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SAMUEL,WILFRED,CARL E MURPHY...di Renata Biserni

La follia affascina perché è sapere. Essa è sapere, in primo luogo, perché tutte quelle figure assurde, sono in realtá gli elementi di un sapere difficile, chiuso, esoterico. (Michel Foucault)

 

Il sole splendeva senza possibilitá di alternative, sul niente di nuovo... Murphy era seduto nudo, sulla sua sedia a dondolo in tek naturale, garantita contro ogni difetto di fabbricazione, compresi gli scricchiolii notturni. Quella sedia gli apparteneva, non lo lasciava mai. Una tenda riparava dal sole il cantuccio dove era seduto, dal povero vecchio sole tornato per la trilionesima volta nella Vergine. Sette fasce lo tenevano fermo. Due legavano le tibie alle gondoline, una le cosce al sedile, altre due il ventre e il petto alla spalliera, un'altra infine serrava i polsi alla sbarra dietro. Gli erano possibili solo brevi movimenti locali. Il sudore colava lungo tutto il suo corpo. La respirazione era impercettibile. Gli occhi freddi e immobili come quelli di un gabbia-no, fissavano un'incrostazione iridescente che andava impallidendo e rimpicciolendosi sul profilo screpolato del cornicione(1).

 

Non ci troviamo, come la scena potrebbe far supporre, in un ospedale psichiatrico, bensí in un vano di medie dimensioni situato nel vicolo cieco del Bambin Gesú, West-Brompton, Londra. L'uomo legato con le cinghie al suo letto di contenzione-sedia a dondolo non é un povero psicotico sprofondato in chissá quale delirio, ma un giovane colto che sa di latino, filosofia, arte e astrologia.
Abulico non a causa di qualche afflizione del corpo o dell'anima, ma per motivi ideologici. Trascorre la maggior parte delle sue giornate in quel singolare atteggiamento per raggiungere un'allargamento del suo mondo spirituale. Per lui sI tratta di una sorta di training per imparare a vivere il piú possibile fuori dallo stupido mondo che non puó soffrire. Cerca disperatamente, mediante quella specie di trance ipnotica autoindotta, di scrollarsi di dosso ció che Borges poeticamente definisce: la prolissitá del reale (2).
Murphy, cosí si chiama il nostro giovane, é il protagonista del primo romanzo del dublinese Samuel Beckett.
Murphy é il capostipite di una lunga serie di personaggi il cui nome, quasi a sottolineare un DNA comune, inizia con la lettera M: Malone, Molloy, Moran, Mercier, Macman... o con la lettera W, che altro non é che una M capovolta: Winnie, Willie, Watt, Worn, Wylie...

 
 

