai capito. Sapevo soltanto questo: che per me an¬dare al bagno significava confrontarmi con delle cose sporche che ho dentro. E nella mia vita io non ho mai voluto vedere le cose negative di me stessa. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti e Carl mi può aiutare.
Piero: Sabine, quanto ricordi del paese che hai lasciato e quanto pesa questo su di te, se pesa?
Aldo: (come Sabine) Ma, io della mia vita ricordo soltanto cose grigie. Ricordo mio padre sempre dedicato agli affari. Il mio ricordo è soltanto tristezza. E questo lungo viaggio che feci da Rostov sul Don a Zurigo per me è stato importante perché mi ha permesso, per esempio, di studiare. Io sono stata una delle prime donne che si è laureata in medicina, una delle prime donne che ha potuto vedere la malattia da vicino. Sono stata una delle prime donne che ha capito che la schizofrenia, questa terribile malattia, ha un significato, se solo uno si sa calare dentro le parole di chi è sofferente.
Valerio: Sabine Spielrein, cosa puoi dirmi del tuo mondo dei sogni?
Aldo: (come Sabine) In un primo tempo è stato un mondo terribile. Un mondo nel quale io cam¬minavo per una strada e questa strada era sempre sbarrata. Però una voce mi diceva: "Cerca di superare l'ostacolo". Io cercavo di su¬perare questo ostacolo. Però, alla fine, via via che lo aprivo, l'ostacolo si richiudeva e qualche cosa mi portava di sotto e io dispera¬tamente mi reggevo con le mani. E adesso che mi chiedi questo, capisco una cosa im¬portante: io poi ho scritto un lavoro così importante che mi è stato rubato da Freud. Ho capito che la vita non si basa soltanto sull'Eros, ma si basa sulla morte. E ho scritto un ar¬ticolo "La morte come principio del divenire" ben dieci anni prima che Freud ci dicesse che la vita si compone di Eros e Thanatos.
Fiammetta: Io volevo sapere come sei arrivata a incontrare Jung, com'è la tua famiglia, com'è formata, cosa hai avuto di così brutto per arrivare a questo punto.
Aldo: (come Sabine) Io stavo molto male, avevo delle visioni, non riuscivo più a studiare. E i miei genitori avevano saputo che a Zurigo c'era un giovane psichiatra, molto bravo, molto fa¬moso. E allora, come spesso accadeva alle famiglie dell'antica Russia, si sono messi in treno e mi hanno portato da lui. In un primo tempo sono stata ricoverata nell'ospedale psi¬chiatrico. Ero cioè una pazza, ma una pazza carina, una pazza che manteneva la sua di¬mensione di donna. Che non era distrutta. E Jung mi incontrò lì. E quando ci vedemmo fu un attimo, un sorriso. Voi sapete che basta guardarsi un attimo... cioè in fondo l'amore si fà con gli occhi. Solo due persone che si amano si possono guardare. Le persone che non si amano non si guardano. E noi facemmo subito l'amore con gli occhi. E Jung fu preso da me: io sentivo che era un uomo che mi apparteneva. Ma non sono io che l'ho sedotto. Era la mia