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UOMINI E PAPPAGALLI (2002) di Ottavio Rosati

 

 

 

Questo articolo è l'elaborazione di un saggio pubblicato nel trattato "Animali Esotici da compagnia" di Amerio Croce (Poletto Editore, 2002) e si riferisce a un progetto terapeutico durato dieci anni e ispirato al pensiero di Sandor Ferenczi, che potremmo definire "macrodramma" vale a dire un'esperienza para-terapeutica coinvolgente ma non per questo inefficace. Un altro riferimento d'obbligo è al concetto di "malattia creativa" di Ellenberger in quanto esperienza irrinunciabile di vita e ricerca.

Vorrei raccontare l'incontro eccentrico e terapeutico con Teto, un esemplare di Cacatoa Alba che, senza alcun tipo di addestramento, si ritrovò da un giorno all'altro a svolgere una funzione di ego ausiliario nel trattamento psicodrammatico a  360 gradi di un giovane artista in difficoltà.  Il relativismo e la sincerità di questa mia esperienza costituiscono un limite ma pure il suo punto di forza. Perciò non ho fatto ricorso alle mascherature solitamente usate nelle storie di psicoterapia. Sento il bisogno di chiarire il mio punto di vista: la trasparenza biografica di un terapeuta che racconta un caso non è indice di narcisismo ma di orgoglio per l'impresa fatta e di onestà scientifica. La self disclosure poi consente al lettore di interpretare, a sua volta, l’autore del testo (11). Partiamo dunque dalla premessa che, nel caso che sto per raccontare, la straordinaria funzione terapeutica svolta dal grande Teto va letta nell’ambito di un forte coinvolgimento emotivo tra i due protagonisti umani della storia.

Teto per Max e Max per Teto
Innanzitutto, pur avendo pagato una discreta somma di denaro a un allevamento di Ferrara per tenere con me Teto, rifiuto la qualifica di "padrone" e mi considero il suo "custode", qualcosa tra un tutore e un albero vivente. A tutti gli effetti, Teto è mio come io sono suo. Sono io a decidere se dargli il biscotto che chiede, ma è Teto a decidere se posso tranquillamente uscire, lasciandolo solo a casa. Infatti, se chiudo la porta dello studio senza prenderlo con me o senza salutarlo (come se fosse un soprammobile o uno schiavo animale), Teto urlerà per ore, con tormento dei vicini, e rovinerà libri e scaffali (12). È come nella storia del topo nel laboratorio di psicologia comportamentale, che confida a un suo amico: «Ho condizionato il dottor Skinner. Tutte le volte che premo una leva, lui mi da un pezzo di formaggio». Siamo dunque alla pari.