Forse si tratta solo di un tic, di un gioco dell'autore fine a se stesso, comunque sia quell'iniziale comune é come un filo conduttore che rende i personaggi partecipi l'uno della storia dell'altro, anche se cronologicamente lontani.
Visto in quest'ottica "Murphy" non puó essere considerato una tipica opera giovanile, un test per farsi le ossa o per cercare una strada letteraria, come alcuni critici hanno sostenuto. - Il prima e il dopo nell'opera di Beckett - scrive a mio avviso giustamente Tagliaferri - possono essere capovolti(3).
É vero che "Murphy" da una parte si discosta dal resto dell'opera letteraria del suo autore e puó essere letto come un romanzo tradizionale: i personaggi sufficientemente realistici e la onnipresente voce narrante che spiega il susseguirsi degli avvenimenti e il loro complicato intrecciarsi lo rendono tale. Ma il tutto è inframmezzato da dialoghi assurdi e situazioni grottesche che sistematicamente sconvolgono ogni premessa realistica, introducendo quello stile personalissimo che l'autore non abbandonerá piú.
Non diversamente da Joyce, suo mentore e punto di riferimento giovanile (uno dei primi lavori di Beckett fu proprio un saggio su Joyce, volto a pubblicizzare quel "work in progress" meglio conosciuto come Finnegans Wake) utilizza assai spesso nella stesura del romanzo, fatti ed esperienze personali. Murphy sembra addirittura assomigliargli fisicamente. Quegli «occhi freddi e immobili come quelli di un gabbiano» ricordano lo sguardo enigmatico, lontano del suo autore, la sua bella, inquietante testa da uccello. Murphy fu scritto durante un arco di tempo che va dal `34 al `37 (il periodo inglese, nel `37 Beckett si stabilisce definitivamente a Parigi), in condizioni assai critiche.
Lo scrittore era oppresso da un grave stato depressivo probabilmente scatenato dalla morte del padre al quale si sentiva profondamente legato e accentuato dalla morte dell'amata cugina Peggy avvenuta poco dopo. Nella madre non poté probabilmente trovare conforto dato il loro rapporto, da sempre problematico. Mary Roe Beckett era spesso preda di cupe collere, soffriva di emicranie e stati depressivi. Nelle notti insonni si abbandonava a lunghi vagabondaggi, silenziosa come il fantasma da cui diceva di essere ossessionata. Secondo Deirdre Bair (che a Beckett ha dedicato una voluminosa biografia), la lotta fra la volontá della madre e del figlio cominciò quando Samuel aveva solo tre anni e proseguí fino alla morte di Mary. Nell'abbandonare la lingua madre ad un certo punto della sua carriera (dal `45 in poi scriverá in francese), forse possiamo intravedere il tentativo di differenziarsi da una figura materna assai intrusiva e opprimente. Dunque nel `34, per sfuggire all'atmosfera luttuosa della casa natale e all'influenza nefasta che la donna esercitava su di lui, lo scrittore da Dublino si trasferisce a Londra. Ma, contrariamente alle aspettative, la vita in questa città si rivela ancora piú difficile. É senza lavoro, dispone di pochissimo denaro, in piú, gli avvenimenti politici di quegli anni, come la guerra civile in Spagna e il trionfo dei regimi totalitari in altri paesi europei, scuotono dolorosamente la sua coscienza facendone peggiorare le condizioni psichiche. Nel tentativo di arginare uno stato che sembra condurlo "nei luoghi profondi della follia", entra in contatto con il dottor Wilfred R. Bion della Tavistock Clinic. Nel `34, com'é noto, Bion era appena stato chiamato alla Tavistock, aveva abbandonato l'incarico di ufficiale medico dell'esercito britannico e stava svolgendo le sue prime ricerche sui gruppi. I biografi di Beckett sostengono che lo scrittore fu per due anni suo paziente analitico (vedi Bertinetti in Invito alla lettura di Beckett)(5). 
Questa probabilmente é un'inesattezza, dato che Bion soltanto dieci anni dopo abbandona la Tavistock per praticare la psicoanalisi individuale avendo intrapreso il suo training personale con John Rickman soltanto nel `38 e quello con Melanie Klein addirittura nel `45. Possiamo ipotizzare che fra i due si fosse instaurato un legame dettato da una affinitá e da una comune visione della vita, piuttosto che un rapporto professionale in senso stretto. Sappiamo infatti che Bion, oltre ad avere interessi psicoanalitici, nutriva un profondo amore per la letteratura e la poesia:

Ricorro ai poeti perché mi sembra che essi dicano qualcosa in un modo che é al di lá dei miei poteri, e che pure é tale che io stesso sceglierei se ne avessi la capacitá(6).