persona, la mia malattia che lo se¬duceva. Ora posso veramente pensare che tutto quello che mi è successo dopo, tutto quello che ho realizzato, tutto quello che ho fat¬to, lo debbo a lui. E per quanto lui mi  abbia fatto male - perché poi purtroppo l'amore fini¬sce - e sia andato con altre donne, io ricorderò sempre quello che lui ha fatto per me: mi ha ridato la vita, non cancellando la malattia da me, ma permettendomi di utilizzarla.
Trofimena: Sabine, cosa ti aspetti per il tuo avvenire? Sono curiosa di saperlo.
Aldo: (come Sabine) Sono tornata in Russia, e ho messo su una scuola per bam¬bini. Sono torna¬ta per cercare di diffondere tra i miei amici russi il pensiero di Jung e il pensiero di Freud. Ma poi Hitler ha invaso la nostra terra. Non dimenticate, amici, che io sono un'ebrea. Mio marito era ebreo, e avevo due bellissime figlie. Un giorno, era nel 1941, i tedeschi sono arrivati sul Rostov... a Rostov sul Don. Presero tutti gli ebrei. Li misero in una baita e det¬tero fuoco a questa baita. Io non ero presente a questa retata ma mi ri¬cordai del mio libro La morte come principio del divenire, ricordai cioè che solo la morte ci riscatta. E mi pre¬sentai agli ebrei - - , ai nazisti, dicendo: "Anche io sono ebrea". E fui fucilata.
Commento al n.3
Il passaggio dal racconto all'intervista del personaggio consente di verificare quali aspetti del librodramma sollecitano di più la partecipazione degli spettatori. L'intensità con cui Carotenuto entra nel ruolo di Sabine per rispondere all'uditorio è una prova del suo amore per la figura della Spielrein ma, per meglio comprendere la vicenda, bisogna anche sapere che il padre di Sabine era un personaggio eccentrico rispetto alla mentalità russa. Oltre a non amare la carne, pare che fosse amante della cultura tedesca e del freddo: non si lavava mai con acqua calda e d'inverno non indossava né soprabito né cappotto. Tra le sue caratteristiche c'era quella di non dare mai la mano. Perciò Sabine non poteva guardare le mani del padre senza sviluppare eccitazione sessuale e non sopportava di toccargli la mano destra.
Questa estrema deprivazione di carezze e contatti sofferta dalla bambina cercava inconsciamente e disperatamente una ristrutturazione e finì per investire anche sul piano fisico la relazione terapeutica con Jung. Non sempre l'interpretazione verbale riesce a raggiungere tutte le aree della psiche e per pazienti regrediti come la Spielrein la regola dell'astinenza, che esclude dal setting psicoanalitico qualunque tipo di gratificazione e passaggio all'atto, sembra fatta apposta per riportare a galla le frustrazioni e i danni subiti dal bambino. I risultati sono facilmente immaginabili se l'analista ha un problema più o meno coincidente. Per quel che riguarda la collusione di Jung nel passaggio all'atto erotico, è interessante ricordare quello che Sabine scrisse nel suo diario:

[Jung] mi disse che amava le donne ebree, che avrebbe desiderato amare una ragazza ebrea dai capelli neri. Quindi anche in lui c'è la tendenza a perseverare nella sua religione e nella sua cultura e, contemporaneamente, l'impulso a liberarsi del giogo paterno tramite un'ebrea miscredente  .

Ma cosa accade in casi del genere? A proposito dei fenomeni di traslazione e controtraslazione nel rapporto analitica, Carotenuto ha osservato:

Inizialmente Freud parla di traslazione in maniera più ampia [...]. Il fenomeno è quello dello spostamento dell'anestesia, della paralisi, del tremore o della contrattura isterica da una parte del corpo a un'altra simmetrica ad essa, mentre la prima torna normale. Anche nella prefazione al libro di Bernheim Della suggestione  il termine transfert si riferisce a un fenomeno fisiologico che esaspera il normale rapporto esistente tra parti simmetriche del corpo  .

Come la paralisi della mano destra si può trasferire alla mano sinistra, anche la follia del paziente sdraiato a sinistra della sedia può trasferirsi all'analista seduto a destra del divano. Anche qui si esaspererà il rapporto tra le due parti, trasferendo l'alterazione da una parte all'altra di un campo relazionale diventato un solo corpo psichico. Non è possibile che esistano situazioni estreme, come quella della Spielrein, in cui il paziente supererà la sua sofferenza solo a condizione di correre il rischio della simmetria? E se alcuni terapeuti fossero più portati di altri ad affrontarlo? Non per eroismo, né per viltà. Ma per una vocazione naturale, altrettanto pregevole, e spregevole, altrettanto limitata e altrettanto pericolosa di quella che caratterizza i terapeuti che non attraversano mai questa dimensione. Naturalmente la regola dell'astinenza non può essere messa da parte illudendosi che il passaggio all'atto rappresenti di per sé una soluzione. Al contrario il discorso sull'astinenza andrebbe approfondito. È noto che nelle associazioni analitiche possono accadere seduzioni intellettuali e di potere formalmente ineccepibili ma molto più gravi di quelle sessuali che per la morale corrente funzionano benissimo come specchietti per allodole.
Ma per tornare a quello che accadde tra Jung e la Spielrein, va detto che persino Bruno Bettelheim, uno dei più severi giudici di parte freudiana che si siano levati a commentare il comportamento di Jung nella vicenda, non ha potuto fare a meno di riconoscere i suoi meriti:

Qualunque cosa fosse accaduta durante la terapia praticatale da Jung al Burghölzli, l'aveva fatta guarire. [...] la condotta di Jung e l'atteggiamento che egli le comunicava nel loro rapporto (lo si voglia chiamare seduzione, relazione transferale, amore, fantasticheria a due, delirio o che altro) furono strumentali nell'effettuare la guarigione. Per quanto discutibile sia stata la condotta di Jung da un punto di vista morale, per quanto possa essere stata poco ortodossa e addirittura reprensibile, in un modo o nell'altro essa soddisfece all'obbligo primario di un terapeuta verso la sua paziente: quello di farla guarire 

La conclusione potrebbe essere che la nostra attuale capacità di prendere le distanze o addirittura criticare situazioni problematiche e a rischio come quella che si creò tra Jung e la Spielrein si fonda proprio sull'esperienza pionieristica di chi per primo si espose a situazioni che non avevano precedenti clinici.
Quod licet Iovi (nel 1909) non licet bovi (alle soglie del Duemila). 
4. Carotenuto e il suo doppio
Regista: Ora Aldo puoi tornare nel ruolo di Carl. Quando si saprà questo aspetto della vita di Sabine? In che epoca si scoprirà?
Aldo: Si scopre intorno al 1978. Io avevo scritto un libro.
Regista: Ma abbiamo detto che ora tu sei Carl... Chi è che ha scritto un libro? Se l'ha scritto Aldo vediamo chi nel gruppo può fare il ruolo di Aldo.
Il regista indica al protagonista il gruppo.
Aldo: (indicando Giovanni) Aldo è quel ragazzo lì.
Regista: (rivolto al ragazzo) Vieni, Aldo!
Giovanni si alza dalla sedia ed entra in scena.
Aldo: (come Jung) Fatemi parlare di Aldo. (Scherzando) Perché Jung può parlare di Aldo!
Regista: Certo! In psicodramma Jung può parlare di Aldo così come Aldo ha parlato tanto di Jung.
Aldo: (come Jung) Aldo è un ragazzo ambizioso e ha una certa cupidigia intellet¬tuale. Cioè prati¬camente vuole sapere tutto. Non gli sfugge nulla. E un giorno, leg¬gendo le lettere che io scrivevo a Freud e Freud scriveva a me, capì che c'era un pasticcio, perché ogni tanto...
Regista: In che anno accade questo?
Aldo: Fra il 1906 e il 1914.
Regista: E la lettura del carteggio tra Freud e Jung da parte di Aldo, in che anno av¬viene?
Aldo: Avviene nel 1978.
Regista: In che città? Di che paese?
Aldo: Avvenne a Roma.
Regista: (rivolto a Jung) Allora Aldo leggerà il tuo carteggio con Freud, a Roma nel '78. Questo ragazzo ambizioso, che ha una cosa in comune con te nella sua vita...
Aldo: Che cosa?
Regista: - - (insinuante) Gemelli...
Aldo: (perplesso) Gemelli?
Regista: - - (inappellabile) GEMELLI!
Aldo: (rassegnato) Gemelli.
Regista: - - (esplicativo) Anche lui nasce da gemelli. Tant'è vero che gli è dif¬ficile fare le sculture, persino le sculture psicodrammatiche...
Carotenuto è sempre più perplesso.
Aldo: (perplesso) Perché?
Regista: - - (maieutico) Perché il fratello gemello di questo Aldo di professione farà lo scultore.
Carotenuto fa un risolino nervoso e di scatto nasconde le mani dietro la schiena.
Aldo: (sgomento) Fantastico!
Regista: - - (con un sorriso astuto) E tira indietro le mani quando se ne parla!
Aldo: Veramente?
Regista: - - (cordiale) Questo me l'ha detto Freud. Credimi Carl!
Sorridono entrambi scrutandosi con aria interrogativa.
Regista: Dunque, questo Aldo scrive, nel '78 a Roma, un libro sulle tue lettere, Bene, Carl. Andiamo avanti.
Aldo: (come Jung) Un libro sulle mie lettere. E Aldo ha scoperto che nelle mie lettere, a un certo punto, io accenno a uno strano episodio della mia vita professionale. Accenno cioè a Sabine. Ma non ho il coraggio di manifestare del tutto il mio pensiero a Freud perché temo di essere censurato da lui.
Regista: Questo è successo a tanti altri allievi di Freud.
Aldo: Certo. Tutti mentono al proprio analista!
Regista: Come prosegue la storia, Carl? Il primo momento l'abbiamo visto: Sabine è in difficoltà e viene verso di te. Che succederà poi? Quanto tempo ci vorrà per guarirla?