Teto vive con me da nove anni. Quando c’incontrammo avevo circa quarant’anni e non avevo messo al mondo figli. Un programma televisivo, al quale avevo lavorato per tre anni, si era concluso. Una grande scrittrice alla quale ero affettivamente legato sin da ragazzo si era gravemente ammalata e il mio fidanzamento con una ragazza si era rotto dopo sette anni, alla vigilia del matrimonio. La cosiddetta crisi di mezza età e un bisogno inconscio di catastrofe, intesa come rinnovamento radicale, mi portarono a preferire i giochi dei cacatua a quelli che mi ero sin lì costruito. Da bambino non avevo mai potuto tenere un animale ma, da psicologo, mi ero già occupato di pet therapy con un aktro pappagallo Bobo-Totò nell’ambito di alcuni seminari universitari sullo psicodramma. L’incontro con Teto faceva parte di un’impresa rischiosa, ma irrinunciabile.
Volevo soddisfare un bisogno espresso da Max, un ragazzo venticinquenne di talento, gravemente traumatizzato a tutti i livelli dello sviluppo psicosociale. Max aveva avuto un crollo depressivo dopo la morte di un esemplare di amazzone farinosa. Il mio amico soffriva di crisi dissociative, depressione, inibizione sociale e acting out autolesionistici e mi aveva chiesto drammaticamente aiuto, da uomo ad uomo, vale a dire fuori dal setting analitico. Non essendo Max un mio paziente, avevo deciso di aiutarlo anche sul piano di realtà. Fu questo l’abbrivio di una passione controllatissima, che mi costrinse a coniugare (per dirla in chiave taoista) lo yin e lo yang e cioè contenimento materno con interpretazioni e guide di tipo paterno e razionale. Ben presto mi ritrovai nell’impossibilità di tirarmi indietro: per un lungo periodo, nessun’altra impresa ebbe senso per me di là da questa pet therapy residenziale. Ciò che accadde in quegli anni non è certo definibile come psicoanalisi ma, qualunque cosa fosse, non sarebbe potuto accadere senza un continuo riferimento alla psicoanalisi. Fu una calata agli inferi con pappagallo, allargata a vari livelli d’implicazione empatica che, per un certo periodo, mi assorbì totalmente, nello sconcerto di amici e colleghi, oltre che mio. Per tre anni ridussi il lavoro clinico e sospesi ogni collaborazione televisiva e giornalistica.
Ben presto mi ritrovai a vivere in un piccolo zoo, perché Max aveva bisogno di Teto, Teto di altri pappagalli e io (per ragioni misteriose) di piccoli mammiferi. Iniziai a comprare grandi quantità di frutta e verdura ed emerse la continua necessità di ripulire i pavimenti da deiezioni di aria e terra (13). Quando comparvero gabbie di scoiattoli in camera da letto, conigliesse d’angora nel terrazzo e sette pennuti furono liberi di volare per le scale di casa, ebbi l’impressione che il mio inconscio fosse preda di una grave "nevrosi da arca". E quando, per pura sincronicità, mi ritrovai una targa della Vespa con le lettere "NOE" sospettai una psicosi da diluvio universale. In origine Teto non era certo un esemplare da esposizione (14), ma proprio la sua condizione precaria favorì l’intesa con Max: entrambi, da piccoli, avevano subito maltrattamenti fisici e abusi psicologici (15).
Max, da bambino, aveva assistito a tentati suicidi della madre depressa che, dopo i maltrattamenti del marito, si era tagliata le vene nella vasca da bagno. Quando si sentiva abbandonato, il ragazzo era colto da attacchi di panico così devastanti che sbatteva la fronte sul muro, fino a farla sanguinare. La famiglia viveva in un clima di terrore. Più di una volta il padre aveva appellato Max bastardo, invitandolo a prendere i suoi stracci e ad andarsene via (16). Teto aveva circa un anno ed, oltre ad avere un’ala calante per un errore dell’allevatore, era quasi totalmente privo di piume e penne: se le era strappate dalla disperazione (17), quando da piccolo, il suo primo padrone l’aveva riportato all’allevamento, perché la moglie non voleva uccelli in casa. Il cacatua soffriva, anche lui, di una grave angoscia di separazione e ripeteva solo Bacino, bacino. Dai bacino, dai.... La voce di Teto e il suo sguardo innocente esercitavano su di me un pathos straziante. Il bisogno d’affetto di Teto ne faceva un perfetto ego ausiliario per Max, nel senso dello psicodramma di Moreno, che è la mia specializzazione professionale (18).
La ricerca del cacatua era stata preceduta da una lunga fase di sofferenza schizoparanoide, in cui Max aveva messo insieme grandi gabbie di diamantini e finalmente costruito un nido di cartone, la notte di Natale. Mi accorsi subito che con Teto il ragazzo stava ricreando, nello spazio transizionale dell’arca, una dimensione simbiotica basata sulla fusione primitiva con una madre-ambiente più sicura di quella che aveva avuto (19). La madre come oggetto, invece, era soprattutto temuta ed evitata, giacché era una di quelle madri nel cui sguardo il Sé del bambino trova l’angoscia di una donna ferita, anziché un rispecchiamento del suo amore per lei e per la vita (20).
I lamenti e i tentativi di suicidio della madre avevano fatto sentire Max non solo incapace di aiutarla a vivere, ma addirittura colpevole e responsabile della violenza esercitata dal padre; l’uomo infatti tormentava la moglie, mite semplice e devota, perché dubitava che il bambino fosse davvero figlio suo, a causa di una violenza subita dalla donna. La madre, a sua volta, in una crisi di esasperazione, aveva rimproverato al bambino che tutto questo accadeva per causa sua. Nell’ambiente socioculturale disagiato dove Max era cresciuto, l’affetto più sicuro era stato rappresentato da Buk, un cane pastore che aveva salvato la famiglia, facendosi carico per anni di molte tensioni fino ad ammalarsi e dover essere operato ripetutamente.
Parti sane e amabili di Max erano il suo enorme amore e rispetto per gli animali. Max era colmo di gratitudine per il suo cane. Buk passò i suoi ultimi giorni di vita nella nostra Arca in mezzo ai pappagalli. Poi Max volle seppellirlo in un piccolo bosco, dove cercò per lui "l’angolo più tranquillo" e gli mise accanto un piccolo Buddha di pietra nera.