Questa passione deve averlo accompagnato per tutta la vita, dato che dopo la sua morte abbiamo appreso che intendeva addirittura pubblicare un'antologia di poesia ad uso degli psicoanalisti. .
Forse, proprio quel modello poetico che tanto lo affascinava ha contribuito a strutturare il suo pensiero “scientifico” facendo di lui un autore psicoanalitico fra i piú originali ed innovativi.
É plausibile immaginare che Bion abbia rappresentato per lo scrittore irlandese un punto di riferimento ideologico-affettivo e che gli abbia fornito il supporto psicologico necessario a portare avanti la difficile stesura di Murphy.
In quegli anni tormentati dalla depressione e dalla propensione verso l'alcol, Beckett frequentava anche un vecchio amico irlandese, il dottor Geoffey Thompson che lavorava come psichiatra al Bethlehem Royal Hospital di Londra. L'ambiente dell'ospedale psichiatrico affascinó enormemente lo scrittore: le frequenti visite in quel luogo, il tempo trascorso osservando gli alienati mentali, gli saranno di grande aiuto nella scrittura della seconda parte del romanzo. Ancora di piú utilizzerá quell'esperienza per Watt, il suo secondo romanzo, nel quale racconta la situazione mentale di uno schizofrenico, ponendo al centro della narrazione la fantasie irrazionali e il disordine psicologico del protagonista.
Tornando a Murphy, a questo punto é necessario raccontarne brevemente la trama.

Come abbiamo appreso, Murphy é un giovane uomo di quasi 30 anni (anche Beckett nel `34 aveva giusto 30 anni), é irlandese, vive a Londra (altro massiccio riferimento autobiografico) e impiega le sue giornate per lo piú come abbiamo visto all'inizio. Non vive nel tempo ma parallelamente al tempo (direbbe Cioran, che a Beckett ha dedicato uno dei suoi Esercizi di ammirazione) (7).

Per Celia, una prostituta che per amor suo ha temporaneamente abbandonato il marciapiede, questo significa soprattutto che Murphy non lavora e che quindi non puó avere una normale relazione di coppia con lei. Murphy lotta disperatamente per non essere strappato alla sua personale ricerca del Nirvana, ma "poiché la parte di se stesso che cercava di amare non ne poteva piú" e grazie all'oroscopo di un certo Suk, "genetliaco celebre in tutto il mondo civile e nel libero stato d'Irlanda", si mette alla ricerca di un lavoro. Lo fa senza troppa convinzione, tuttavia per un singolare caso astrologicamente significativo, accetta che un certo Austin Tickle-penny, poeta di cabaret della contea di Dublino, "creatura che non merita nessuna descrizione particolare", gli ceda il suo posto di infermiere in un istituto per alienati mentali, noto come Maison Maddalena di Misericordia Mentale (ancora la lettera M). Qui nel Padiglione Skinner, reparto uomini, primo piano a cui viene destinato, la vita di Murphy subisce una svolta: negli schizofrenici egli incontra i suoi fratelli, la sua razza, e intravede per la prima volta in vita sua la possibilitá di essere felice:

A Murphy non facevano affatto orrore. I suoi sentimenti immediati piú facilmente identificabili erano il rispetto e l'invidia. Tutti, salvo 1'ipomaniaco che gli era antipatico, gli offrivano l'impressione di quell'immanente indifferenza alle contingenze del mondo contingente, che aveva scelto come unica felicitá e cosí raramente raggiunto(8).
 
Suo modello e punto di riferimento assoluto diventa il signor Endon, "uno schizofrenico della piú amabile varietá", affetto da una psicosi tanto limpida e imperturbabile che il nostro giovane se ne sente attratto come Narciso alla fonte. Murphy ritiene che gli psicotici, lasciando il grande mondo esterno per il piccolo mondo della mente, abbiano raggiunto la vera sanitá mentale. Prova indignazione e ripugnanza nei confronti del trattamento psichiatrico di cui é testimone e che gli sembra completamente assurdo. Per lui gli psicotici sono dei privilegiati in quanto "sfuggiti ad un fiasco colossale", non degli emarginati privati dei benefici di un sistema. La gioia di Murphy in quel luogo, tocca l'apogeo quando gli viene offerta come alloggio una mansarda che "per bellezza era il doppio di quella di Leibniz ad Hannover". Piú di quanto potesse desiderare!