Aldo: Ci vogliono quattro-cinque anni. In questi quattro-cinque anni succede di tutto: lei è ca¬pace di prendere un coltello, e ferisce Jung. E Jung dirà...
Regista: Dove lo ferisce?
Aldo: A un braccio.
Regista: Quale?
Aldo: Al braccio sinistro. Poi Sabine si commuove vedendo tutto questo e ab¬braccia Jung.
Regista: Carl, è qui che lei ti ferisce?
Il regista prende la mano di Giorgia e la ap¬poggia sul braccio del protagonista
Aldo: (come Jung) Sì. È qui che lei mi ferisce.
Commento al n.4
Osservando le reazioni di Carotenuto, coinvolto per la seconda volta nella mia fantasia  gemellare, mi sono chiesto quanti accademici e analisti avrebbero sopportato come lui la lente di ingrandimento di telecamere e microfoni in gra¬do di cogliere, amplificare e ripetere i più impercettibili lapsus e atti mancati, le più sottili comunicazioni paralinguistiche emerse dallo psicodramma. È prevedibile che qualcuno muova al protagonista di questo gioco l'accusa di narcisismo. Ma è anche possibile che i veri narcisisti siano gli psicologi assolutamente incapaci di sbagliare. Quanti psicologi temono la trasparenza personale come i vampiri le prime luci dell'alba e contrabbandano il vuoto di idee dietro il silenzio, l'ipocrisia dietro l'astinenza e la mancanza di emozioni dietro la cosiddetta neutralità scientifica?
In questa sequenza la mia affabulazione sul tema dei gemelli si fa così virulenta che comincia a emergere una vaga consapevolezza che qualcosa non torni. Così almeno fa pensare una frase che potrebbe essere riferita a ciascuno dei due responsabili della collusione: tutti mentono al proprio analista.
Come spiegare la delirante insistenza del regista sul tema del gemellaggio? Naturalmente col bisogno di idealizzare la figura di Carotenuto al punto di confonderla con quella mitica di Jung. Solo che, per comprendere in pieno questo bisogno, non è sufficiente pensare al transfert di una relazione duale. La fantasia del regista avviene in un contesto produttivo fonte di crisi, angosce e incertezze e si spiega come un modo magico di controllarlo grazie a un alleato grandioso ed eccezionale.
Per la logica dell'inconscio, che conosce classi ma non individui, se Carl e Aldo erano entrambi gemelli, allora Carotenuto era ge¬mello di Jung. Dunque era Carl in persona a entrare in scena sotto braccio ad Aldo irradiando una tutelare saggezza su tutti noi. La presenza del Vecchio Saggio di Zurigo avrebbe finalmente placato Bianca Maria e ci avrebbe dato la forza di opporci alla tirannide della audience. Jung era stato il teorico del processo di individuazione. Con un simile angelo custode al nostro fianco diminuiva il rischio che la specificità del nostro programma venisse banalizzata o omologata liquefacendosi nel Blob diabolico in cui tutto è uguale a tutto e niente è diverso da niente. A Bianca Maria e agli altri funzionari costretti a rappresentare la logica di Angelo Guglielmi e delle sue legioni di ghezzi, ippoliti e chiambretti, si offriva in alternativa l'autorevolezza dell'Arcangelo Jung idealmente contornato da un plotone di valchirie zurighesi, devote curatrici della sua opera. E poi, se è vero che la televisione è una fogna a cielo aperto sull'inconscio collettivo della nostra epoca, tutti sanno che l'idraulico migliore è sempre stato Jung. Così almeno fantasticava il Puer dentro di me rimuginando quanto gli aveva detto il Demiurgo di Raitre: "Si ricordi che in televisione Lei deve esprimersi come se avesse davanti tanti analfabeti. I tempi della televisione educativa sono finiti: oggi i programmi non devono spiegare niente: la gente deve illudersi di sapere anche quando non sa. A costo di causare l'analfabetismo di ritorno. Tutti i programmi riusciti hanno ascolto. È vero che anche molti programmi non riusciti hanno ascolto, ma questo mi interessa di meno. Io non voglio fare una televisione dirigistica, a costo di creare costumi e pensieri che non mi piacciono."