Un analisi completa della storia esorbita dall’ambito di questo articolo. Mi limiterò a riassumere gli aspetti, senza dei quali il ruolo svolto dal pappagallo sarebbe incomprensibile.
I fantasmi persecutori che trasudavano dall’inconscio di Max, con il ritmo di maree, avevano una carica energetica enorme e, nei primi tempi, restai molto destabilizzato dalla loro pressione. Va detto, a questo proposito, che anche il mio introietto di padre era, all’epoca, problematico, sia pure in modo diverso da quello di Max. Mio padre non ha mai espresso aggressioni fisiche, ma è uno di quei commendatori socialmente irreprensibili, che abusano psicologicamente dei familiari con un continuum di microtraumi relazionali nella funzione di ascolto e accettazione dell’alterità. Fatto sta che, per sentirmi un padre più empatico di quello che avevo interiorizzato, mi aspettavo ingenuamente conferme dal povero Max, che aveva avuto un padre più disturbato e disturbante del mio.
II paradosso di questa tensione transferale è evidente. Il disagio che ne derivò è forse noto solo al pappagallo e al mio analista. Farò un esempio.
Max reagiva a qualunque mia critica o sollecitazione con un silenzio ostile e impenetrabile. La sua aggressione passiva induceva in me la classica spirale di impotenza, rabbia, colpa e riparazione. Di solito, un attimo prima che crollassi, Max cominciava a mettere a posto il piumaggio del Teto, come se io non fossi presente. Poi entrambi, uomo e pappagallo, si addormentavano all’improvviso, lasciandomi in preda all’ansia e al dubbio di aver commesso qualche irreparabile errore. Al loro risveglio erano d’ottimo umore e Max mi chiedeva scusa, abbracciandomi. Naturalmente il transfert negativo e annullante di Max era alternato a commuoventi manifestazioni di fiducia e affetto, proveniente da un’area sana del Sé, e questo permise di portare avanti la situazione. L’unico a non risentire degli sbalzi d’umore di Max era Teto, il quale restava sempre tranquillo e beato nel suo posto di angelo custode.
Il mio obbiettivo era quello di creare un ambiente molto protetto, ma interfacciato alla realtà esterna. Volevo far sentire a Max che non sarebbe stato abbandonato e soprattutto che Teto non sarebbe morto. Ebbi spesso la colpevole sensazione persecutoria di poter essere io a morire o d’essere vecchio e stanco. Per un lungo periodo la fantasia che intorno a noi incombesse un pericolo invisibile fu una costante che solo la presenza degli animali e di simboli religiosi, buddhisti e cristiani, riusciva a dissolvere. Per questo cominciai ad occuparmi dei rapporti tra psicoanalisi e meditazione Vipassana e a praticarla sotto la guida di un maestro del calibro di Corrado Pensa.
Un momento assai grave di regressione, si verificò nel secondo anno, allorché, dopo pochi mesi dal suo arrivo, morì Lila, una piccola cacatua che avevo preso come compagna di Teto. Da allora non osai ripetere l’accoppiamento e decisi di rimandarlo ad altri tempi. Per un lungo periodo, durante il quale Max disegnò i suoi sogni e dipinse quadri ad olio di pappagalli, Max e Teto furono letteralmente inseparabili, notte e giorno, legati da un intenso amore uovo-sessuale. Bianco e morbido come un seno-bambino-seno, capace di ricevere e dare cure attraverso un’estrema intimità, il cacatua fu originariamente chiamato da Max, Il Teta, anagramma omofono ai significanti latte e tetta.
Diversi nodi si sciolsero, un po’ alla volta, grazie alla presenza e alla personalità di una donna straordinaria, la signora Gudy Fisher-Landi, curatrice di un allevamento di cacatua in Romagna. La sua funzione fu quella di attivare in Max un’immagine positiva di madre forte e rassicurante: la sua figura di donna, grazie ad una vita ricca di lavoro e viaggi, non era sacrificata nel ruolo univoco di nutrice mediterranea trattata come una serva. Il suo era un modello vincente del femminile che Max non aveva mai conosciuto. Faceva parte di questo quadro il fatto che Andrea, il marito di Gudy, in quel periodo, si trovava all’estero per lavoro.
Nella villa dove Max, Teto e io andavamo a farle visita, Gudy si muoveva felice tra incubatrici e gole spalancate di piccoli cacatua, come una fata preedipica a completa disposizione di pulcini tranquilli e indisturbati da minacciose figure paterne (è appena il caso di ricordare che sto qui parlando nella prospettiva immaginale dell’inconscio). Gudy in ogni modo non fu la sola persona a mediare il rapporto tra Max, Teto e me. Poiché la famiglia d’origine di Max aveva sempre comunicato patologicamente sul piano della fusione colpevole e dell’identificazione proiettiva, fu indispensabile la collaborazione parallela di uno psicoanalista senior, che seguì il ragazzo, e di due supervisori, tra cui un amico collega che mi aiutò a elaborare il mio controtransfert. Spesso portavo Teto con me alle sedute.
Una delle prime osservazioni del supervisore fu che il nome Teta alludeva al trauma subito da Max alla testa: in effetti le carezze ricevute dal pappagallo finirono per curare le emicranie del ragazzo. Nel corso degli anni Teta fu ribattezzato Teto, prima a simbolizzare il passaggio dalla fusione simbiotica all’identificazione primaria con la madre, quindi ad una percezione di Sé-bambino di fronte alla madre. E finalmente ad un inizio d’identificazione secondaria in una figura guida maschile.
È evidente che quest’ultimo livello non fu certo facile da raggiungere. Il rapporto di Max col padre era stato sempre gravemente disturbato, a partire dal trauma prenatale causato dal genitore con un calcio, quando il bambino era ancora nel grembo della madre. Grazie a Teto, che come Max era stato in un’incubatrice, ebbe luogo una scissione del transfert. 