In quel mitico luogo porta la sua inseparabile sedia-utero-culla-oggetto transizionale, sfuggendo all'ormai inutile amore di Celia e dove, librandosi nel suo spirito, trova la morte a causa di una fuga di gas. Che si tratti di suicidio o di morte accidentale, non é rilevante. Alle vicende del protagonista fa da contrappunto uno sgangherato gruppo di irlandesi, che per svariati e ingarbugliati motivi é alla sua ricerca. Quando alla fine, dopo molte peripezie riescono a trovarlo, Murphy é ormai defunto.

 

Ne prendono in consegna le ceneri che, secondo le sue ultime volontá, avrebbero dovuto essere portate nei gabinetti dell'Abbey Theatre di Dublino e su di esse, tirata l'acqua dello scarico, preferibilmente durante lo spettacolo. Come ha scritto il grande Bardo:

 

Tutto il mondo é teatro. Gli uomini e le donne puri istrioni tutti: hanno le loro entrate e uscite di scena(9).

 

Ma anche le ultime volontà di Murphy vengono disattese e i suoi resti mortali finiscono sparpagliati sul pavimento di un pub e "prima che l'alba tornasse a diffondere il suo chiaroscuro sulla terra, furono scopati via con la segatura, la birra, i cocci rotti, i fiammiferi gli sputi, i vomiti"(10).

 
 

Qui si conclude la vicenda terrena di Murphy. C'é però, legato alla scrittura di questo testo, un fatto piuttosto inconsueto che ci permette di leggerlo in un ottica particolare (il fatto viene riportato, senza particolare enfasi, da Deirdre Bair nella sua opera su Beckett). Nell'ottobre del 1935, anno in cui Beckett stava ancora faticosamente cercando il bandolo della matassa del suo romanzo, Carl Gustav Jung fu invitato a Londra per tenere una serie di conferenze all'Istituto di Psicologia Medica meglio conosciuto come Clinica Tavistock. Gli incontri ebbero luogo dal 30 settembre al 4 ottobre davanti ad un pubblico sceltissimo formato principalmente da medici. A quell'epoca Jung aveva 60 anni, le sue opere piú importanti erano state pubblicate e il suo pensiero era perciò noto al pubblico, ma ben pochi lo avevano sentito parlare. L'evento ebbe grande risonanza e attirò un folto numero di psichiatri e psicoterapeuti, appartenenti ad ogni genere di `scuola'. Nelle cinque conferenze (che furono trascritte integralmente e pubblicate con il titolo di London Seminars o Tavistock Lectures) Jung espose i principi fondamentali su cui si basavano le sue ricerche, presentandoli secondo due tematiche fondamentali: struttura e contenuto della psi-che e metodi impiegati per l'indagine dei fenomeni che si producono nel corso dei processi psichici inconsci. Questa seconda parte era a sua volta suddivisa in tre momenti volti a esporre sinteticamente le tecniche di associazione verbale, l'analisi dei sogni e l'immaginazione attiva. Jung possedeva un grande carisma personale e nonostante l'inglese non fosse la sua lingua madre, affascinò letteralmente l'uditorio.
Il dottor Bion, com'é riportato nel resoconto, partecipó alle conferenze e intervenne nella discussione che ne seguiva. Il nome di Beckett non compare, forse perché non era un medico, ma con molta probabilitá fu invitato in qualitá di osservatore dallo stesso Bion. Per lo scrittore deve essersi trattato di un'esperienza preziosa dato il suo interesse per la materia e quasi sicuramente si é servito di alcuni concetti proposti da Jung, per illustrare le vicende di Murphy.

 

Molti eminenti studiosi del pensiero beckettiano (Oliva, Tagliaferri, Bertinetti) hanno ripetutamente messo in evidenza che Murphy, oltre ad essere un romanzo, é anche un saggio filosofico. La chiave di volta del saggio é il sesto capitolo del libro, dove l'autore definisce cosa si intenda per "spirito di Murphy". Ed é proprio in questa parte dell'opera che si possono intravedere chiari riferimenti alle conferenze junghiane della Tavistock.