5. Il braccio ferito
Il regista mette una mano davanti agli occhi del protagonista.
Regista: Soliloquio del braccio ferito! Questo non è il soli¬loquio di Aldo. Non è il soliloquio di Carl Jung. È il so¬liloquio del suo braccio ferito, che, come accade facendo dell'immaginazione attiva, emergerà dall'inconscio e parlerà come braccio ferito.
Il regista toglie la mano.
Aldo: Questo braccio non sa scrivere... Questo braccio...
Regista: (doppiando) "Io non so scrivere". Questo deve essere un soliloquio...
Aldo: (come braccio) Io non so scrivere. Io debbo sempre servire qualcun'altro. Io non ho mai im¬parato a esse¬re autonomo, perché le cose più importanti si fanno con la destra. Ma forse questa ferita e questo sangue significano che d'ora in poi la mia sinistra... (Pausa). E adesso ricordo! Tutto ciò che è sinistro è qualcosa di cattivo, è qualcosa di diabolico. Ma noi, se non facciamo un patto col diavolo, l'anima non ce la possiamo mai salvare!
Regista: Questo braccio è collegato alla parte destra del cervello, non alla sinistra, per via del chiasma.
Aldo: E allora, noi sappiamo che la parte destra del cervello è la parte della fan¬tasia. Mi sba¬glio?
Regista: Del sogno, della fantasia. La parte destra del cervello è la parte, come dici giustamente, della fantasia, del sogno, delle visioni...
Aldo: (come Jung) E allora, io voglio dire anche una cosa: questo braccio fa parte del mondo dell'utopia. Cioè io ho avuto sempre una capacità di vedere che cosa deve succedere. Per me, in fondo, gli uomini sono soltanto traspar¬enti. E la trasparenza degli uomini mi fa molto soffrire perché c'è sempre tanta miseria, tanta grettezza. Però mi sono abituato a vivere con tutto questo.
Regista: (doppiando Jung) "La miseria di mio padre è stata la prima con cui mi sono abituato a convivere. Io, Carl Jung, ho dovuto capire la miseria di mio pa¬dre: un pastore di anime che ha perso la fede".
Aldo: (come Jung) E che continuava... continuava a dare conforto alle persone... senza avere più nessuna fiducia nel Dio per il quale prestava servizio.
Regista: (doppiando Jung) "Ho anche sognato, a un certo punto della mia vita, che un'immensa defecazione cadeva sopra una chiesa ".
Aldo: (come Jung) E questo stava a significare che forse avrei dovuto liberarmi di tutto e spaz¬zare via tutti i simboli inutili della mia vita.
Regista: (doppiando Jung) "Ed è curioso che ora mi innamoro di una donna aiutandola a fare final¬mente fuori la sua ombra".
Aldo: (come Jung) Certo. La sua ombra, in termini anche concreti. E poi questa donna è ebrea. Tu sai: io sono stato accusato di antisemitismo. In realtà non è vero. Mi hanno detto che ho fatto delle cose a Jung - - perché era ebreo. Non è vero perché, in fondo, tutte le donne che io ho amato, in un modo o nell'altro sono state ebree. E...
Regista: Anche questo lapsus lo dimostra: "Mi hanno detto che ho fatto delle cose a Freud perché era ebreo, non a Jung perché era ebreo!
Aldo: Eh sì. È interessante questo. È interessante perché, probabilmente, quello che noi fac¬ciamo agli altri lo facciamo a noi stessi. Le bugie non è che le diciamo agli altri: le diciamo a noi. E allora, se io sono cattivo con gli altri, sono cattivo con me. Però se amo vera¬mente una donna, allora amo vera¬mente me stesso. E imparare ad amare noi stessi, si¬gnifica imparare ad amare gli altri. In particolar modo una donna, perché cosa sarebbe il mon¬do senza le donne?
Regista: Carl come vuoi proseguire questo psicodramma del tuo rapporto con Sabine? Dopo la fe¬rita al braccio, quale sarà la prossima immagine?
Il regista accompagna il protagonista davanti alla scena.
Regista: Vieni, osserva e lascia che la scelta emerga dall'interno.
Aldo: (come Jung) Lei, Sabine, a un certo punto mi mette in una condizione di es¬trema difficoltà: se io non l'amerò e non le farò fare un figlio, lei farà uno scandalo. Sono terrorizzato. A questo punto la vorrei strozzare. La vorrei morta. La vorrei uccidere. Ma lei è imperterrita su questo. Sento che mi dovrà tradire. E allora mi viene un pensiero terribile: se lei mi tradirà potrà tradirmi solo con un altro uomo. E sai chi è quest'uomo?
Regista: Certo, è quello del tuo lapsus.
Aldo: (come Jung) È Freud! Lei mi dovrà tradire con Freud! Per me è qualcosa di terribile.
Regista: (rivolto a Jung) Tanto più che tu e Freud siete quasi alla pari. Chi altro in Europa può stare al vostro livel¬lo? Siete un po' come due gemelli!
Aldo: (come Jung) Siamo un po' come due gemelli. E allora lei sente che da parte mia comincia a venire fuori un rifiuto, perché non le do questo figlio che lei avrebbe voluto chiamare Sigfrido. Io sento che lei ha ragione, perché se il nostro rapporto deve morire, d'accordo muoia, visto che non è possibile stare insieme! Però da questa morte deve nascere qual¬cosa. E qui Sabine crea il suo saggio, "La morte come principio del divenire". Se un rap¬porto muore, qualcosa deve venir fuori da questo rapporto. Lei vuole Sigfrido da me, ma io non ho il coraggio di farlo nascere. Di fronte a questa situazione così dura e anche così crudele da parte mia, lei parte e va a Vienna.
Commento al n.5