Nei miei confronti Max riviveva, a intermittenze, la tensione padre-figlio (21), mentre i giochi e le premure nei confronti dei pappagallo gli permettevano di rimettere in scena i pochi momenti sani di affetto e protezione che il padre gli aveva donato quando si sentiva ben disposto nei confronti del bambino. Il fatto di avere messo a disposizione di Max un contesto atipico ed eterodosso, con la partecipazione di diversi analisti (e pappagalli), si rivelò funzionale ad accogliere la scissione e integrarla (22).


Pappagalli contro fantasmi
Prima che questo accadesse, però, l’oggetto interno dì "padre buono" dentro la psiche di Max si rivelò geloso e possessivo nei confronti del figlio e cercò di liberarsi di noi tutti, agendo come un complesso autonomo.
Cade a questo proposito un incidente che rischiò di mettere la parola fine all’intera storia. L’incidente avvenne sull’autostrada, mentre Max guidava una grossa automobile che avevo avuto in prestito da un’amica (23). Eravamo diretti all’allevamento della nostra amica Gudy, portandole in dono un quadro. A bordo con noi c’erano Teto e un altro pappagallo, in gabbia. Max teneva un silenzio assordante. Per varie volte gli avevo chiesto inutilmente di passarmi la guida. Rispondeva tacendo o a monosillabi. Un cacatua tremava. Teto gemeva. Sentivo che un incidente poteva accadere e, pochi secondi prima che l’auto cappottasse, dissi una preghiera in un registratore.
Quando tirai fuori Max e i pappagalli dalle lamiere, eravamo sull’orlo di un dirupo. Nonostante tutto, ero calmo e lucido. Mi dissi che stava andando in scena una riedizione del trauma della nascita in cui Max, in seguito al colpo sferrato dal padre, era stato sospeso tra la vita e la morte. Con la differenza che stavolta la figura del padre era stata anche dentro, e non solo fuori, il ventre della madre-automobile. L’adulto era passato dal ruolo di aggressore a quello di compagno di placenta ed ostetrico. Nessun vivente si era fatto un graffio, ma le gabbie e l’auto erano completamente schiacciale. Calmai Max che calmò Teto. Gudy avrebbe calmato me. I magnifici pappagalli dell’allevamento calmarono tutti.
Un altro notevole punto di forza fu la partecipazione lavorativa di Max, come regista video, e di Teto, come assistente alla (sulla) videocamera, a seminari di psicodramma analitico. Dal punto di vista della pet therapy, va sottolineato che, inizialmente, fu il pappagallo a facilitare il rapporto di Max col gruppo, mentre il gruppo, da parte sua, fece breccia nella diade uomo-pappagallo. In cambio Max offrì occasionalmente ai membri del gruppo una stupefacente lettura intuitiva di sogni e fantasie inconsce.
Questo talento di regista video diminuì, fino a sparire, a misura che andava rinforzandosi il suo Io-realtà. Quando Max smise di fare le riprese video dei gruppi, a causa di nuovi impegni di lavoro, il setting si  era arricchito di una sua idea: uno zoo di animali in resina per tradurre le idee in immagini nel corso della terapia.