 

Nella seconda serata londinese, l'analista di Zurigo, nell'esposizione del suo concetto di "funzioni della mente", allo scopo di farsi comprendere da un auditorio non proprio abituato a certe tematiche, si serve per rappresentare la psiche, di un diagramma:

 

Supponiamo che il nostro mondo mentale e psichico appaia come una sfera illuminata. La superficie da cui si diffonde la luce é la funzione attraverso la quale si realizza principalmente l'adatta mento di ognuno. Nel caso di una persona che si adatta principalmente attraverso il pensiero, diverrà percepibile soprattutto l'immagine dell'individuo pensante, affronterà le cose facendo ricorso al pensiero, e il suo pensiero é ciò che egli mostra agli altri. Tutto pro-cede allo stesso modo qualora predomini un'altra funzione".

 
 

Beckett forse non fu interessato alle "funzioni della mente" in quanto aspetti di un sapere psicologico troppo specifico, ma l'immagine della sfera come metafora della psiche deve averlo colpito, dato che nel sesto capitolo del romanzo scrive:

 

Lo spirito di Murphy si immaginava come una grande sfera cava illuminata, ermeticamente chiusa al mondo esterno. Ciò non costituiva un impoverimento, perché non escludeva nulla che non contenesse se stesso. Nulla era stato, era, né sarebbe, nell'universo esterno a lui, che già non fosse presente, sia in potenza, sia in atto, sia in potenza ascendente verso l'atto, sia in atto declinante verso la potenza, nell'universo interno a lui".

 
 
 

Dunque un'immagine usata a scopi scientifici viene reinventata dallo scrittore ed utilizzata a scopi poetico-letterari.
Ma il vero problema del giovane Murphy é un altro, e non é cosa da poco:

 

Si sentiva spaccato in due, da una parte il corpo e dall'altra lo spirito. Apparentemente comunicavano, altrimenti non avrebbe potuto sapere che avevano alcune cose in comune. Ma sentiva che lo spirito era impermeabile al corpo, e non capiva per quale via si effettuava la comunicazione, né come le due esperienze straripassero l'una nell'altra. Era persuaso che fra le due non ci fosse azione diretta(13).

 
 

 In questo modo, attraverso Murphy, Beckett ripropone il concetto Cartesiano della dicotomia fra Res Cogitans e Res Extensa, cancellando con un colpo di spugna tutti i tentativi di integrazione fatti nei secoli successivi a Déscartes. Ma poiché su gli orientamenti filosofici beckettiani molto é stato scritto, non approfondiremo la questione. Per noi puó essere interessante vedere se Jung nelle suddette conferenze abbia affrontato il problema della relazione mente-corpo influenzando in qualche misura lo scrittore. Effettivamente nella prima conferenza, l'analista si sofferma su questa tematica, sottolineandone soprattutto la complessità. A tal proposito cita, fra l'altro, anche la teoria di James-Lange secondo la quale: l'affetto (il sentimento, l'emozione) é conseguenza delle alterazioni fisiologiche del corpo e anzi, sono queste a provocarlo, non viceversa. Leggiamo nella trascrizione di quel momento della conferenza:

 

Per colpa del nostro spirito estremamente inadeguato, non riusciamo a rappresentarci il corpo e lo spirito come una medesima unica cosa; probabilmente sono l'unica e medesima cosa, ma noi non riusciamo a pensarlo(14).

 
 
 

Sembra che Jung parli come Murphy, ma forse é Murphy che si esprime come Jung.
Il problema dell'integrazione mente-corpo, che tante angustie procura al protagonista del romanzo e forse anche al suo autore, viene affrontato da Jung in altri momenti delle conferenze. Ad esempio rispondendo proprio a Bion che chiede ulteriori lumi sull'argomento:

 

Lei tocca il controverso parallelismo psico-fisico, al quale non so dare risposta, giacché esso supera la capacitá della mente umana. Come ieri ho potuto chiarire, questi due fattori, si incontrano in modo mirabile. Si manifestano contemporaneamente e a mio parere sono due cose diverse soltanto nella nostra immaginazione ma non nella realtá. Noi li vediamo sdoppiati solo perché la nostra mente non é capace di vederli uniti(15).