Nella parte finale della sequenza Carotenuto allude a un elemento cruciale della storia: Sabine era ossessionata dal desiderio di avere da Jung un figlio da chiamare Sigfrido. Il bambino era immaginato come un nuovo redentore che, unendo la razza ebrea all'ariana, al di là degli odii e dei conflitti, avrebbe cancellato con la sua presenza l'idea stessa del male. Perciò è molto probabile che il litigio tra Carl e Sabine fosse scatenato dalla nascita del primo figlio maschio di Jung, dato alla luce nel 1908 da Emma. Carl da parte sua vive "la sensazione che l'incontro tra la nascita del figlio e la razionalizzazione del complesso paterno rappresenti una svolta estremamente importante della mia esistenza", come confessa a Freud in una lettera che, non a caso, si conclude con i migliori auguri di Buon Natale.
Il desiderio di mettere al mondo anche lei un bambino con Jung è così forte che quando la Spielrein cinque anni più tardi, a relazione conclusa, gli invierà il suo saggio La distruzione come causa della nascita lo accompagnerà con queste commoventi parole:

Riceva il prodotto del nostro amore, il lavoro (per Lei) cioè il figlioletto Sigfrido. Mi è costato molta fatica, ma per Sigfrido niente mi sarebbe troppo difficile. Se il lavoro viene accettato da Lei per la pubblicazione sarò libera. Per me il lavoro è più importante della vita stessa, e per questo ho tanta paura  .

Jung aveva indicato a Sabine la via della sublimazione sostenendo che il desiderio di creare Sigfrido andava considerato da un punto di vista simbolico. Perciò colpisce che, a distanza di altri cinque anni, in una lettera del 1917 , la Spielrein continui a sottoporre a Jung quattro domande:

1) Che cosa significa per Lei "vivere qualcosa simbolicamente", visto che Lei concepisce il simbolo come qualcosa di reale?
2) Come si fa a vivere qualcosa simbolicamente?
3) A che cosa ci serve una vita simbolica?
4) Se, per esempio, il simbolo mi dice che ho un 'atteggiamento eroico', questo lo so anche senza simbolo. Cosa mi rivela l'analisi di questo simbolo?

Passando da quello che accadde nella storia a quello che accadeva nello psicodramma, un elemento interessante della sequenza è il lapsus in cui incorre Carotenuto interpretando il personaggio di Jung: Mi hanno detto che ho fatto delle cose a Jung [anziché Freud] perché era ebreo. Ancora più interessante è l'abile autogiustificazione del lapsus con cui Aldo recupera il ritmo dell'azione: Eh sì. È interessante questo. È interessante perché, probabilmente, quello che noi fac¬ciamo agli altri lo facciamo a noi stessi. Le bugie non è che le diciamo agli altri: le diciamo a noi. E allora, se io sono cattivo con gli altri, sono cattivo con me. Però se amo vera¬mente una donna, allora amo vera¬mente me stesso. E imparare ad amare noi stessi, si¬gnifica imparare ad amare gli altri. In particolar modo una donna, perché cosa sarebbe il mon¬do senza le donne?
Viene in mente la frase di Lacan per cui ogni atto mancato è un discorso realizzato. Quanto a me, non appena intercettata la papera freudiana, ne approfitto per capitalizzare ennesime suggestioni sul tema del Doppio:

Regista: (rivolto a Jung) Tanto più che tu e Freud siete quasi alla pari. Chi altro in Europa può stare al vostro livel¬lo? Siete un po' come due gemelli!
Aldo: (come Jung) Siamo un po' come due gemelli.

Ma, per quanto mi sforzassi di gemellare i re psicoanalitici tra le mie mani, dovevo fare i conti con la coppia di regine televisive che nella penombra dietro le telecamere avevano cominciato a dare segni di inquietudine a metà sequenza. Era stato appena nominato Freud che un antennista cominciò a scivolare furtivo tra le telecamere avvicinandosi al divano sulla punta dei piedi come in un cartoon. Dava l'idea che Gatto Silvestro stesse penetrando a Berggasse 19 per strangolare i chow-chow del professore. E invece mi mise in mano un biglietto che attualmente riposa nel mio studio sotto una pregevole cornice di radica. Lo lessi di nascosto mentre Aldo parlava del saggio sulla morte come principio del divenire. C'era scritto: MI PIACEREBBE MOLTO - CHE SI PASSASSE A UN ALTRO PSICO - DRAMMA, VISTO CHE - CAROTENUTO POI SE - NE VA - O FORSE TU NON - VUOI? IO VORREI. LUCIA.

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