Diversi livelli di comunicazione
È importante che i cacatua, a differenza dei cenerini (che sono capaci di imitare la voce umana alla perfezione) comunichino più sul piano mimico e tattile che su quello verbale. È probabile che le poche parole, i fonemi e i gridolini insistenti di cui è capace Teto, in una prima fase, lo abbiano reso agli occhi di Max (che non se ne separava nemmeno di notte) un doppio di se stesso come infante (24), cioè un essere che inizia a parlare: teso verso la parola, senza possederla in pieno, ma senza nemmeno esserne escluso. Non è poca cosa svegliarsi la mattina e sentirsi dire dalla voce squillante di un esserino che trotta sulle coperte Ciaooo, come stai? Cosa fai? Dai bacino, dai, dai, dai...
Su un altro piano, del tutto extralinguistico, l’enorme bisogno di calore e carezze di Teto (che a volte, più che un pappagallo, sembra un pappagatto) lo rese eccezionalmente presente ed efficace, come ego ausiliario, anche sul piano della cosiddetta posizione contiguo-autistica. Questa espressione psicoanalitica (poco familiare anche agli psicologi) a me pare di fondamentale importanza per la sensibilità clinica di chiunque, veterinario e medico, voglia comprendere il valore segreto e profondo della relazione uomo-animale. Essa indica ciò che spinge l’uomo a stringersi sul petto un cuscino o il gatto, ma pure ciò che spinge il gatto a strusciarsi sulla gamba del padrone o a rotolarsi sul tappeto (25). La posizione contiguo-autistica si riferisce a un’area di funzionamento psichico al limite primigenio dell’umana esperienza, in quelle che Eliot chiama «le frontiere della coscienza oltre le quali le parole falliscono benché permangano significati».
La posizione suddetta è stata teorizzata negli ultimi vent’anni dallo psicoanalista Thomas Ogden, individuandola di là da quegli stati della mente che gli psicoanalisti kleiniani hanno sempre definito come posizione schizo-paranoide e posizione depressiva (26). Ogden la definisce in questi termini:
La posizione contiguo-autistica è da intendere come un’area presimbolica di esperienza a dominante sensoriale, in cui la forma più primitiva di significato si genera sulla base dell’organizzazione delle impressioni sensoriali, in particolare quelle organizzate sulla superficie epidermica. Un’unica forma di angoscia trova posto in questo dominio psicologico: la prospettiva terrorizzante che il limite costituito dalla propria superficie sensoriale possa dissolversi dando luogo alla sensazione di precipitare, espandersi, lasciarsi andare in uno spazio infinito e caotico (27).


 La cura di Teto
Abbiamo visto che Teto si staccava le penne con il becco, fino a far sanguinare la pelle, così come Max, durante le crisi dissociative, sbatteva la testa contro il muro fino a graffiarsi (28). Max abbandonò questa ed altre modalità d’ autoperimetrazione corporea allorché iniziò a fare un complicato tipo di grooming a Teto. Questa toilette consisteva nel passare ore e ore a tirargli fuori delicatamente con le unghie le penne della pancia che avevano un’abnorme crescita sottocutanea. La posizione contiguo-autistica era così attivata dal contatto tra le dita di Max e la pelle di Teto. Vediamo come e perché. In questa funzione, il pappagallo non costituisce un oggetto reale, ma sembra definibile come un "oggetto-Sé", vale a dire non riconosciuto come esterno ed autonomo. Teto era meno minaccioso del corpo esanime e macchiato di sangue della madre di Max, ma più vitale e responsivo di una superficie inorganica e fredda come il muro su cui sbattere la testa.
A mio parere, con la cura di Teto, Max, oltre a percepire se stesso grazie alla superstimolazione delle dita, prolungava la propria superficie corporea in quella del suo pet. La fusione tra i due era tale che, nei momenti di crisi, Max si addormentava per ore con il cacatua piazzato sulla sua fronte. Si verificava a quel punto una specie di inversione di ruolo circa il contatto pelle-dita (29). A partire dall’attaccatura dei capelli, le zampe del pappagallo coprivano tutta la fronte, con le unghie che sfioravano gli occhi. In quei casi Teto pareva in trance: teneva gli occhi aperti o semiaperti per ore e non si muoveva, nemmeno per fare i suoi bisogni, fino a quando Max non si svegliava. Solo quando Max apriva gli occhi, Teto cinguettava di felicità, si stiracchiava e cominciava a pulirgli gli angoli degli occhi, le ciglia e la barba con la punta del becco, mentre io offrivo, winnicottianamente, bevande calde a tutti. Ritengo che altri momenti, in cui Max si occupava del piumaggio di Teto con evidente consapevolezza di quello che lui stava facendo al cacatua, andrebbero interpretati in un’ottica diversa da quella della posizione contiguo-autistica. In questi casi il ragazzo articolava il bisogno di contatto su un piano intersoggettivo paragonabile a quello di una madre che, pettinando i capelli del bambino con affetto, gli insegna ad autopercepire e autosoddisfare i propri segnali corporei. Identificandosi (e non fondendosi inconsciamente) in Teto, Max gli forniva le cure che avrebbe voluto ricevere e la parte migliore di quelle che gli erano state saltuariamente prestate da bambino.