 
 

 Murphy non soffre solo di un'insanabile frattura fra corpo e anima, il suo vero problema, anche se non sembra esserne consapevole, é la malattia depressiva. Qui l'elemento proiettivo dell'autore é massimo. Jung nella prima conferenza londinese sostiene che:

 

La depressione é sempre una condizione introversa. I melanconici vengono risucchiati in una specie di condizione embrionale(16).

 
 

Il nostro eroe, come i melanconici descritti da Jung, e come altri personaggi usciti dalla penna di Beckett, ha chiaramente la vocazione del feto; i suoi unici momenti di felicità sono quelli in cui puó raggomitolarsi sulla sedia a dondolo in uno stato che dovrebbe ricondurlo al protoplasma, all'inorganicitá. Scrive Renato Oliva:

 

Il suo cammino, apparentemente proteso in avanti, é a ritroso, é diretto verso l'anno zero, verso l'era azoica, prima di un trilione di anni fa, quando nessun sole andava a collocarsi nella Vergine(17).

 

"Bisogna ammettere - scrive Cioran - che anche l'esistenza di Beckett come quella dei suoi personaggi, é immersa in quella `luce di piombo' di cui si parla in Malone Meuert [...]. Essi ignorano se sono ancora vivi, in preda a una stanchezza immensa, stanchezza che non é di questo mondo(18).

 
 

Un'altra tematica espressa da Jung in una delle conferenze e presente nel romanzo é la posizione ideologica nei confronti della malattia mentale. Anticipando di quasi tre lustri le teorie di Cooper e Laing, Jung afferma, usando quasi le stesse parole di Murphy, che quello di pazzia é un concetto assai relativo:

 

Essere pazzi é una figura sociale, usiamo restrizioni e definizioni sociali per determinare i disturbi mentali e psichici [...1 la ragione per cui i manicomi aumentano, non sta nel fatto che le malattie mentali aumentano in assoluto, ma nel fatto che non siamo piú in grado di tollerare individui fuori dalla norma(19).

 
 

E certamente Murphy è un personaggio fuori dalla norma.

 
 
 
 
 

NOTE

 

1. S. Beckett, Murphy, Mondadori, Milano 1981, p. 17.

 
 

2. J.L. Borges, Poesie, Rizzoli, Milano 1980, p. 85.

 

3.A. Tagliaferri, Beckett e l'iperdeterminazione letteraria, Feltrinelli, Milano 1967, p. 100.

 

4. G. Raimbault - C. Eliacheff, Le Indomabili, Leonardo, Milano 1991, p. 67.

 

5. P. Bertinetti, Invito alla lettura di Beckett, Mursia, Milano 1984, p. 24.

 

 6 W.R. Bion, Letture Bioniane, Borla, Roma 1987, p. 364

 

7 E.M. Cioran, Esercizi di ammirazione, Adelphi, Milano 1988, p. 108.

 

8.. S. Beckett, op. cit., p. 139.

 

9.W. Shakespeare, Come vi piace, Einaudi, Torino 1960, p. 51.

 

10. S. Beckett, op. cit, p. 213.

 

11. C.G. Jung, Psicologia Analitica, Mondadori, Milano 1975, p. 40.

 

12 S. Beckett, op. cit., p. 94.

 

13.Ibidem, p. 95.

 

14 C.G. Jung, op. cit., p. 30.

 

15 Ibidem, p. 31.

 

 16 Ibidem, p. 32.

 

17 R. Oliva, Beckett. Prima del silenzio, Mursia, Milano 1967, p. 105.

 

18. E.M. Cioran,op. cit. , p.113

 

19.C.G. Jung, op.ct., p.33

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