L’uccello dell’Es
Vi è poi un’altra area in cui la cura di Teto sembra aver avuto grande importanza. Per descriverla, riferirò un evento dell’infanzia che Max recuperò dopo qualche mese. Da bambini, Max e la sorellina (più grande di lui) erano spesso lasciati soli per ore in un bicamere al settimo piano di un palazzo, dove non conoscevano nessuno. Non potendo uscire, Max non aveva scelta: la solitudine oppure giocare alle condizioni stabilite dalla sorella. Si trattava del classico gioco del dottore, con l’esplorazione reciproca del corpo nudo. Max ricordò che la sorella imponeva che si facesse il solletico solo sulla schiena, costringendolo a credere che, sulla parte anteriore del corpo di Max, non ci fosse niente di diverso da vedere di quello che c’era sul corpo di lei. Questa specie di "rispecchiamento bucato" (che per la bambina era una difesa di scotomizzazione dalla classica invidia penis) finì  per produrre un disturbo nell’immagine inconscia del corpo del bambino. Naturalmente Max, da adulto, sapeva di avere un pene, però non ne sentiva la presenza, quasi si trattasse di qualcosa di scisso dal resto del corpo e anestetizzato.
Questo disturbo fu risolto grazie alla prolungata esibizione pubblica del suo legame con Teto. Essendo in grado di alzare un’ampia cresta, il Cacatua è, come direbbe Groddeck, l’uccello dell’Es, l’unico cioè che può avere un’erezione in pubblico, senza per questo essere tacciato di oscenità ma, al contrario, suscitando in uomini e donne ammirazione festosa e grida di giubilo.
Nell’ultima fase di questa ristrutturazione, Teto ebbe soprattutto una funzione socializzante ed estroversa. Questo, grazie semplicemente alle feste che il cacatua riceveva ovunque Max lo portasse. Per un soggetto, introverso e inibito come Max, era una novità clamorosa sentirsi accolto ovunque da frasi come «Guarda che meraviglia ... state sempre insieme? ... Ma è proprio vero? Non ci posso credere... che bravo! Ciao, ciao ... mai vista una cosa simile ... Scusi, me lo fa toccare? ... Parla? Che dice, Come si chiama?».
La capacità di Teto di abbattere le barriere sociali creò un giro virtuoso dove l’uomo giovava al cacatua e il cacatua all’uomo. Essendo Max alto, con Teto raggiante sulla spalla sembrava un cavallo guidato da un fantino bianco, che apriva la cresta e la scuoteva come una bandiera. Max iniziò a riconoscere amici dove prima proiettava solo ombre minacciose. Tutto questo rese l’imago simbolica del pappagallo, come emblema fallico, finalmente degna di fiducia e rispetto liberando Max dalla paura e dalla colpa dei suoi oggetti interni persecutori. Naturalmente l’evoluzione da una posizione all’altra non avvenne in modo lineare. Piuttosto fu una sincronia contraddittoria dei vari livelli altalenanti, che andò evolvendo in forme sempre più coerenti e stabili di relazione oggettuale.


Vola Teto, vola!
Oggi, tutti i sintomi di Max sono scomparsi o ridotti a normali e occasionali espressioni nevrotiche. In parallelo, emerge una crescente affermazione professionale, persino in campo didattico, con pubblicazioni, scambi di lavoro e amicizia anche all’estero. Al posto di meccanismi di difesa patologici (come scissione, identificazione proiettiva, ipocondriasi, aggressione passiva, dissociazione, svalutazione) vanno facendosi evidenti in Max meccanismi evoluti dell’io, come sublimazione, autoaffermazione, anticipazione, affiliazione e umorismo. Sull’onda della riconoscenza, lo spazio-arca in cui si è svolto questo processo si è alleggerito dei conigli ed è ora arricchito da quadri, foto artistiche di pappagalli e diversi computer. I genitori dei protagonisti di questa storia sono tutti morti, compreso mio padre, il commendatore, che per poco ha sfiorato i cent’anni di età.
La sublimazione del legame viscerale uomo-pappagallo verso dimensioni creative è stata favorita dal lavoro di Max nel campo della modellazione e dell’animazione elettronica di personaggi ed effetti speciali. Il suo programma di computergrafica preferito si chiama Maya e ha trasformato il cacatua che non sapeva volare, in uno spot 3D, in onda per satellite (30) e in diversi cortometraggi di successo.
Un po' alla volta Max si è affermato nel campo del lavoro, fino a trasferirsi in Inghilterra dove ha subito riscosso un notevole successo professionale, collaborando con importanti studi di computergrafica per cui ha reallizzato varie creature volanti vere e immaginarie, come l'Araba Fenice di Harry Potter.  Prima di lasciare l'Italia, Max ha collaborato a sua volta, come volontario, a varie esperienze di pet therapy e ha  creato con i suoi amici romani due cortometraggi 3d basati sui pappagalli. Nel primo una banda di inseparabili canta un vecchio successo del gruppo vocale Take Six. Nel secondo dedicato a una canzone di Lucio Dalla, l'artista bolognese appare in forma di lovebird (clicca qui per i due video).
A mia volta riconoscente della riconoscenza, vedo bene che quest’esperienza è stata trasformativa e terapeutica anche per me, che m’illudevo di esserne solo il regista. Sono molte le dimensioni della mia vita che ne sono state arricchite, a vari livelli di profondità, visto che oggi presento spesso Teto come mio assistente.
A valutare l’intero processo dall’esterno, come definire il ruolo svolto dal pappagallo? Per la sua capacità di favorire le varie fasi e funzioni di questo processo (holding, regressione, ristrutturazione, scambio, sublimazione, relazioni pubbliche ...) non sembra sufficiente parlare di "oggetto transizionale". Una definizione lessicamente orrenda ma più esaustiva sarebbe piuttosto quella di "pet ausiliario polifunzionale con funzione diacronica".
Mi congedo dal lettore che ha avuto la pazienza di seguire questo non facile percorso, con una domanda relativa ad un problematico fenomeno di migrazione del sintomo. Ora che Max passa tutto il suo tempo fuori dell’arca, tra lavoro, sport e viaggi, la sua antica angoscia di separazione sembra essersi trasferita a Teto e agli altri pappagalli che, non appena sono lasciati soli, si scatenano in urla di protesta. Vivendo in una vecchia casa del centro storico di Roma, il fenomeno causa gravi problemi con i vicini e le forze dell’ordine. Ogni genere di aiuto e suggerimento da parte dei lettori è ben accolto.
Tanto più che, grazie a un generoso finanziamento di Max, abbiamo potuto comprare in un allevamento di Venezia, una splendida compagna per Teto: Iside, più giovane di lui di dieci anni. Al momento dell'acquisto si pose un'incognita: cosa sarebbe accaduto se a Teto, Iside non fosse piaciuta?
La risposta è in questa fotografia.

 Intervista a Marie-Louise Von Franz
su Psicodramma e Immaginazione Attiva

 

NOTE


  (11) Molto più che nelle scienze della natura, i fenomeni psicologici e le teorie con cui sono interpretati hanno sempre luogo all’interno di una tensione interpersonale creata dall’osservatore alle prese con l’oggetto d’osservazione. Da questo punto di vista, il peggiore narcisismo può essere quello dello psicoanalista che, nascondendosi dietro una facciata autorevole e impenetrabile, si sottrae a questa verifica. Ciò detto, il lettore che fosse interessato all’equazione personale di chi scrive queste pagine, potrà consultare il sito: www.plays.it.
(12) II che non impedisce che al mio ritorno trovi Teto tremante di paura in un angolo, perché già si aspetta di essere sgridato per il guaio combinato.
(13) Mi ci vollero almeno due anni per rendermi conto che si era concretizzata attorno a me la metafora junghiana della nigredo, materia prima del processo di purificazione alchemico verso l’aurum: ero letteralmente nella nigredo, impegnato a ripulire stalle.
(14) Oltre a essere spennato e pauroso, Teto inizialmente era drammaticamente incapace di volare. Si resero necessarie lezioni di volo quotidiane all’Orto Botanico di Roma, i cui passati direttori ringrazio qui per la loro collaborazione.
(15) È giusto cominciare a usare l’espressione di abuso fisico e psicologico anche per un animale di affezione.
(16) Uno degli effetti dell’interiorizzazione operata dal povero Max di questo clima di paura era un fenomeno che, per un lungo periodo, non seppi controllare né capire. Con mio grande imbarazzo, mi capitava di uscire da casa mia in punta di piedi, trattenendo il respiro e badando a non fare rumore nel chiudere la porta. Quando Max mi raccontò che in casa sua questo comportamento era stato normale per sfuggire al controllo paranoide esercitato da suo padre, mi resi conto che non si trattava di un mio stato d’animo ma di un oggetto mentale di  Max passato a me da inconscio ad inconscio.
(17) Fenomeno assimilabile alla sindrome dell’ospedalismo di Spitz, in cui i bambini abbandonati si lacerano la pelle con le unghie, per evitare un marasma angoscioso di dispersione.
(18) Per le nozioni basilari dello psicodramma e del gioco di ruolo terapeutico, vedere JACOB LEVI MORENO: Manuale di Psicodramma. Ubaldini, Roma, voi 1 e 2,1990, e OTTAVIO ROSATI: Da storia nasce storia. Nuova Eri, Roma, 1992.
(19) Uso il termine di spazio transizionale in riferimento al termine, introdotto da Winnicott, di "oggetto transizionale", che per il bambino appartiene al campo dell’illusione. I suoi contenuti sono riconducibili sia alla realtà interna sia a quella esterna e la sua funzione è alla base della vita immaginativa dell’adulto.
(20) In casi simili la madre non può fornire al bambino la conferma rassicurante che gli permette di mentalizzare le proprie emozioni.
(21) In una duplice distribuzione inconscia di ruoli: a volte, Max mi vedeva minaccioso come il padre; altre volte, ripeteva il comportamento di suo padre e io dovevo sentire gli stati d’animo che Max aveva vissuto da bambino.
(22) Ciò che Max riuscì ad attivare nell’intertransfert tra i vari analisti supera i limiti dell’umana immaginazione e merita una trattazione a parte.
(23) Questo particolare è significativo. Il padre interno di Max era geloso che il figlio trasformasse le sue fantasmatiche in quadri e che facesse mostre dei quadri. Era soprattutto invidioso che una donna potesse comprenderlo e contenerlo pacificamente dentro il suo corpo-auto-casa.
24) Come è noto, la parola infante, dal latino infans, è composta di in negativo e fans participio presente del verbo fari (parlare).
(25) Ogden osserva che non si tratta solo di una posizione regressiva o di una dimensione patologica. La posizione di esperienza sensoriale autogenerata (succhiarsi il pollice, prendere il sole, eccetera), oltre che sul piano sensoriale, può avvenire anche sul piano di una sovrastimolazione autonoma dovuta a impegni mentali. Per esempio, ricordo che da bambino mi rifugiavo spesso in un complicato rigiro mentale delle sillabe nelle parole. Oggi mi rendo conto che ricorrevo a questa stimolazione mentale autogenerata per evitare la dispersione del sé dovuta alle pressioni contraddittorie della mia famiglia. E se invece mi fosse stato permesso di tenere un cucciolo?
(26) HINSHELWOOD RD, Dizionario di psicoanalisi kleiniana. Raffaello Cortina, Milano, 1990.
(27) OGDEN T, II limite primigenio dell’esperienza. Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1992, pag. 21.
(28) A distanza di anni capisco perché quelle crisi si manifestarono in Max solo dopo e non prima del consolidamento del rapporto con me, Teto e gli altri terapeuti. Perdendo coscienza davanti a noi che ci disperavamo non sapendo cosa fare per lui, diventava finalmente possibile per Max veicolare in soggetti esterni, attraverso la modalità arcaica dell’identificazione proiettiva, la spaventosa angoscia di separazione, colpa e impotenza che aveva vissuto da bambino osservando il corpo esamine della madre nella vasca da bagno dopo i tentati suicidi.
(29) L’inversione di ruolo era evidente soprattutto all’osservatore esterno ma dubito che, a quel livello di fusionalità, si potesse ipotizzare una differenziazione dell’Io di Max dall’altro (Teto). In mancanza di questa distinzione, nessun gioco dei ruoli è concepibile dal soggetto, anche se agli osservatori sembra in atto.
(30) Mi riferisco al programma televisivo Il pappafreud (RaiSat-Gambero Rosso, 2001) che parte da una finzione comico-surreale, secondo la quale Teto sarebbe la reincarnazione del professor Freud. In ogni puntata il cacatua gira per la città a raccogliere le domande del pubblico sul significato psicologico del cibo, cui è poi data risposta nello studio.

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